Beviamo la stessa quantità di caffè di vent’anni fa, ma nella tazza ci sono più calorie. Lo mostra uno studio della Tufts University, pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, su circa 30.000 adulti statunitensi. Tra il 2003 e il 2018 le calorie provenienti dal caffè sono cresciute di quasi il 40%. Il responsabile principale non è lo zucchero, come si potrebbe pensare, ma il creamer non caseario.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Le calorie assunte tramite il caffè sono salite da circa 43 a 60 al giorno tra il 2003 e il 2018, mentre la quantità bevuta è rimasta stabile.
- Nel 2018 il creamer non caseario apportava circa 18,5 kcal al giorno, più di zucchero e sciroppi (16) e del latte vaccino (11).
- Lo studio Tufts ha analizzato circa 30.000 adulti statunitensi, con dati NHANES su otto cicli di indagine.
- I consumi sono autoriferiti e i dati si fermano al 2018: lo studio descrive una tendenza, non una causa.
- Il caffè nero o poco zuccherato è associato a un rischio di mortalità più basso del 14%, ma il vantaggio scompare con molto zucchero o grassi saturi.
Cosa ha misurato lo studio Tufts
I ricercatori della Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts University hanno analizzato i dati di NHANES, la grande indagine nazionale sulla nutrizione degli Stati Uniti. Hanno considerato otto cicli consecutivi tra il 2003 e il 2018. In totale, circa 30.000 adulti sopra i 20 anni hanno raccontato in due interviste dettagliate che cosa avevano mangiato e bevuto nelle 24 ore precedenti.
Il caffè è stato diviso in due categorie: nero e con aggiunte. Per le bevande già miscelate, il gruppo ha stimato gli ingredienti con i database del Dipartimento dell’Agricoltura americano (USDA). Le aggiunte sono state poi raggruppate in latte vaccino, creamer, zucchero o sciroppo e bevande vegetali. Il lavoro è firmato da Yongyi Pan, prima autrice, e da Fang Fang Zhang, autrice senior.
Il primo risultato riguarda la quantità. La media è rimasta quasi identica, intorno alle 13 once al giorno, circa 385 millilitri. Quello che è cambiato, invece, è il contenuto della tazza. Le calorie assunte attraverso il caffè sono passate da circa 43 a circa 60 al giorno, un aumento vicino al 40%, senza che nessuno ne bevesse di più.
In particolare, il quadro cambia poco tra i gruppi di popolazione. Gli uomini bevevano più caffè, ma le donne ricavavano più calorie dalla tazza. Chi dormiva meno o lavorava più ore tendeva a berne di più. Inoltre solo circa metà degli adulti beve caffè ogni giorno, quindi per chi lo fa con regolarità le medie reali sono probabilmente più alte.
Perché il creamer pesa più dello zucchero
Il dato che sorprende di più riguarda le aggiunte. Nel 2018 il creamer non caseario forniva circa 18,5 calorie al giorno, contro le 16 di zucchero e sciroppi e le 11 del latte vaccino. Nel 2003, invece, il creamer ne apportava appena 7,7. In altre parole, la crescita di questi prodotti spiega gran parte dell’aumento complessivo.
Zucchero, latte vaccino e dolcificanti, invece, non hanno mostrato variazioni statisticamente significative nel periodo. In peso, il latte resta l’aggiunta più comune, con circa 21 grammi al giorno, seguito dal creamer con 8 grammi e dallo zucchero con 4,4. Le aggiunte non casearie, cioè creamer e bevande vegetali insieme, sono salite da 3,65 a 10,5 grammi al giorno.
Gli autori ipotizzano che a pesare sia la composizione dei creamer. In particolare quelli in polvere contengono circa il 20% di grassi saturi, e alcuni prodotti usano oli idrogenati, che possono introdurre grassi trans. Inoltre si conservano a lungo, sono comodi e la loro diffusione si intreccia con la richiesta di alternative al latte vaccino. Tuttavia si tratta di interpretazioni, non di risultati dimostrati dallo studio.
C’è anche un’ipotesi sul contesto. Le calorie in più nel caffè potrebbero compensare il risparmio ottenuto bevendo meno bibite zuccherate. Il lavoro, però, non ha misurato questo aspetto, quindi resta una possibilità da verificare.
Come leggere questi numeri (e cosa non dicono)
Conviene fare qualche precisazione. Lo studio descrive le abitudini degli adulti statunitensi, non quelle italiane: l’espresso al bar, senza creamer e con poco zucchero, è un’altra storia. Inoltre i dati si fermano al 2018, quindi i consumi di oggi potrebbero essere diversi.
C’è poi il limite del metodo. I consumi sono autoriferiti, e ciò che si ricorda di aver bevuto ieri non sempre coincide con la realtà. Anche le quantità nelle bevande già pronte sono stime. Soprattutto, lo studio non misura esiti di salute: non dice che queste calorie in più facciano ingrassare o ammalare, ma descrive una tendenza.
Un dato di contesto arriva da un’altra analisi su dati nazionali statunitensi, citata dalla stampa che ha ripreso lo studio. Il caffè nero, o con poco zucchero e pochi grassi saturi, risulta associato a un rischio di morte per tutte le cause più basso del 14% rispetto a chi non beve caffè. Quel vantaggio sparisce con più di 5 grammi di zucchero o più di 1 grammo di grassi saturi per tazza. Resta comunque un’associazione osservazionale.
In pratica, il messaggio utile è guardare con attenzione ciò che si versa nella tazza. Infatti le calorie liquide sono quelle che si contano meno, eppure si sommano ogni giorno. Per scelte alimentari su misura, soprattutto in presenza di diabete o di problemi di peso, ci si può confrontare con il medico o con un nutrizionista.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Tra il 2003 e il 2018 le calorie assunte attraverso il caffè sono passate da circa 43 a circa 60 al giorno, un aumento di quasi il 40%. La quantità di caffè bevuta è rimasta pressoché invariata, intorno a 13 once al giorno.
Nei dati del 2018 il creamer non caseario contribuiva con circa 18,5 calorie al giorno, lo zucchero e gli sciroppi con circa 16 e il latte vaccino con circa 11. Si tratta di contributi medi sull’intera popolazione studiata, non del contenuto di una singola tazza.
No, non direttamente. I dati riguardano adulti statunitensi e abitudini come il caffè lungo con creamer, diverse da quelle dell’espresso italiano. I risultati offrono uno spunto di riflessione, ma non descrivono i consumi del nostro Paese.
Lo studio Tufts non misura effetti sulla salute. Un’altra analisi su dati nazionali statunitensi, citata dalla stampa, associa il caffè nero o con poche aggiunte a un rischio di mortalità più basso del 14%, ma si tratta di un’associazione osservazionale. Per un parere sul proprio caso conviene rivolgersi al medico.
Il primo passo è sapere cosa si aggiunge alla tazza e in che quantità, leggendo le etichette di creamer, sciroppi e bevande vegetali. Chi ha esigenze particolari, per esempio per glicemia o peso, può concordare le scelte con un nutrizionista.
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Fonti
Sintesi dello studio Tufts. Leggi la fonte
Studio originale, DOI 10.1016/j.jand.2026.156908. Vai allo studio
Approfondimento su dati, demografia e limiti dello studio. Leggi la fonte




