Dossier Salute

Encefalopatia traumatica cronica: 3 ex giocatori NFL su 4 l’avevano, lo studio

Uomo maturo seduto nello spogliatoio, con un casco e un pallone da football americano sulla panca.

Tre ex giocatori di football americano su quattro, morti tra il 2008 e il 2023, avevano nel cervello i segni dell’encefalopatia traumatica cronica (CTE). È la stima di uno studio della Boston University pubblicato il 28 ottobre su JAMA Network Open. I ricercatori hanno corretto un limite delle analisi precedenti, che si basavano solo sui cervelli donati dalle famiglie. Il dato finale è più basso di alcune cifre circolate in passato, ma resta molto alto. E interessa tutti gli sport in cui la testa incassa colpi ripetuti.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Lo studio ha analizzato 2.362 ex giocatori della NFL morti tra gennaio 2008 e dicembre 2023.
  • Tra i 387 donatori con il cervello esaminato, 362 (93,5%) avevano la CTE.
  • Dopo la correzione per il bias di selezione, la prevalenza stimata è del 74,5%; l’analisi più prudente si ferma al 63,7%.
  • Chi aveva sintomi cognitivi aveva circa cinque volte più probabilità di donare il cervello alla ricerca.
  • Oggi la CTE si diagnostica con certezza solo dopo la morte, con l’esame del tessuto cerebrale.

Cosa ha scoperto lo studio di Boston sugli ex giocatori NFL

Il gruppo guidato da Julia Gallini, dottoranda in biostatistica alla Boston University, ha incrociato due archivi. Uno è la banca dei cervelli UNITE (Understanding Neurologic Injury and Traumatic Encephalopathy). L’altro è il National Death Index, il registro statunitense dei certificati di morte. Così ha potuto considerare tutti gli ex giocatori della NFL morti tra gennaio 2008 e dicembre 2023. In totale sono 2.362 persone: 396 avevano donato il cervello, 1.966 no. In media avevano giocato 5,1 anni nella lega, e il 41,1% è morto a 80 anni o più.

Tra i 387 donatori con un esame neuropatologico completo, 362 avevano la CTE, cioè il 93,5%. Preso da solo, però, questo numero inganna. Le famiglie, infatti, tendono a donare il cervello soprattutto quando il loro caro ha avuto problemi di memoria o di comportamento. Secondo i calcoli degli autori, un ex giocatore con sintomi cognitivi aveva circa cinque volte più probabilità di finire nella banca dei cervelli (il rapporto di selezione mediano è 4,97).

Per questo i ricercatori hanno riportato i dati dei donatori sull’intera popolazione di ex giocatori. La prevalenza corretta della CTE al momento della morte è risultata del 74,5%, con un intervallo di confidenza al 95% tra 69,6% e 78,3%. L’analisi più prudente, costruita apposta per tenere bassa la stima, arriva comunque al 63,7%. Nelle otto analisi di sensibilità, invece, i valori vanno dal 70,3% all’86,1%. Infine lo studio stima che il 27,2% di questi ex atleti avesse avuto una demenza in vita.

Encefalopatia traumatica cronica: che cos’è e perché si diagnostica solo dopo la morte

La CTE è una malattia degenerativa e progressiva del cervello, causata da traumi cerebrali ripetuti. Secondo il centro CTE della Boston University, i colpi alla testa portano all’accumulo di una proteina anomala, la tau, che si deposita con uno schema tipico. Non servono per forza commozioni cerebrali evidenti. Contano infatti anche i colpi che non danno sintomi immediati, quelli che in campo si ripetono di continuo.

I sintomi, inoltre, compaiono di solito anni o perfino decenni dopo i traumi. Per questo è difficile collegarli alla carriera sportiva. La diagnosi certa oggi è possibile solo dopo la morte, con l’analisi neuropatologica del tessuto cerebrale. Di conseguenza, quasi tutto ciò che sappiamo sulla diffusione della malattia viene dai cervelli donati. Ed è proprio questo il punto debole che lo studio ha cercato di correggere.

