Un nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato all’IRCCS San Raffaele di Milano stima, prima della chirurgia, il rischio di mortalità legato al tumore del rene. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, arriva dalla collaborazione con l’ospedale Careggi di Firenze e potrebbe cambiare il modo in cui si pianificano gli interventi per il carcinoma renale.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
IN SINTESI
- Il carcinoma a cellule renali è il tumore del rene più frequente negli adulti.
- Un nuovo modello di intelligenza artificiale stima il rischio di mortalità prima dell’intervento chirurgico.
- Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha analizzato oltre 3.100 pazienti.
- Il modello usa otto parametri clinici già disponibili nella pratica di routine.
- La ricerca nasce dalla collaborazione tra il San Raffaele e l’ospedale Careggi di Firenze.
Cos’è il carcinoma renale e perché conta la diagnosi precoce
Il carcinoma a cellule renali è la forma più comune di tumore del rene negli adulti. Colpisce le cellule che rivestono i piccoli tubuli renali, le strutture che filtrano il sangue e producono l’urina. In Italia rappresenta una quota rilevante dei nuovi casi oncologici registrati ogni anno. La malattia, quando individuata in fase iniziale, ha in genere una prognosi favorevole. Il problema principale riguarda però la sua eterogeneità clinica.
La chirurgia resta il trattamento di riferimento quando il tumore è ancora localizzato, cioè non si è diffuso ad altri organi. L’intervento consiste nell’asportazione totale o parziale del rene malato. Nonostante questo, circa un paziente su tre va incontro a recidiva o progressione della malattia dopo l’operazione. Il rischio non è uguale per tutti i pazienti. Due tumori apparentemente simili all’esame di imaging possono avere prognosi molto diverse una volta operati.
Per questo motivo, individuare già in fase preoperatoria i pazienti a rischio più elevato è importante. Conoscere in anticipo la probabilità di un decorso complicato permette di pianificare meglio il percorso terapeutico. I medici possono così decidere con più consapevolezza il tipo di intervento da eseguire. Possono inoltre programmare il follow-up successivo, oppure valutare l’eventuale necessità di terapie aggiuntive dopo l’operazione. È in questo contesto clinico che si inserisce il nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato dal San Raffaele di Milano.
I registri tumori italiani segnalano da anni un aumento delle diagnosi di tumore del rene, complice anche la maggiore diffusione degli esami di imaging per altre patologie. Molti carcinomi renali vengono infatti scoperti per caso, durante un’ecografia eseguita per motivi diversi. Questo significa che sempre più pazienti si presentano al chirurgo con una diagnosi precoce, ma con un’incertezza prognostica che gli strumenti clinici tradizionali non sempre riescono a colmare. Da qui nasce l’esigenza di strumenti prognostici più precisi e oggettivi.
Come funziona il nuovo modello di intelligenza artificiale
Il modello è stato sviluppato da un gruppo multidisciplinare dell’Università Vita-Salute San Raffaele e dell’Istituto di ricerca urologica. Hanno collaborato anche l’Università di Firenze e l’ospedale Careggi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, una delle testate di riferimento per la ricerca biomedica internazionale. I ricercatori hanno costruito l’algoritmo analizzando i dati clinici reali di 2.536 pazienti trattati al San Raffaele. Il modello è stato poi validato su una coorte indipendente di 580 pazienti provenienti da Careggi. Questo passaggio è fondamentale per verificarne l’affidabilità anche fuori dal centro in cui è nato.
Lo strumento utilizza soltanto otto parametri clinici: la dimensione del tumore, l’interessamento dei linfonodi, i valori di emoglobina, la conta piastrinica, la funzionalità renale, l’età del paziente, l’indice di massa corporea e il performance status. Quest’ultimo è una misura sintetica dello stato generale di salute del paziente. Sono tutti dati già disponibili nella normale pratica clinica prima dell’intervento chirurgico. Non servono quindi esami aggiuntivi invasivi o costosi. Nella coorte esterna di validazione, il modello ha raggiunto un indice di concordanza di 0,88. Si tratta di un valore che indica un’ottima capacità predittiva, superiore rispetto ai principali strumenti prognostici oggi disponibili in ambito urologico.
