Dossier Salute

Infarto: lo studio AIR-STEMI riduce stent e interventi inutili

Due cardiologi confrontano immagini delle coronarie su monitor in una sala di emodinamica.

Un ampio studio internazionale coordinato dalla Regione Emilia-Romagna è stato presentato al congresso europeo di cardiologia. È stato pubblicato anche sul New England Journal of Medicine. Lo studio dimostra che una strategia guidata dal flusso di sangue reale nelle arterie riduce in modo netto gli eventi gravi dopo un infarto. Si chiama AIR-STEMI e ha coinvolto oltre 1.800 pazienti colpiti dalla forma più grave di infarto, lo STEMI, in centri tra Italia e Pakistan. I risultati mostrano che si può limitare l’uso di angioplastica e stent alle sole arterie che ostacolano davvero il flusso sanguigno al cuore. Così si evitano procedure non necessarie su pazienti già provati. Per la cardiologia emiliano-romagnola è il terzo studio in pochi anni pubblicato su una rivista scientifica di primo piano a livello mondiale.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Lo studio AIR-STEMI, coordinato dalla Regione Emilia-Romagna con capofila l’ospedale di Ferrara, ha coinvolto 1.823 pazienti colpiti da infarto STEMI in 21 centri tra Italia e Pakistan.
  • La ricerca ha confrontato la valutazione tradizionale dell’arteria, basata sulla sola coronarografia, con una valutazione funzionale del flusso sanguigno per decidere quali arterie trattare con un nuovo stent.
  • Gli eventi clinici gravi, come morte, nuovo infarto, ictus o nuova rivascolarizzazione, sono scesi dal 13,7% all’8,9% nel gruppo guidato dalla valutazione funzionale.
  • La strategia funzionale ha ridotto anche le complicanze, tra cui il danno renale da mezzo di contrasto e le emorragie maggiori, dal 7,1% al 4,6%.
  • I risultati sono stati presentati al congresso ESC 2026 di Monaco di Baviera e pubblicati sul New England Journal of Medicine, la rivista medica più autorevole al mondo.

Che cos’è l’infarto STEMI e perché non tutte le arterie vanno trattate allo stesso modo

Quando una coronaria si chiude all’improvviso si parla di infarto STEMI. È la forma più grave e più pericolosa per la vita del paziente, perché il muscolo cardiaco resta senza sangue e ossigeno. Il primo intervento consiste quasi sempre in un’angioplastica primaria. Si riapre rapidamente l’arteria responsabile, spesso impiantando uno stent per tenerla pervia. È una procedura ormai consolidata, che negli ultimi decenni ha salvato moltissime vite e ridotto la mortalità legata all’infarto.

Molti pazienti, però, presentano restringimenti anche in altre coronarie. Vengono scoperti durante lo stesso esame diagnostico che serve a individuare l’arteria colpevole. Le linee guida internazionali indicano da tempo che trattare anche queste stenosi aggiuntive migliora la prognosi. Questo vale quando sono clinicamente rilevanti, rispetto a intervenire solo sull’arteria che ha causato l’infarto.

Resta però un nodo clinico irrisolto. Come stabilire quali restringimenti vadano davvero trattati con un nuovo stent? E quali invece possano essere gestiti con la sola terapia farmacologica, senza altre procedure? Fino ad oggi la scelta si basava soprattutto sulla coronarografia. È l’esame che mostra quanto un’arteria appaia ristretta nell’immagine radiografica. Non dice però se quel restringimento blocchi realmente il sangue diretto al cuore, ed è qui che nasce il rischio di trattare più del necessario.

Come è stato condotto lo studio AIR-STEMI

AIR-STEMI è l’acronimo di Functional Coronary Angiography to Indicate and Guide Revascularization in STEMI Patients with Multivessel Disease. È uno studio clinico randomizzato, condotto in 21 centri tra Italia e Pakistan. Il progetto è inserito nella Ricerca Finalizzata 2021 del Ministero della Salute. Ha come capofila la Cardiologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, diretta da Gabriele Guardigli, con il coordinamento della Regione Emilia-Romagna.

Alla rete hanno partecipato le cardiologie di Bologna, Reggio Emilia, Rimini, Ravenna, Modena Baggiovara, Parma e Piacenza. A Ferrara ha sede anche il Core Laboratory angiografico, diretto da Gianluca Campo. Questo laboratorio analizza in modo centralizzato le coronarografie di tutti i centri partecipanti, garantendo criteri uniformi di valutazione tra ospedali diversi.

Sono stati arruolati 1.823 pazienti con infarto STEMI e malattia multivasale. L’arruolamento è avvenuto dopo che l’arteria responsabile era già stata riaperta con successo. Un gruppo è stato trattato in base alla valutazione funzionale del flusso sanguigno, calcolata da un’analisi computerizzata della coronarografia, con soglia di intervento fissata a un valore di flusso pari o inferiore a 0,80. Lo stent veniva impiantato solo in quel caso. L’altro gruppo ha seguito la strategia tradizionale, basata sulla sola gravità visiva del restringimento, con soglia al 50% di stenosi.

