Il long COVID colpisce meno persone con le varianti più recenti, ma per alcune i sintomi durano anni. Lo dice uno studio dell’Università di Hiroshima, pubblicato su PLOS ONE, che ha seguito 2.689 persone fino a oltre due anni dall’infezione. I dati cambiano molto tra adulti e bambini.
di Lavinia Giganti | Giornalista| DossierSalute
In sintesi
- Il long COVID è la persistenza di sintomi dopo l’infezione da SARS-CoV-2, anche per mesi o anni.
- Lo studio PLOS ONE ha seguito 2.689 persone in Giappone, 1.524 adulti e 1.165 bambini.
- A sei mesi, gli adulti con sintomi erano il 47% con Delta e circa il 21% con Omicron 2024.
- A due anni, i sintomi persistevano in circa il 20% degli adulti pre-Omicron e nel 10% con Omicron.
Long COVID: cosa ha osservato lo studio di Hiroshima
Il long COVID, chiamato anche condizione post-COVID-19, è la presenza di sintomi che restano o compaiono dopo l’infezione da SARS-CoV-2. I più frequenti sono stanchezza, difficoltà di concentrazione e problemi respiratori. Quanto durino davvero resta una domanda aperta per milioni di persone.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive la condizione post-COVID-19 come un insieme di sintomi che compaiono di solito entro tre mesi dall’infezione. Durano almeno due mesi e non si spiegano con altre diagnosi. La definizione è volutamente ampia. Per questo servono studi che seguano le persone per molto tempo.
Una risposta parziale arriva da una ricerca giapponese. Il lavoro è stato pubblicato l’8 maggio 2026 su PLOS ONE. Il titolo originale è «Differences in the long-term course of post-COVID-19 symptoms in adults and children across epidemic periods». La prima firma è Aya Sugiyama, dell’Università di Hiroshima.
Si tratta di uno studio di coorte retrospettivo, cioè basato su un gruppo di persone seguite nel tempo e analizzate a posteriori. Hanno partecipato 2.689 persone con una diagnosi di COVID-19 tra marzo 2020 e giugno 2024. Gli adulti erano 1.524 e i bambini 1.165. L’età media era di circa 32 anni.
I ricercatori hanno usato questionari sulla durata di 13 sintomi. Hanno poi confrontato cinque periodi epidemici. Sono il ceppo originale, Alpha, Delta, Omicron nel 2022 e Omicron nel 2024. Il confronto permette di capire se il rischio cambia con le varianti.
Il campione proviene da istituzioni mediche della prefettura di Hiroshima. Tutti i partecipanti sono giapponesi. Questo conta molto per chi legge i risultati in Italia, perché i dati non sono automaticamente trasferibili ad altre popolazioni.
Adulti e bambini: i numeri sui sintomi persistenti
I numeri più chiari riguardano gli adulti. Dopo sei mesi dall’infezione, avevano ancora sintomi il 47% delle persone infettate nel periodo Delta. Con Omicron nel 2022 la quota scendeva al 23%. Con Omicron nel 2024 era del 21%.
Il tempo non cancella tutto. A due anni dall’infezione, circa il 20% degli adulti contagiati prima di Omicron riferiva ancora sintomi. Tra quelli infettati durante Omicron la quota era circa del 10%. Sono stime, non certezze, e gli autori stessi le definiscono come possibili limiti superiori.
I bambini hanno mostrato un andamento molto diverso. A sei mesi, la frequenza dei sintomi era circa da un quarto a un terzo di quella degli adulti. Non sono emerse differenze rilevanti tra le sottovarianti di Omicron. A due anni, i sintomi persistevano nel 4,1% dei bambini infettati con Delta e nell’1,9% con Omicron 2022.
Un’analisi statistica ha confrontato la probabilità di risoluzione dei sintomi nel tempo. Il rapporto di rischio, o hazard ratio, era 0,79 per Delta, indice di recupero più lento. Era invece 1,24 per Omicron 2022 e 1,30 per Omicron 2024, valori che indicano una guarigione più rapida. Anche un’età fino a 12 anni è risultata associata a un recupero più veloce.
Il rapporto di rischio è un indice statistico che confronta due gruppi. Se vale meno di 1, il recupero del gruppo avviene più lentamente. Se supera 1, avviene più in fretta. I valori vanno letti con prudenza. Descrivono una tendenza di gruppo e non il destino di una singola persona.
Dai dati disponibili non emerge un quadro uniforme. La gravità dell’impatto sulla vita quotidiana è diversa dalla semplice presenza di sintomi. Per questo i ricercatori hanno raccolto anche informazioni sull’interferenza con le attività di tutti i giorni.
Cosa cambia per i pazienti e quali sono i limiti
Per chi convive con sintomi persistenti, i dati offrono una prospettiva cauta. In molti casi il quadro tende a migliorare nel tempo. Una parte di persone però continua ad avere disturbi anche dopo due anni. Chi si riconosce in questa situazione deve rivolgersi al proprio medico o a un centro specializzato.
Lo studio ha limiti importanti, dichiarati dagli stessi autori. Le persone con sintomi persistenti potrebbero aver risposto più volentieri ai questionari. Questo può gonfiare le percentuali. Per questo le stime vanno lette come possibili massimi e non come prevalenza esatta nella popolazione.
I sintomi e la loro durata sono stati riferiti dai partecipanti, dunque si basano sul ricordo. Per i bambini hanno risposto i genitori, e alcuni disturbi, come la stanchezza, possono sfuggire. I periodi epidemici sono stati assegnati sulla base dei dati di sorveglianza della popolazione e non del sequenziamento del virus di ogni persona.
Mancano poi alcune informazioni. Il ruolo della vaccinazione non è stato valutato nel dettaglio. Le reinfezioni e le altre malattie intercorrenti non sono state del tutto considerate. Il numero di bambini infettati nelle prime fasi della pandemia è piccolo.
Un altro aspetto da non trascurare riguarda la popolazione. Molti partecipanti sono stati infettati quando i vaccini non erano ancora diffusi. Oggi il quadro immunitario delle persone è diverso, per via di vaccinazioni e reinfezioni. Le stime del passato non descrivono quindi in modo perfetto la situazione attuale.
Gli autori hanno messo a disposizione i dati aggregati e il codice di analisi in un archivio pubblico, e questo aiuta altri gruppi a verificare i risultati. Il prossimo passo sarà confrontare questi numeri con quelli di altri Paesi. Solo studi simili in popolazioni diverse diranno quanto il quadro giapponese valga anche per l’Italia.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
È la presenza di sintomi che persistono o compaiono dopo l’infezione da SARS-CoV-2. I più comuni sono stanchezza, difficoltà di concentrazione e problemi respiratori. La diagnosi spetta al medico.
Dipende da età e variante. A due anni, circa il 20% degli adulti infettati prima di Omicron e il 10% con Omicron riferiva ancora sintomi. Sono stime con possibili distorsioni.
No. A sei mesi i sintomi erano circa da un quarto a un terzo rispetto agli adulti. A due anni persistevano nel 4,1% dei bambini con Delta e nell’1,9% con Omicron 2022.
Nei dati giapponesi sì. A sei mesi gli adulti con sintomi erano il 47% con Delta e circa il 21% con Omicron 2024. Il rischio non è comunque zero.
Sono utili ma con limiti. I sintomi sono autoriferiti, il campione è giapponese e proviene da una sola area. I risultati vanno confermati da altri studi.
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Fonti
PLOS ONE 21(5): e0348954, 2026. https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0348954
PLOS ONE, 2026. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0348954




