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Passi al giorno e Alzheimer: cosa dice lo studio su Nature Medicine

Due adulti anziani camminano in un parco mentre la donna controlla il contapassi al polso.

Tremila passi al giorno possono bastare a rallentare il declino cognitivo in chi ha i primi segni biologici dell’Alzheimer? È la domanda che torna al centro dell’attenzione dopo la ripresa di uno studio di Mass General Brigham pubblicato su Nature Medicine. Il lavoro ha seguito quasi trecento persone anziane per oltre dieci anni e suggerisce che camminare ritardi di anni la comparsa dei sintomi. Resta però uno studio osservazionale: aiuta a capire, ma non dimostra una causa.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Lo studio, pubblicato su Nature Medicine il 3 novembre 2025, ha coinvolto 296 persone tra i 50 e i 90 anni senza problemi di memoria all’inizio.
  • I partecipanti sono stati seguiti fino a 14 anni con contapassi, test cognitivi e, in parte, scansioni PET.
  • Tra 3.000 e 5.000 passi al giorno il declino è stato ritardato in media di circa 3 anni; tra 5.000 e 7.500 passi di circa 7 anni.
  • Oltre i 7.500 passi i benefici si sono stabilizzati, e l’effetto è emerso soprattutto in chi aveva livelli elevati di beta-amiloide.
  • Lo studio è osservazionale, quindi non può provare che il movimento sia la causa del rallentamento.

Come è stato condotto lo studio

La ricerca è stata guidata da Wai-Ying Wendy Yau e Jasmeet Chhatwal, neurologi di Mass General Brigham a Boston. I dati provengono dall’Harvard Aging Brain Study, un progetto a lungo termine dedicato ai cambiamenti cerebrali che precedono il declino della memoria.

Hanno partecipato 296 uomini e donne tra i 50 e i 90 anni. All’inizio nessuno aveva seri problemi di memoria, ma una parte presentava livelli elevati di beta-amiloide nel cervello, rilevati con la PET. Questo gruppo è stato il vero oggetto dell’analisi.

All’ingresso nello studio, ogni persona ha indossato per una settimana un dispositivo al polso che misurava i passi giornalieri medi. Poi i ricercatori hanno osservato i partecipanti per un massimo di 14 anni. Ogni anno venivano valutate memoria, pensiero e capacità nelle attività quotidiane, come vestirsi.

Inoltre, più della metà dei volontari si è sottoposta a scansioni PET ripetute. Queste hanno permesso di seguire nel tempo l’andamento della beta-amiloide e della proteina tau, due marcatori centrali della malattia di Alzheimer.

Un aspetto metodologico merita attenzione. Misurare i passi con un dispositivo, invece di affidarsi ai ricordi dei partecipanti, rende i dati più affidabili. Inoltre, la lunga durata del follow-up permette di osservare l’evoluzione della malattia in una fase in cui, di solito, i sintomi non sono ancora evidenti. Tuttavia, il numero di volontari resta relativamente contenuto.

I risultati: tre, cinque o sette anni di vantaggio

Il dato più citato riguarda le soglie di passi. Chi camminava tra 3.000 e 5.000 passi al giorno ha mostrato un declino cognitivo e funzionale ritardato di circa tre anni rispetto ai più sedentari. Con 5.000-7.500 passi il ritardo medio saliva a circa sette anni.

Oltre i 7.500 passi, tuttavia, i benefici sulle capacità cognitive non sono aumentati ulteriormente. Il messaggio pratico è incoraggiante: non serve inseguire cifre enormi, perché già una camminata quotidiana moderata sembra fare la differenza.

Un altro aspetto interessante riguarda il meccanismo. L’attività fisica non è sembrata modificare i livelli di beta-amiloide. Invece, gran parte del vantaggio appare legata a un accumulo più lento di tau, la proteina che forma i grovigli all’interno dei neuroni.

Infatti, nelle persone con beta-amiloide bassa l’effetto del movimento sul declino cognitivo e sulla tau è stato molto più modesto. Secondo gli autori, l’esercizio potrebbe quindi agire in una fase precoce, prima che compaiano i sintomi di perdita di memoria.

Questi numeri vanno letti come medie di gruppo e non come promesse individuali. Ogni persona ha una storia clinica diversa, con fattori genetici, cardiovascolari e di stile di vita che incidono sul rischio. Quello che emerge è una tendenza coerente con altri studi sull’attività fisica, e per questo i ricercatori la considerano un risultato promettente da verificare con studi di intervento.

Limiti dello studio e cosa fare nella pratica

Gli stessi autori e i commentatori ricordano che si tratta di uno studio osservazionale. Non può dimostrare che camminare causi un rallentamento dell’Alzheimer. È possibile, per esempio, che chi sta già peggio tenda a muoversi meno, un fenomeno chiamato causalità inversa.

Inoltre, i risultati riguardano un gruppo specifico, cioè persone con beta-amiloide elevata e senza sintomi. Non è quindi corretto estenderli a tutta la popolazione. L’ipotesi che il movimento migliori il flusso sanguigno e favorisca la rimozione di sostanze dannose dal cervello resta da confermare.

Dal punto di vista pratico, però, camminare di più è raramente una cattiva idea. Fa bene al cuore, al metabolismo e all’umore. Chi è sedentario può iniziare con brevi passeggiate quotidiane e aumentare gradualmente, adattando l’intensità alle proprie condizioni di salute.

Prima di cambiare in modo importante le proprie abitudini, soprattutto in presenza di malattie croniche o dolori articolari, conviene parlarne con il medico. Lo studio non propone una cura. Offre piuttosto un ulteriore motivo per considerare il movimento come parte della prevenzione del declino cognitivo.

Per i caregiver e le famiglie, il dato più utile è forse un altro. Mantenere una routine di movimento regolare, anche semplice, è un obiettivo realistico e a basso costo. Non sostituisce le terapie né i controlli periodici, ma può accompagnarli. Camminare in compagnia, inoltre, favorisce la socialità, che è a sua volta un fattore protettivo per il cervello.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Nello studio, già 3.000-5.000 passi al giorno sono stati associati a un ritardo medio del declino di circa 3 anni, e 5.000-7.500 passi a circa 7 anni. Oltre i 7.500 il beneficio non è aumentato.

Lo studio non lo dimostra. Essendo osservazionale, mostra un’associazione tra più passi e declino più lento nelle persone con beta-amiloide elevata, ma non una relazione di causa ed effetto.

L’effetto protettivo è emerso soprattutto in chi aveva livelli elevati di beta-amiloide. Nelle persone con livelli bassi il movimento ha influito molto meno sul declino cognitivo e sulla tau.

Secondo gli autori, gran parte del beneficio sembrerebbe legata a un accumulo più lento di tau, i grovigli intracellulari associati al declino, più che a una riduzione della beta-amiloide.

No: è stato pubblicato su Nature Medicine il 3 novembre 2025. Torna di attualità perché è stato ripreso di recente da alcune testate di divulgazione scientifica.

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Fonti

Sintesi dello studio con dati su soglie di passi, follow-up e limiti. Apri la fonte

Comunicato del 4 novembre 2025 sullo studio su attività fisica e Alzheimer. Apri la fonte

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