Dossier Salute

Ebola in Congo: oltre 1.500 morti, l’epidemia più veloce mai registrata

Operatori sanitari con tute protettive effettuano controlli e triage durante l’emergenza Ebola in Congo.

Il bilancio dell’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo ha superato i 1.500 morti. Gli esperti descrivono un’accelerazione senza precedenti: nell’ultima settimana i decessi confermati sono aumentati del 50%, portando il totale a 3.442 casi e 1.521 morti. Il focolaio resta concentrato nella provincia orientale dell’Ituri, ma è stato confermato anche in altre aree del Paese. Nel frattempo l’Uganda, colpito dallo stesso focolaio, ha dichiarato conclusa la propria epidemia il 28 luglio. A rendere la situazione più complessa è l’assenza di un vaccino approvato contro il virus Bundibugyo, il ceppo raro responsabile di questa epidemia.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Al 30 luglio 2026 la Repubblica Democratica del Congo conta 3.442 casi confermati di Ebola e 1.521 morti, con un tasso di letalità del 44% circa.
  • L’epidemia, causata dal virus Bundibugyo, sta crescendo più rapidamente di qualsiasi focolaio di Ebola registrato finora: +50% di decessi in circa una settimana.
  • La provincia dell’Ituri concentra quasi il 90% dei casi, ma il virus è stato confermato anche in altre province, compresa la città di Kisangani.
  • L’Uganda, coinvolto dallo stesso focolaio dichiarato emergenza sanitaria internazionale dall’OMS a maggio, ha annunciato la fine della propria epidemia il 28 luglio.
  • Non esiste ancora un vaccino o una cura approvati per il virus Bundibugyo: la risposta si basa su sorveglianza, isolamento dei pazienti e sperimentazione di candidati terapeutici.

Perché l’epidemia sta accelerando così velocemente

L’epidemia è stata dichiarata a metà maggio 2026 sia nella Repubblica Democratica del Congo sia in Uganda. Il 17 maggio l’OMS l’ha classificata come emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, il livello di allerta più alto previsto dal Regolamento sanitario internazionale. Da allora la curva dei contagi non ha mai smesso di salire. Oggi si parla del focolaio di Ebola in più rapida espansione mai registrato. Per confronto, la grande epidemia del 2014-2016 in Africa occidentale impiegò circa otto mesi per arrivare a mille morti. Questa volta quella soglia è stata superata in tempi molto più brevi.

L’impennata registrata nell’ultima settimana, con un aumento del 50% dei decessi, non riflette solo nuovi contagi. Secondo l’Africa CDC, buona parte dell’incremento è dovuta a un arretrato di casi e decessi avvenuti nelle settimane precedenti, ma non ancora confermati nei bollettini ufficiali. Il focolaio resta concentrato nella provincia orientale dell’Ituri, che raccoglie quasi il 90% dei contagi. Si tratta di un’area remota e densamente popolata, già segnata da una crisi umanitaria e da forti tensioni tra gruppi armati.

L’insicurezza ha colpito direttamente la risposta sanitaria. Il 15 luglio un ospedale e un centro di trattamento della zona sanitaria di Nyakunde sono stati attaccati dopo la morte di un paziente. L’attacco ha costretto i partner internazionali, tra cui Africa CDC e Mercy Corps, a trasferirsi temporaneamente altrove. Il risultato è stato un’interruzione della sorveglianza epidemiologica, del tracciamento dei contatti e della fornitura di materiali sanitari. Le autorità locali riferiscono che la sicurezza si sta ora stabilizzando e che le squadre internazionali dovrebbero tornare operative già nei prossimi giorni.

Come si trasmette il virus e quali sono i sintomi

Il virus si trasmette all’uomo attraverso il contatto con sangue, secrezioni o altri liquidi biologici di animali infetti. L’OMS considera i pipistrelli della frutta il principale serbatoio naturale del virus. Il contagio può avvenire anche tramite scimpanzé, gorilla, scimmie o antilopi di foresta trovati malati o morti. Una volta nella popolazione umana, il contagio avviene per contatto diretto con sangue, feci, vomito o altri fluidi corporei di una persona malata o deceduta. Il virus si trasmette anche toccando oggetti e superfici contaminate. Una persona infetta non è contagiosa prima della comparsa dei sintomi e resta a rischio di trasmetterlo finché il sangue contiene la carica virale.

In questa epidemia le cerimonie funebri tradizionali sono un fattore di rischio cruciale. In alcune comunità, infatti, prevedono il contatto diretto con il corpo del defunto. Il direttore generale dell’Africa CDC, Jean Kaseya, ha riferito che il 63% dei decessi confermati nelle ultime due settimane è avvenuto fuori dai centri di trattamento. La causa principale è la gestione non sicura delle salme. Le restrizioni imposte ai funerali, unite a una diffusa disinformazione secondo cui il virus non esisterebbe davvero, hanno alimentato diffidenza. In alcuni casi si sono verificati anche episodi di violenza contro le strutture sanitarie.