L’esito principale misurato dai ricercatori era un insieme di eventi cardiovascolari gravi. Comprendeva morte per qualsiasi causa, nuovo infarto, ictus o necessità di un nuovo intervento di rivascolarizzazione per ischemia. Il follow-up medio è stato di quasi 18 mesi, un periodo sufficiente a cogliere differenze cliniche solide tra i due gruppi.

I risultati e cosa cambia per i pazienti

I risultati sono stati presentati alla Hot Line del congresso ESC 2026 di Monaco di Baviera dal professor Simone Biscaglia, responsabile scientifico dello studio. Sono stati pubblicati simultaneamente sul New England Journal of Medicine. I dati sono netti: gli eventi clinici gravi sono scesi dal 13,7% del gruppo guidato dalla sola angiografia all’8,9% del gruppo guidato dalla valutazione funzionale.

La strategia funzionale ha anche ridotto in modo drastico il numero di arterie trattate con angioplastica. Il 51,9% dei vasi non responsabili è stato trattato nel gruppo funzionale, contro il 94,9% del gruppo tradizionale. Meno stent hanno significato anche meno complicanze e minore uso di mezzo di contrasto. L’insieme di danno renale da mezzo di contrasto ed emorragie maggiori è sceso dal 7,1% al 4,6%.

Per i pazienti, il messaggio pratico è semplice. Una valutazione più precisa permette di concentrare gli interventi solo dove servono davvero. Si riducono così i rischi e l’esposizione a procedure invasive, senza rinunciare all’efficacia della cura. Questo approccio potrebbe in futuro entrare nelle linee guida internazionali sulla gestione dell’infarto con più vasi malati.

AIR-STEMI si aggiunge ad altri due studi della stessa rete di ricerca. FIRE, pubblicato nel 2023, riguardava la rivascolarizzazione degli anziani con infarto e malattia multivasale. PIpELINe, del 2025, riguardava invece la riabilitazione cardiologica dopo l’infarto nei pazienti anziani fragili. Sono tre studi della cardiologia emiliano-romagnola arrivati tutti su riviste di primo piano a livello internazionale, a conferma del valore della ricerca indipendente italiana.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Lo STEMI è la forma più grave di infarto: una coronaria si chiude improvvisamente e il muscolo cardiaco resta senza sangue e ossigeno. Richiede un intervento immediato, quasi sempre un’angioplastica primaria per riaprire l’arteria.

L’angioplastica è la procedura che riapre un’arteria coronaria ristretta o chiusa gonfiando un piccolo palloncino. Nella maggior parte dei casi si impianta anche uno stent, una piccola struttura a rete che mantiene l’arteria aperta nel tempo.

La coronarografia mostra quanto un’arteria appare ristretta nell’immagine, ma non dice se quel restringimento ostacoli davvero il flusso di sangue al cuore. Per questo alcuni pazienti rischiano di ricevere stent su arterie che non ne avrebbero bisogno.

È un’analisi computerizzata della coronarografia che stima l’effettivo flusso di sangue in un’arteria. Nello studio, lo stent veniva impiantato solo se questo valore indicava un reale ostacolo al flusso, non solo un restringimento visibile.

Non ancora in modo automatico: si tratta di un singolo studio, per quanto ampio e pubblicato su una rivista autorevole. I risultati potranno però influenzare le prossime linee guida internazionali sulla gestione dell’infarto con più arterie malate. Il cardiologo di riferimento resta l’unica figura in grado di valutare caso per caso.

Articoli correlati

Un altro studio presentato allo stesso congresso ESC 2026 mostra come le statine riducano gli eventi cardiovascolari anche dopo i 70 anni. Leggi l’articolo

Uno studio di Oxford collega la vaccinazione contro l’herpes zoster a un minor rischio di infarto, ictus e demenza. Leggi l’articolo

Come un algoritmo applicato alla mammografia può individuare precocemente ipertensione, infarto e ictus nelle donne. Leggi l’articolo

Fonti

Il lancio dell’agenzia di stampa ANSA sullo studio AIR-STEMI. Leggi l’articolo

Il comunicato ufficiale della Regione Emilia-Romagna, ente coordinatore dello studio. Leggi l’articolo

L’analisi scientifica dei dati clinici presentati al congresso ESC 2026. Leggi l’articolo

Il comunicato ufficiale della Società Europea di Cardiologia sui trial presentati al congresso. Leggi l’articolo

Richiedi informazioni o contatta il Medico

Compilando e inviando il modulo ecconsenti al trattamento dei tuoi dati personali ai sensi del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR).
CONDIVIDI
Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Telegram

LA MAPPA DELLA SALUTE