Alessandro Larcher, urologo del San Raffaele e tra gli autori dello studio, ha spiegato che nella pratica clinica si osservano ogni giorno pazienti con tumori apparentemente simili. Questi pazienti, però, possono avere prognosi molto diverse tra loro. Avere uno strumento capace di stimare il rischio già prima dell’intervento significa aggiungere un elemento oggettivo alla valutazione del medico. Il modello, ha precisato Larcher, non sostituisce il giudizio clinico. Nasce piuttosto per affiancarlo nelle decisioni più complesse. Lo studio rappresenta inoltre una nuova applicazione della piattaforma S-Race. Questa piattaforma è stata sviluppata dal San Raffaele per valorizzare i dati della pratica clinica quotidiana attraverso un’intelligenza artificiale trasparente e responsabile.
Cosa cambia per i pazienti e quali sono i prossimi passi
Per chi riceve una diagnosi di carcinoma renale localizzato, questo tipo di strumento potrebbe cambiare in modo concreto il percorso di cura. Conoscere in anticipo il proprio livello di rischio aiuta infatti a personalizzare le decisioni cliniche. Un paziente classificato a rischio più elevato potrebbe ricevere un follow-up più ravvicinato dopo l’intervento. Questo significa controlli radiologici più frequenti nei mesi successivi all’operazione. Al contrario, chi rientra in una fascia di rischio basso potrebbe evitare esami superflui. Si ridurrebbero così ansia e costi sanitari legati a controlli non necessari.
Il modello resta comunque uno strumento di supporto alla decisione medica. Non è un sostituto della visita e del giudizio clinico. Anche i suoi stessi autori sottolineano che la decisione finale spetta sempre al team curante. Sarà quel team a valutare il singolo paziente nel suo complesso, tenendo conto anche di fattori che l’algoritmo non misura. Prima di un utilizzo diffuso nella pratica clinica quotidiana, saranno probabilmente necessarie ulteriori validazioni su popolazioni ancora più ampie. Queste validazioni potrebbero coinvolgere anche altri paesi europei, per confermare la robustezza dei risultati ottenuti finora.
La ricerca, in ogni caso, apre una prospettiva interessante per l’oncologia urologica. L’integrazione di strumenti di intelligenza artificiale nella valutazione preoperatoria potrebbe diventare, nei prossimi anni, una pratica sempre più diffusa. Questo vale non solo per il tumore del rene, ma anche per altri tumori solidi. Per ora, i pazienti con diagnosi di carcinoma renale possono continuare a fare riferimento ai propri specialisti. Urologi e oncologi restano il punto di riferimento principale per ogni decisione terapeutica, con o senza il supporto dell’intelligenza artificiale.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo
Domande frequenti
L’apoB è la proteina presente su ciascuna particella di colesterolo “cattivo” circolante nel sangue. Misurarla significa contare il numero effettivo di particelle potenzialmente dannose, mentre il colesterolo LDL misura solo la quantità di colesterolo trasportato da queste particelle.
Sì, il test dell’apoB è disponibile anche in Italia, generalmente su prescrizione medica o come esame di secondo livello, ma non fa ancora parte del pannello lipidico standard eseguito di routine.
Le linee guida attuali raccomandano generalmente il dosaggio dell’apoB in presenza di trigliceridi elevati, sindrome metabolica o diabete di tipo 2. È comunque opportuno discuterne con il proprio medico curante.
No. Lo studio si è concentrato sul ruolo dell’apoB nel guidare l’intensificazione della terapia in chi è già idoneo a un trattamento ipocolesterolemizzante, non sulla sostituzione degli esami utilizzati per decidere chi debba iniziare la terapia.
Principalmente per ragioni di costo e organizzazione: la misurazione dell’apoB richiede un prelievo aggiuntivo rispetto al pannello lipidico standard, e i medici sono storicamente abituati a basarsi sul colesterolo LDL.
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Fonti
Northwestern University Feinberg School of Medicine, comunicato ufficiale sullo studio pubblicato su JAMA. Leggi l’articolo
ScienceDaily, sintesi dei risultati dello studio con i commenti degli autori. Leggi l’articolo
Medical News Today, approfondimento con intervista al ricercatore principale dello studio. Leggi l’articolo