Dal punto di vista clinico, il periodo di incubazione varia da 2 a 21 giorni. I primi sintomi, spesso improvvisi, includono febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Seguono poi vomito, diarrea, dolori addominali e segni di compromissione di reni e fegato. Le emorragie, spesso associate nell’immaginario comune a questa malattia, sono in realtà meno frequenti. Quando presenti, compaiono soltanto in una fase più avanzata della malattia.

La risposta internazionale e le difficoltà sul campo

Per il virus Ebola «classico» esistono due vaccini approvati, Ervebo e la combinazione Zabdeno/Mvabea, oltre a due trattamenti a base di anticorpi monoclonali. Per il virus Bundibugyo, invece, non è ancora disponibile alcun vaccino o farmaco specifico autorizzato. Diversi candidati sono comunque in fase di sviluppo. L’OMS ha attivato un protocollo di sperimentazione clinica per valutarne sicurezza ed efficacia direttamente sul campo, in parallelo alla risposta all’epidemia in corso.

L’OMS sta intensificando il sostegno ai governi di Congo e Uganda su più fronti. Tra questi rientrano la sorveglianza epidemiologica, il tracciamento dei contatti, la gestione clinica dei pazienti, la logistica delle forniture sanitarie e il coinvolgimento delle comunità locali. Quest’ultimo aspetto è considerato decisivo per portare sotto controllo un focolaio di queste dimensioni. Secondo l’organizzazione, il rischio globale di diffusione resta basso, perché il virus non si trasmette per via aerea ed è quindi molto meno contagioso dei virus respiratori. Gli eventuali casi individuati fuori dall’area colpita sono stati finora identificati e contenuti rapidamente. All’interno della Repubblica Democratica del Congo, invece, il rischio resta valutato come molto alto.

Un segnale incoraggiante arriva proprio dall’Uganda. Il Paese ha dichiarato conclusa la propria epidemia il 28 luglio, a dodici giorni dalla dimissione dell’ultimo paziente. Il caso ugandese dimostra che le misure di sorveglianza, isolamento e tracciamento possono arrestare la catena di trasmissione. Questo vale anche in assenza di un vaccino specifico per il ceppo virale coinvolto.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Il virus Bundibugyo è una delle tre specie di Orthoebolavirus in grado di provocare grandi epidemie, insieme al virus Ebola (Zaire) e al virus Sudan. Causa una malattia clinicamente simile alle altre forme di Ebola, con una letalità storicamente compresa tra il 25 e il 90%, ma a differenza del virus Ebola “classico” non dispone ancora di vaccini o terapie specifiche approvate.

Secondo l’OMS il rischio di diffusione internazionale resta basso, perché il virus non si trasmette per via aerea e richiede un contatto diretto con fluidi corporei infetti. Gli eventuali casi individuati fuori dall’Africa centrale sono stati finora identificati e isolati rapidamente, senza dare origine a catene di trasmissione sostenute.

Al 30 luglio 2026 il tasso di letalità in Congo si attesta intorno al 44%, quasi la metà dei casi confermati ha avuto un esito fatale. Il dato rientra nell’intervallo storico delle epidemie di Ebola, che va dal 25 al 90% a seconda del ceppo e del contesto sanitario.

Non ancora. I vaccini approvati, Ervebo e la combinazione Zabdeno/Mvabea, proteggono solo dal virus Ebola “classico”. Per il virus Bundibugyo sono in corso sperimentazioni su candidati vaccinali, condotte anche nell’ambito dell’attuale risposta all’epidemia in Congo.

Le raccomandazioni dell’OMS includono evitare il contatto con animali selvatici trovati malati o morti, evitare il contatto diretto con persone malate e con i loro fluidi corporei, non partecipare a pratiche funebri che prevedano il contatto con il corpo del defunto e rivolgersi subito a una struttura sanitaria in caso di sintomi sospetti dopo un soggiorno nelle zone colpite.

Per approfondire

Il precedente aggiornamento sulla stessa epidemia, quando il bilancio era ancora nettamente più basso. Leggi l’articolo

Come funziona la sperimentazione clinica avviata dall’OMS per testare candidati vaccinali e terapie contro questo ceppo. Leggi l’articolo

Un approfondimento sul rischio reale, i sintomi e il livello di allerta in Italia rispetto all’epidemia in corso. Leggi l’articolo

Fonti

Pagina ufficiale dell’OMS con la situazione aggiornata dell’epidemia in Congo e Uganda. Vai alla fonte

Scheda dell’OMS su trasmissione, sintomi, diagnosi, trattamento e prevenzione dell’Ebola. Vai alla fonte

L’agenzia di stampa ANSA riporta i dati sull’aumento dei contagi e dei decessi in Congo. Vai alla fonte

Il resoconto dell’Associated Press su cause dell’accelerazione, attacchi alle strutture sanitarie e risposta internazionale. Vai alla fonte

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