Dossier Salute

Vitamina D3 e tumore del colon-retto: lo studio SOLARIS smentisce le alte dosi

Ricercatrice analizza integratori di vitamina D3 accanto a un modello anatomico del colon in un laboratorio oncologico.

Una speranza nata nel 2019 e coltivata per anni nell’oncologia del colon-retto si è appena ridimensionata sotto il peso dei dati. Lo studio di fase 3 SOLARIS è stato pubblicato il 3 agosto 2026 su JAMA ed è stato ripreso da testate come Medical News Today, AJMC e Pharmacy Times. Ha testato la vitamina D3 ad alte dosi come supporto alla chemioterapia in 455 pazienti con tumore del colon-retto metastatico. Il risultato non conferma quanto suggerito da uno studio precedente più piccolo. La sopravvivenza libera da progressione non migliora infatti in modo significativo rispetto alla dose standard. Un segnale positivo emerge solo in un sottogruppo specifico di pazienti, e resta da confermare. La notizia riguarda milioni di persone, perché la vitamina D è tra gli integratori più diffusi e spesso proposta come alleata contro il cancro.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Lo studio di fase 3 SOLARIS (Alliance A021703), pubblicato su JAMA il 3 agosto 2026, ha coinvolto 455 pazienti con tumore del colon-retto metastatico non trattato in precedenza.
  • I pazienti hanno ricevuto vitamina D3 ad alta dose (8.000 UI al giorno per 14 giorni, poi 4.000 UI al giorno) oppure a dose standard (400 UI al giorno), insieme a chemioterapia e bevacizumab.
  • La sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 11,8 mesi nel gruppo ad alta dose contro 10,3 mesi nel gruppo a dose standard: una differenza non statisticamente significativa.
  • Non sono emerse differenze significative nemmeno nella sopravvivenza globale o nel tasso di risposta al trattamento tra i due gruppi.
  • Un beneficio è stato osservato solo nei pazienti con tumore primario nel colon sinistro, un dato definito “esplorativo” dagli stessi autori dello studio.

Il tumore del colon-retto metastatico e la speranza della vitamina D

Il tumore del colon-retto è tra i più diffusi al mondo. Se diagnosticato in fase iniziale, la sopravvivenza a 5 anni supera il 90%. Nella forma metastatica, quando la malattia si è già diffusa oltre l’intestino, la prognosi cambia radicalmente. Solo il 14% circa dei pazienti supera i 5 anni dalla diagnosi.

Da anni la ricerca esplora il ruolo della vitamina D come possibile alleata nel rallentare la progressione della malattia. L’interesse nasce da un piccolo studio di fase 2, chiamato SUNSHINE, pubblicato nel 2019. In quella sperimentazione, 139 pazienti erano stati trattati con vitamina D3 ad alte dosi insieme alla chemioterapia. Avevano mostrato una sopravvivenza libera da progressione migliore rispetto a chi riceveva la dose standard: 13 mesi contro 11.

Quel risultato aveva acceso l’attenzione della comunità oncologica, perché la vitamina D è economica, sicura e già ampiamente diffusa come integratore. Se confermato su larga scala, avrebbe potuto diventare un supporto a basso costo per migliaia di pazienti con tumore avanzato.

Per questo il gruppo Alliance for Clinical Trials in Oncology ha lanciato SOLARIS, uno studio di fase 3 molto più ampio. È stato condotto in 151 centri oncologici statunitensi tra il 2019 e il 2022. L’obiettivo era verificare se i risultati incoraggianti di SUNSHINE reggessero anche su una popolazione più numerosa. È l’unico modo per trasformare un’ipotesi promettente in una raccomandazione clinica affidabile.

I risultati di SOLARIS: nessun beneficio, salvo un’eccezione

Nello studio SOLARIS sono stati arruolati 455 pazienti con tumore del colon-retto metastatico non ancora trattato. Metà del gruppo ha ricevuto vitamina D3 ad alta dose, l’altra metà la dose standard. Entrambe le dosi sono state date in aggiunta alla chemioterapia (FOLFOX o FOLFIRI) e al farmaco biologico bevacizumab.

Dopo un follow-up mediano di 20 mesi, i ricercatori hanno confrontato la sopravvivenza libera da progressione tra i due gruppi. Il risultato: 11,8 mesi per chi aveva assunto l’alta dose, contro 10,3 mesi per il gruppo a dose standard. La differenza non ha raggiunto la significatività statistica.

Anche altri due indicatori chiave sono risultati sovrapponibili tra i gruppi: il tasso di risposta al trattamento (51% contro 44%) e la sopravvivenza globale mediana (25,6 contro 27 mesi). Aggiungere vitamina D3 ad alte dosi alla terapia standard non ha quindi cambiato in modo misurabile il decorso della malattia per la maggior parte dei pazienti.

