Piede piatto nel bambino e nell’adulto: come si cura?

La sindrome del piede piatto è piuttosto comune. E purtroppo, se quest’ultima non viene adeguatamente curata durante l’infanzia, può concorrere, nel corso della vita, a delle successive problematiche.

Per cui, se anche tu soffri di piede piatto, la prima cosa da fare sarà quella di rivolgersi ad un bravo medico ortopedico. Dopodiché non dovrai fare altro che seguire tutte le sue indicazioni.

Non devi preoccuparti perché si tratta di una patologia che, oltre a non mettere a repentaglio la tua vita, può decisamente essere curata. E nel caso in cui la terapia conservativa non dovesse funzionare, l’intervento chirurgico è in grado di eliminare questa condizione una volta per tutte.

Piede piatto, cosa succede all’interno del nostro piede

Il piede piatto si manifesta perché l’astragalo, ovvero l’osso che unisce l’intero piede allo scheletro della gamba, scivola verso il basso, in avanti ed internamente. Così facendo, trascina con sé tutte le ossa che sono connesse a lui anteriormente. Di conseguenza, il calcagno è costretto a ruotare (pronazione, rotazione interna). Viene poi coinvolto anche il tallone. Infatti, in coloro che soffrono di piede piatto, quest’ultimo risulta deviato verso l’interno.

Non finisce qui. La pronazione ha ripercussioni anche, purtroppo, sull’avampiede. L’astragalo, e la sua relativa caduta, schiaccia la testa del primo metatarso contro il pavimento e questo lo fa sollevare per reazione con il suolo.

Il risultato finale è una vera e propria deformazione in extrarotazione di tutto l’avampiede (supinazione, rotazione esterna).

Tutto questo, dunque, provoca un movimento elicoidale con la successiva scomparsa della volta e la caduta dell’arco longitudinale interno.

Il piede piatto nel bambino

Il piede piatto altro non è che, appunto, l’appiattimento relativo alla volta plantare.

Quando il bambino inizia a muovere i suoi primi passi, il tessuto connettivo non è ancora adeguatamente sviluppato e, la medesima cosa, vale anche per i suoi muscoli. Sono poco sviluppati e quindi ci vorrà qualche anno affinché si possa ritenere completata la loro formazione.

Tutto questo però, cosa significa? Banalmente, ogni volta che il bambino appoggia il piede per terra, la volta si appiattisce del tutto.

È una condizione normale e capita a tutti i bambini, indistintamente. Fa parte dello sviluppo del corpo.

Questa, tra l’altro, è una fase molto importante perché in questo frangente della sua vita, il bambino impara a camminare – e più in generale, a muoversi – correttamente e a compiere i movimenti giusti.

Se però crescendo la volta plantare non assume una forma e dimensione normale, o peggio, non si forma affatto, siamo difronte ad un caso di piede piatto.

Perché si manifesta il piede piatto nei bambini già in tenerissima età?

In realtà, è molto difficile, se non quasi impossibile, definire la motivazione del piede piatto.

Nonostante gli studi compiuti e i tanti test fatti, non è ancora stato possibile definirne le vere cause. Al momento, ciò che ci sembra più logico e corretto affermare è che si tratti di fattori genetici.

Diagnostica già in tenera età

Se hai il dubbio che tuo figlio abbia il piede piatto, non aspettare a lungo. Rivolgiti subito ad un medico in modo da poter classificare il grado di deformità del piede piatto.

L’ortopedico possiede infatti delle strumentazioni che permettono di analizzare la volta del piede e quindi, già da un primo incontro, sarà possibile avere un primo quadro clinico provvisorio.

Se necessario, il medico richiederà anche una radiografia o una TAC.

Di norma, il piede non viene mai considerato un problema fine a se stesso, piuttosto, lo si inquadra all’interno di un “contesto posturale”.

Il bambino viene dunque valutato globalmente e vengono studiati i suoi atteggiamenti e il suo modo di deambulare. Si controllano poi eventuali alterazioni della colonna, il ginocchio valgo o il passo intra o extrarotato.

Come curare il piede piatto in un bambino

Terminate le primissime visite ed esami necessari, il medico ti spiegherà come iniziare una cura adeguata. Nei casi meno gravi, viene suggerito l’utilizzo di plantari corretti.

Quest’ultimi hanno l’obiettivo di correggere la pronazione del retropiede. Ma sollevano e spingono verso l’alto anche l’astrangolo. Così facendo, l’avampiede ruoterà internamente.

In casi come questo, l’utilizzo dei plantari si rivela fondamentale. Anche se non dovessero correggere la deformità del piede, quantomeno lavorano passivamente. Il piede infatti assumerà un allineamento posturale corretto proprio per non creare squilibri allo scheletro o alle articolazioni soprastanti.

Intervenire chirurgicamente su un bambino

Purtroppo, non è detto che l’utilizzo dei plantari riesca, effettivamente, a curare il problema.

Se ciò non dovesse accadere, nei bambini di circa 11-12 anni con piede piatto di 3° o 4° grado, è indicato un intervento di chirurgia percutanea mininvasiva.

Si tratta di un intervento semplice: attraverso un piccolo foro, il medico andrà ad introdurre una vite all’interno del seno del tarso.

La conclusione sarà un piede che assume una forma normale.

Piede piatto nell’adulto, quali sono le cause?

Il piede piatto non è una patologia che coinvolge solamente i bambini. Il piede piatto è un disturbo presente anche nell’adulto. E, in questo caso, le motivazioni sono legate ad una situazione scheletrica e morfologica del piede che sicuramente erano già presenti in età infantile e nell’adolescenza.

Ma più in generale, il piede piatto rappresenta una condizione che coinvolge maggiormente le donne molto adulte. E questo succede soprattutto nel periodo della menopausa.

Un altro elemento determinante potrebbe riguardare l’obesità.

Per quanto riguarda invece i sintomi legati alla patologia del piede piatto sono ben definiti: dolore, affaticamento, tumefazione e deformità del profilo scheletrico.

Trattamento negli adulti

Il trattamento è il medesimo di quello fatto sui bambini. Dopo una prima visita visiva, il medico prescriverà una radiografia, una TAC o RM del tarso.

Dopodiché si procederà con un primo trattamento conservativo mediante l’utilizzo di plantari e, se ciò non dovesse portare a dei benefici, si valuterà il trattamento chirurgico.

Monica Penzo

La redazione in collaborazione con il Dott. Fabrizio Arensi – Ortopedico esperto in patologie del Piede e della Caviglia

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