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Stessa malattia, cure diverse: lo studio che svela il divario tra uomini e donne

Medici confrontano i percorsi terapeutici di una donna e di un uomo con la stessa malattia.

Una donna ed un uomo con la stessa diagnosi non ricevono sempre le stesse cure. Lo dimostra una revisione dell’Università di St. Andrews, che ha passato al setaccio oltre mille studi scientifici. In 33 casi su 38 analizzati nel dettaglio, le donne hanno ricevuto cure meno intensive: meno chirurgia, meno stent, meno antidolorifici potenti. Il fenomeno attraversa cardiologia, chirurgia, trapianti e pronto soccorso, e quasi mai trova spiegazione nelle linee guida cliniche. Pubblicata il 16 settembre 2026 su PLOS One, la ricerca riapre un dibattito che riguarda milioni di pazienti.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Una revisione dell’Università di St. Andrews ha esaminato 1.112 studi scientifici. Ne ha isolati 38 che confrontano direttamente le cure ricevute da uomini e donne con la stessa condizione.
  • In 33 di questi 38 studi le donne hanno ricevuto trattamenti meno intensivi degli uomini: meno chirurgia, meno stent, meno antidolorifici potenti.
  • Il divario è coerente in cardiologia, chirurgia, trapianti e pronto soccorso, e resiste quasi sempre alle correzioni statistiche.
  • Quasi nessuno degli studi analizzati cita una linea guida che giustifichi trattamenti diversi in base al sesso: la causa resta da chiarire.
  • I ricercatori vogliono ora verificare se lo stesso divario si riproduce nelle risposte dei sistemi di intelligenza artificiale addestrati su questi dati.

Un’analisi su oltre mille studi: cosa ha trovato la ricerca

Il team della School of Medicine dell’Università di St. Andrews è partito da una domanda semplice. A parità di malattia, uomini e donne ricevono davvero le stesse cure? A guidarlo sono stati la dottoressa Miriam Veenhuizen e il dottor Andrew O’Malley. Per rispondere, i ricercatori hanno passato al setaccio 1.112 studi scientifici pubblicati. Cercavano i lavori che confrontassero in modo diretto i trattamenti offerti a pazienti dei due sessi con la stessa diagnosi. Si tratta di una scoping review, un tipo di analisi che non produce un singolo dato aggregato. Mappa invece quanto la letteratura scientifica sa già su un tema specifico.

Il punto di partenza era un sospetto diffuso da tempo tra i clinici. Le decisioni terapeutiche, cioè, non sarebbero sempre neutre rispetto al sesso del paziente. Mancava però un quadro complessivo capace di mettere insieme le prove sparse tra discipline diverse. La revisione prova a colmare proprio questo vuoto, offrendo per la prima volta una fotografia trasversale del fenomeno.

Alla fine sono rimasti 38 studi, i soli che analizzavano cartelle cliniche reali. Gli altri si basavano su semplici opinioni o percezioni soggettive. In 33 di questi 38 lavori è emersa una differenza significativa nel trattamento ricevuto da uomini e donne. Le donne risultano meno spesso indirizzate verso la cosiddetta “gestione attiva”: interventi chirurgici, stent o antidolorifici potenti. Il dato più sorprendente, secondo i ricercatori, non è la direzione del fenomeno, già nota da tempo. È piuttosto la sua coerenza: si ripete quasi identico in ambiti clinici molto diversi tra loro, dal cuore ai reni.

Cardiologia, Parkinson, trapianti: dove si vede di più

Il divario emerge con particolare chiarezza in cardiologia. Le donne con infarto, scompenso cardiaco o aritmie vengono trattate più spesso con farmaci. Gli uomini, invece, ricevono più frequentemente un bypass coronarico, uno stent o un altro intervento chirurgico. Uno degli studi analizzati ha rilevato un dato preciso. Quando i team che decidono chi riceve una terapia avanzata per lo scompenso cardiaco funzionano male, le donne hanno meno probabilità di essere selezionate per quella cura.

