Per anni i cibi ultraprocessati sono stati tra i principali sospettati del tumore del colon. Un nuovo studio del National Cancer Institute statunitense, condotto su 461.682 adulti e pubblicato su PLOS Medicine, ridimensiona il sospetto. Chi ne mangiava di più non si è ammalato più spesso di chi ne mangiava meno. Tra cibi ultraprocessati e tumore del colon, però, il rapporto dipende molto da cosa finisce nel carrello. Cereali e pane vanno in una direzione, la carne ricostituita nell’altra.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio, pubblicato il 15 ottobre 2026 su PLOS Medicine, ha seguito 461.682 adulti tra i 50 e i 71 anni per una mediana di 18,8 anni.
- Il consumo totale di cibi ultraprocessati non è risultato associato all’incidenza del tumore del colon-retto.
- Cereali da colazione, pane, dessert congelati e bevande a base di latte erano legati a un rischio più basso, dal 9% al 18%.
- Carne e pesce ricostituiti erano invece associati a un rischio più alto del 10%.
- Sostituire il 10% degli ultraprocessati con cibi poco lavorati era associato a un rischio inferiore del 2%.
Cibi ultraprocessati e tumore del colon: cosa dice lo studio NCI
La ricerca è firmata da un gruppo del National Cancer Institute (NCI), che fa parte dei National Institutes of Health statunitensi. A guidarla è stata l’epidemiologa Erikka Loftfield. I dati vengono dal NIH-AARP Diet and Health Study, una grande coorte avviata tra il 1995 e il 1996. Ne facevano parte 461.682 persone senza tumore all’ingresso: 274.269 uomini e 187.413 donne, tra i 50 e i 71 anni.
All’inizio ognuno ha compilato un questionario sulla frequenza dei consumi alimentari. I ricercatori hanno poi classificato gli alimenti in base al grado di lavorazione. In mediana, gli ultraprocessati fornivano il 43% dell’energia giornaliera. Il follow-up è durato fino al 2018, con una mediana di 18,8 anni. In questo periodo sono stati diagnosticati 10.075 tumori del colon-retto: 4.787 nel colon prossimale, 2.633 nel colon distale e 2.389 nel retto.
Il risultato principale sorprende, almeno chi segue il tema da qualche anno. Il quinto dei partecipanti che ne mangiava di più è stato confrontato con il quinto che ne mangiava di meno. Il rischio era praticamente lo stesso: il rapporto di rischio era 0,97, con un intervallo di confidenza tra 0,91 e 1,03. È una differenza compatibile con il caso. “Non abbiamo osservato un’associazione tra l’assunzione totale di cibi ultraprocessati e l’incidenza del tumore del colon-retto”, ha dichiarato Loftfield.
Non è un dettaglio da poco. Secondo i CDC, citati da Healthline, negli Stati Uniti gli ultraprocessati coprono più della metà delle calorie consumate dagli adulti.
Non tutti gli ultraprocessati sono uguali
Le cose si complicano quando si guarda dentro la categoria, che è enorme. Marissa Shams-White, dell’American Cancer Society, ha ricordato a Healthline che include “una gamma molto ampia di alimenti e bevande”. Ci finiscono insieme il pancarré e i würstel.
Tra chi ne consumava di più, i cereali da colazione erano associati a un rischio di tumore del colon-retto più basso del 16%. Per il pane la riduzione era del 9%. Per i dessert congelati e le bevande a base di latte arrivava al 18%. Carne e pesce ricostituiti andavano nella direzione opposta, con un rischio più alto del 10%.
Una spiegazione possibile sta in cosa portavano, concretamente, questi prodotti nella dieta. In questa coorte gli ultraprocessati fornivano l’82,8% dei cereali integrali consumati. Coprivano anche il 33,5% della fibra, il 31,7% del calcio e il 23,5% dei latticini. Nello studio, una quota maggiore di questi nutrienti da fonti ultraprocessate era legata a un’incidenza più bassa. Dagli stessi prodotti, però, arrivava anche il 74,3% della carne lavorata. E la carne da fonti ultraprocessate era legata a un’incidenza più alta.