Un’eccezione riguarda un sottogruppo specifico: i pazienti con tumore primario localizzato nel colon sinistro. In questo gruppo, la sopravvivenza libera da progressione con l’alta dose è salita a 13,8 mesi, contro 10,2 mesi con la dose standard. Gli autori dello studio, guidati da Kimmie Ng del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, hanno definito questo dato “generatore di ipotesi”. Non è ancora un risultato sufficiente per cambiare la pratica clinica: servono nuovi studi mirati a confermarlo.

Sul piano della sicurezza, gli effetti avversi gravi sono risultati comparabili tra i due gruppi. I casi di ipercalcemia, il rischio principale legato a dosi elevate di vitamina D, sono rimasti rari in entrambi i bracci dello studio, e l’aderenza alla supplementazione ha superato il 96% in entrambi i gruppi.

Cosa cambia per i pazienti e per la ricerca

Perché SOLARIS non ha confermato i risultati di SUNSHINE? Gli autori indicano alcune possibili spiegazioni. Nel nuovo studio i pazienti avevano livelli basali di vitamina D più alti, in media 21,8 ng/mL, rispetto a quelli arruolati in SUNSHINE, fermi a 17,6 ng/mL: chi parte da valori più bassi tende a rispondere meglio alla supplementazione. Anche il gruppo a dose standard ha visto aumentare i propri livelli di vitamina D durante il trattamento, riducendo così la differenza reale tra i due bracci.

Per gli esperti non coinvolti nello studio, come il chirurgo colorettale Ketan Thanki, un risultato negativo come questo ha comunque un valore clinico importante. Evita che si diffonda una pratica non supportata da prove solide e indirizza le risorse della ricerca verso ipotesi più promettenti.

Cosa significa per chi convive oggi con un tumore del colon-retto metastatico? Che l’integrazione di vitamina D3 ad alte dosi non va considerata, al momento, uno standard di cura per rallentare la malattia. Resta invece raccomandabile mantenere livelli adeguati di vitamina D per la salute generale, specialmente durante la chemioterapia, sempre su indicazione del proprio oncologo.

Lo studio conferma anche un principio più ampio della medicina basata sulle prove. Molte terapie che sembrano promettenti nei piccoli studi preliminari non reggono quando vengono testate su numeri più grandi. Solo la sperimentazione su larga scala permette di distinguere un’osservazione incoraggiante da un beneficio reale e riproducibile.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

La vitamina D3 (colecalciferolo) è la forma di vitamina D prodotta dalla pelle grazie all’esposizione al sole e assunta anche con l’alimentazione o gli integratori. Studi di laboratorio e osservazionali avevano suggerito un possibile effetto antinfiammatorio e immunomodulante utile nel rallentare la crescita di alcuni tumori, tra cui il colon-retto.

No. Lo studio dimostra che l’aggiunta di vitamina D3 ad alte dosi alla chemioterapia standard non migliora in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione o quella globale. Mantenere livelli adeguati di vitamina D resta comunque importante per la salute generale, ma va gestito con il proprio medico, non come terapia antitumorale.

Il gruppo ad alta dose ha ricevuto 8.000 UI al giorno per i primi 14 giorni, poi 4.000 UI al giorno. Il gruppo a dose standard ha ricevuto 400 UI al giorno per tutta la durata del trattamento, insieme alla chemioterapia e al bevacizumab.

SUNSHINE era uno studio di fase 2 con soli 139 pazienti, un campione più piccolo e con livelli basali di vitamina D più bassi rispetto ai partecipanti di SOLARIS. Campioni ridotti possono produrre risultati che non si confermano quando lo studio viene ripetuto su una popolazione più ampia, come è successo in questo caso.

Nello studio SOLARIS gli effetti avversi gravi sono stati comparabili tra i due gruppi e i casi di ipercalcemia, il principale rischio delle dosi elevate, sono rimasti rari. Va comunque assunta sotto controllo medico, soprattutto durante trattamenti oncologici, per evitare interazioni o dosaggi inappropriati.

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Fonti

L’articolo originale pubblicato su JAMA il 3 agosto 2026 con i risultati completi del trial randomizzato di fase 3. Leggi lo studio

L’approfondimento di Medical News Today sui risultati dello studio e le implicazioni cliniche, con il commento della ricercatrice Kimmie Ng. Leggi l’articolo

L’analisi di AJMC sul mancato miglioramento della sopravvivenza libera da progressione nel trial di fase 3. Leggi l’articolo

La copertura di Pharmacy Times sui risultati dello studio e sulle implicazioni per la pratica clinica. Leggi l’articolo

La scheda ufficiale dello studio SOLARIS (NCT04094688) su ClinicalTrials.gov, con dettagli su disegno, criteri di arruolamento ed esiti. Leggi la scheda

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