Un nuovo studio pubblicato su Immunity ha analizzato circa 12,4 milioni di cellule immunitarie del sangue di oltre 2.600 adulti. I ricercatori hanno individuato un indicatore dell’invecchiamento del sistema immunitario: il rapporto tra due tipi di linfociti T che producono granzima K e granzima B. Chi ha più cellule con granzima B sembra invecchiare in modo meno sano e, nei dati della UK Biobank, mostra un rischio maggiore di morte e di malattie croniche a distanza di dieci anni. La notizia è stata ripresa da ANSA e da diverse testate scientifiche internazionali. Per ora si tratta di un’associazione, non di un test già disponibile.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio, pubblicato su Immunity il 9 ottobre 2026, ha analizzato circa 12,4 milioni di cellule immunitarie di 2.609 adulti tra 20 e oltre 90 anni.
- Il rapporto tra linfociti T che producono granzima K e granzima B indica se il sistema immunitario invecchia in modo sano.
- Nei dati della UK Biobank, un profilo dominato dalla granzima B si associa a più rischio di morte dopo dieci anni.
- Lo stesso profilo si associa a più diabete di tipo 2, ipertensione e malattie di fegato e reni.
- Si tratta di un’associazione: il test del sangue è in sviluppo e non è ancora disponibile in clinica.
Che cosa ha scoperto lo studio su Immunity
Lo studio, pubblicato il 9 ottobre 2026 sulla rivista Immunity, è frutto della collaborazione tra la Washington University di St. Louis, il King’s College di Londra e il Nationwide Children’s Hospital di Columbus, in Ohio. Il gruppo ha raccolto campioni di sangue di 2.609 adulti, per lo più sani, con un’età compresa tra 20 e oltre 90 anni. I dati provengono da otto coorti distribuite tra Nord America, Regno Unito, Asia e Australia.
Per ogni campione i ricercatori hanno analizzato le singole cellule immunitarie, arrivando a un totale di circa 12,4 milioni di cellule. Questo approccio, detto analisi a singola cellula, permette di vedere quali tipi di cellule sono presenti e quali molecole producono. Si ottiene così una mappa del sistema immunitario lungo tutto l’arco della vita.
Dalla mappa emerge un quadro noto, ma ora più dettagliato. Nei giovani prevalgono le cellule naïve, cioè quelle che non hanno ancora incontrato un agente patogeno. Con l’età il sistema immunitario diventa più eterogeneo e aumentano le cellule legate all’infiammazione. Non tutte le persone invecchiano allo stesso modo: a parità di anni, il profilo immunitario può essere molto diverso.
È proprio questa variabilità che interessa agli autori. Maxim Artyomov, della Washington University, e gli altri coordinatori hanno cercato un indicatore capace di distinguere un invecchiamento sano da uno a rischio.
Granzima K e granzima B: perché il rapporto conta
Il sistema immunitario è la rete di cellule e molecole che difende l’organismo da virus, batteri e cellule anomale. Con gli anni la sua efficienza cala, un processo chiamato immunosenescenza, che aumenta la vulnerabilità alle infezioni e alle malattie croniche.
L’indicatore individuato riguarda una sottopopolazione di linfociti T CD8 di memoria effettrice. Queste cellule hanno un ruolo di difesa e possono produrre due enzimi: la granzima B e la granzima K. La granzima B distrugge direttamente le cellule malate o infettate. La granzima K è meno studiata e sembra contribuire a dare l’allarme e a richiamare altre risposte immunitarie.
Secondo lo studio, in un sistema immunitario che invecchia in modo sano aumentano nel tempo le cellule che producono granzima K. Una prevalenza di cellule con granzima B indica invece un invecchiamento meno favorevole. Alcune persone raggiungono questo squilibrio prima di altre, e in loro il sistema immunitario sembra invecchiare più in fretta.
Per capire se il rapporto avesse un valore predittivo, il gruppo ha applicato un modello computazionale ai dati della UK Biobank, con circa 50.000 partecipanti seguiti fino a 15 anni. Chi all’inizio mostrava un profilo dominato dalla granzima B aveva, dopo un decennio, un rischio di morte più alto. Lo stesso gruppo aveva anche più probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, ipertensione, malattie del fegato e dei reni.
Marina Terekhova, prima autrice, ha chiarito che non si tratta di una diagnosi di malattia. Il rapporto può però indicare che l’organismo sta andando fuori rotta. Un segnale di questo tipo, se confermato, potrebbe emergere anni prima dei sintomi.
Limiti dello studio e cosa cambia per i pazienti
Come sottolineano gli stessi autori, lo studio mostra un’associazione e non un rapporto di causa ed effetto. Non sappiamo ancora se riequilibrare il rapporto tra le due cellule possa cambiare il destino di una persona. Servono studi di conferma e, in prospettiva, sperimentazioni su interventi mirati.
C’è poi un limite tecnico. La UK Biobank non conteneva i conteggi delle cellule CD8, quindi il profilo è stato stimato con un modello addestrato su un dataset più piccolo. Inoltre i partecipanti erano in prevalenza adulti sani, e non è chiaro quanto i risultati valgano per altre popolazioni o per chi ha già una malattia.
Le analisi a singola cellula richiedono oggi tecnologie complesse e costose, non adatte a un controllo di routine. I ricercatori stanno sviluppando un esame del sangue più semplice, eseguibile con attrezzature standard, da usare nella prevenzione. Al momento, però, non esiste un test disponibile in clinica.
Gli autori ricordano inoltre che la ricerca è ancora in una fase iniziale. Prima di pensare a un uso clinico serviranno altri campioni, altre popolazioni e un confronto diretto con i test oggi utilizzati dai medici.
Per chi legge, il messaggio pratico resta quello di sempre: uno stile di vita attivo, un’alimentazione equilibrata, il controllo di pressione e glicemia e le visite periodiche indicate dal medico. Questa ricerca apre una strada interessante, ma non cambia oggi le raccomandazioni per la prevenzione. Chi ha dubbi sul proprio stato di salute deve rivolgersi al medico di famiglia.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
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Fonti
Notizia dell’agenzia ANSA del 20 ottobre 2026. Vai alla fonte
Comunicato dell’università che ha guidato lo studio. Vai alla fonte
Sintesi dello studio su News-Medical. Vai alla fonte
Approfondimento su Genetic Engineering & Biotechnology News. Vai alla fonte