Ketan Thanki, del MemorialCare Todd Cancer Institute, l’ha riassunto così a Healthline: “Un cereale integrale e un hot dog sono entrambi ultraprocessati, ma spingono il rischio in direzioni opposte”.
Lo stesso Thanki ha aggiunto che un cibo non è buono o cattivo solo perché è ultraprocessato. Per chi legge le etichette al supermercato, è un modo diverso di guardare allo scaffale: conta meno l’etichetta di categoria, conta di più cosa c’è dentro.
I limiti dello studio e cosa cambia a tavola
Gli autori stessi elencano diversi limiti. Lo studio è osservazionale: mostra associazioni, ma non dimostra che un alimento causi o prevenga il tumore. I partecipanti erano in gran parte statunitensi bianchi e anziani. I risultati, quindi, potrebbero non valere allo stesso modo per gli adulti più giovani o per popolazioni più diverse.
La dieta, poi, è stata misurata una sola volta, all’inizio. Le abitudini dei decenni successivi non sono state registrate. Nel frattempo l’offerta di ultraprocessati è cresciuta, e il consumo reale potrebbe essere stato sottostimato. Healthline ricorda anche che altri lavori vanno in direzione diversa. Uno studio del 2022 sul BMJ aveva collegato un consumo elevato a un rischio maggiore negli uomini. Uno del 2025 aveva fatto lo stesso nelle donne sotto i 50 anni.
Il tema resta delicato. L’American Cancer Society stima per il 2026, negli Stati Uniti, circa 108.000 nuovi casi di tumore del colon e quasi 50.000 del retto. Sotto i 50 anni è oggi la prima causa di morte per cancro tra gli adulti statunitensi.
Lo studio, insomma, non assolve gli ultraprocessati in blocco. Nell’analisi di sostituzione, rimpiazzare il 10% del loro peso con cibi poco lavorati era associato a un rischio più basso del 2%. Negli Stati Uniti l’American Cancer Society raccomanda di iniziare lo screening a 45 anni per chi ha un rischio nella media.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
No. Dice che, in questa coorte di adulti statunitensi tra i 50 e i 71 anni, il consumo totale di ultraprocessati non era associato a un rischio diverso di tumore del colon-retto. Dentro la categoria, però, alcuni prodotti erano legati a un rischio più basso e altri a uno più alto. E lo studio è osservazionale: non dimostra rapporti di causa ed effetto.
Carne e pesce ricostituiti. Confrontando chi ne mangiava di più con chi ne mangiava di meno, il rischio di tumore del colon-retto era più alto del 10%. Da fonti ultraprocessate arrivava anche il 74,3% della carne lavorata consumata dai partecipanti.
Gli autori lo collegano a ciò che questi prodotti portavano nella dieta. Nella coorte fornivano l’82,8% dei cereali integrali, il 33,5% della fibra, il 31,7% del calcio e il 23,5% dei latticini. Cereali da colazione, pane, dessert congelati e bevande a base di latte erano associati a un rischio più basso, dal 9% al 18%.
461.682 adulti statunitensi senza tumore all’inizio, 274.269 uomini e 187.413 donne, arruolati nel NIH-AARP Diet and Health Study tra il 1995 e il 1996. Sono stati seguiti fino al 2018, con una mediana di 18,8 anni. Nel periodo ci sono stati 10.075 casi di tumore del colon-retto.
Non è detto. I partecipanti erano in gran parte anziani e bianchi, e gli autori avvertono che i risultati potrebbero non riflettere l’esperienza degli adulti più giovani. Altri studi, ricordati da Healthline, avevano trovato un legame tra ultraprocessati e rischio più alto, uno dei quali nelle donne sotto i 50 anni.
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Fonti
Lo studio originale del National Cancer Institute, pubblicato il 15 ottobre 2026. Leggi la fonte
Il comunicato con i risultati principali e i limiti indicati dagli autori. Leggi la fonte
L’analisi dello studio con i commenti di Erikka Loftfield, Marissa Shams-White e Ketan Thanki. Leggi la fonte
Il servizio di NBC News sullo studio. Leggi la fonte