Secondo il centro della Boston University, i cambiamenti nel cervello possono iniziare mesi, anni o addirittura decenni dopo l’ultimo trauma. Alcuni sintomi, come depressione e ansia, si possono però trattare singolarmente. Per questo i ricercatori insistono sull’importanza di arrivare un giorno a una diagnosi in vita.

Le stime del passato, del resto, erano molto ballerine. Una ricerca precedente dello stesso gruppo, su oltre 1.700 ex giocatori morti tra il 2016 e il 2021, indicava una prevalenza compresa tra almeno il 25% e il 97,7%. Una forbice così ampia dipendeva dall’incertezza su quanto i donatori rappresentassero tutti gli ex atleti. Il nuovo lavoro restringe molto quell’intervallo. Per fare un confronto, nelle banche dei cervelli che raccolgono donatori della popolazione generale la CTE compare in meno dell’1% dei casi.

Cosa significa per chi gioca, anche nel calcio e negli altri sport

«Fornire una stima precisa della prevalenza della CTE tra i giocatori NFL deceduti aiuta a definire la portata del problema», ha spiegato Gallini. Secondo la ricercatrice servono più sforzi per sostenere le famiglie, diagnosticare la malattia in vita e curarne i sintomi. Anche l’autore senior dello studio, Yorghos Tripodis, docente di biostatistica, si è rivolto agli ex atleti: «Sappiamo che questi risultati possono preoccupare i giocatori in vita e le loro famiglie». Studi precedenti, d’altra parte, indicano che gli ex giocatori NFL si ammalano di demenza con una frequenza quattro volte superiore a quella della popolazione generale.

Gli autori chiedono però di leggere i numeri con attenzione. La stima vale solo per gli ex giocatori deceduti. Non dice quanti atleti in vita, ritirati o ancora in attività, abbiano la malattia. Inoltre non tutte le persone con segni di CTE nel cervello sviluppano sintomi, soprattutto quando la malattia è in fase iniziale. Nelle conclusioni, infine, gli autori scrivono che servono altre ricerche per capirne l’impatto clinico.

La questione, tuttavia, non si ferma al football americano. Il centro CTE della Boston University ricorda che i colpi senza commozione sono abituali in molti sport, come le cariche nell’hockey su ghiaccio o i colpi di testa nel calcio. Tra le persone esposte a traumi ripetuti cita anche militari e soccorritori. Per chi pratica sport di contatto il messaggio, quindi, non è smettere di giocare. Conviene piuttosto prendere sul serio ogni colpo alla testa e parlarne con il medico se compaiono disturbi di memoria, di umore o di comportamento.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

È una malattia degenerativa e progressiva del cervello causata da traumi cerebrali ripetuti. I colpi alla testa portano all’accumulo anomalo della proteina tau, che si deposita con uno schema tipico.

Su 2.362 ex giocatori morti tra il 2008 e il 2023, la prevalenza stimata dopo la correzione statistica è del 74,5%. L’analisi più prudente indica comunque il 63,7%.

Le famiglie donano più spesso il cervello quando il familiare aveva sintomi. Chi aveva disturbi cognitivi aveva circa cinque volte più probabilità di essere donatore, e questo gonfiava le stime basate solo sui donatori.

Non ancora. Oggi la diagnosi certa è possibile solo dopo la morte, con l’esame neuropatologico del cervello. I sintomi, poi, compaiono di solito anni o decenni dopo i traumi.

I colpi alla testa senza commozione sono frequenti anche nel calcio e nell’hockey su ghiaccio, ricorda il centro CTE della Boston University. Lo studio, però, riguarda solo ex giocatori NFL e non misura il rischio negli altri sport.

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Fonti

Il comunicato della Boston University con i commenti degli autori. Leggi il comunicato

Le domande frequenti del centro CTE della Boston University su cause, diagnosi e sport a rischio. Leggi la pagina

Il servizio di CBS Boston sullo studio, con le reazioni del mondo NFL. Leggi l’articolo

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