Il fenomeno non si limita al cuore. Gli uomini con Parkinson ricevono più spesso la stimolazione cerebrale profonda. I pazienti uomini con malattie del fegato hanno maggiori probabilità di ricevere un trapianto. Le donne con patologie renali, invece, restano più a lungo con un catetere prima di un trattamento definitivo. Anche nella gestione del dolore le donne ricevono meno spesso oppioidi. Secondo il dottor O’Malley, altri lavori mostrano che i medici attribuiscono più spesso i sintomi femminili all’ansia. Commettono così più errori diagnostici, anche quando gli esami di laboratorio risultano positivi.

Le possibili cause e cosa può cambiare

Perché succede? Una spiegazione plausibile riguarda la storia della ricerca clinica. Fino a pochi decenni fa le donne erano sottorappresentate negli studi sui farmaci e sui dispositivi medici. Il motivo erano spesso timori legati a gravidanza e variabilità ormonale. Molte linee guida attuali si basano quindi soprattutto su dati raccolti su pazienti uomini. Vengono però applicate indistintamente a entrambi i sessi nella pratica clinica quotidiana.

La dottoressa Veenhuizen segnala anche uno squilibrio nell’attenzione scientifica riservata al tema. Nello stesso periodo analizzato, 551 studi hanno esaminato la disparità di genere tra medici e altri professionisti sanitari. Solo 41, invece, si sono occupati di cosa succede realmente ai pazienti. Colpisce la sproporzione: si studia più la carriera di chi cura che l’esperienza di chi viene curato.

Guardando al futuro, i ricercatori intendono verificare se lo stesso schema si riproduca nelle risposte dell’intelligenza artificiale generativa. Questi sistemi sono addestrati proprio su questa letteratura scientifica e su cartelle cliniche reali. Se il divario fosse presente anche negli algoritmi usati in corsia, il rischio sarebbe concreto. Le disuguaglianze potrebbero amplificarsi su larga scala, invece di essere corrette dalla tecnologia. Non a caso la pubblicazione ha già acceso il dibattito tra clinici e associazioni per la salute femminile. Chiedono controlli più sistematici sulle decisioni terapeutiche prese ogni giorno negli ospedali.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Su 38 studi che confrontano le cure ricevute da uomini e donne con la stessa diagnosi, in 33 casi le donne hanno ricevuto trattamenti meno intensivi: meno chirurgia, meno stent, meno antidolorifici potenti.

Non necessariamente. I ricercatori sottolineano che quasi nessuno degli studi analizzati collega le differenze a una scelta clinica documentata: la causa resta da chiarire e potrebbe includere pregiudizi inconsapevoli o linee guida basate su dati storicamente maschili.

Cardiologia, chirurgia, medicina dei trapianti e pronto soccorso mostrano il pattern più coerente, con esempi che vanno dallo scompenso cardiaco al Parkinson, dai trapianti di fegato alla gestione del dolore.

Perché fino a pochi decenni fa le donne erano sottorappresentate negli studi clinici su farmaci e dispositivi medici. Molte raccomandazioni attuali si basano quindi soprattutto su dati raccolti su pazienti uomini.

I ricercatori vogliono verificare se lo stesso divario si riproduce nelle risposte dei sistemi di intelligenza artificiale generativa, addestrati su questa letteratura e sulle cartelle cliniche, per capire se il rischio è un’amplificazione su larga scala.

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Fonti

Il comunicato ufficiale con le dichiarazioni complete dei ricercatori che hanno guidato lo studio. Leggi la fonte

L’approfondimento di News-Medical.net, testata scientifica internazionale, con la citazione completa dello studio pubblicato su PLOS One. Leggi la fonte

La copertura di Clinical Services Journal, rivista britannica dedicata ai servizi clinici, con esempi concreti tratti dagli studi analizzati nella revisione. Leggi la fonte

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