Dossier Salute

ADHD in aumento in Europa: non è un’epidemia, ma più diagnosi negli adulti e nelle donne

Donna adulta parla con uno specialista che prende appunti durante un colloquio in uno studio accogliente.

Le diagnosi di ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, sono cresciute in tutta Europa. E c’è chi comincia a parlare di “epidemia”. Al congresso dell’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) di Monaco, Anita Thapar dell’Università di Cardiff ha proposto un’altra lettura: a crescere sono la consapevolezza e i criteri diagnostici, non il disturbo. In alcuni Paesi, anzi, l’ADHD resterebbe ancora sottodiagnosticato.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • In Europa l’ADHD riguarda circa il 5-7% dei bambini e il 2-3% degli adulti, secondo le stime citate all’ECNP.
  • Diagnosi e prescrizioni di farmaci sono aumentate in molti Paesi, soprattutto tra gli adulti e tra le donne.
  • Nel Regno Unito l’uso di farmaci per l’ADHD è più che triplicato tra il 2010 e il 2023, passando dallo 0,12% allo 0,39% della popolazione.
  • Per Thapar la crescita riflette più consapevolezza e criteri diversi, non un’epidemia.
  • Nel Regno Unito i casi riconosciuti restano ben al di sotto della frequenza stimata nella popolazione.

ADHD in aumento: i numeri delle diagnosi in Europa

Partiamo dai numeri. A gennaio The Lancet Regional Health – Europe ha pubblicato uno studio sulle prescrizioni di farmaci per l’ADHD in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito. Tra il 2010 e il 2023 l’uso di questi medicinali è salito in tutti e cinque i Paesi. Nel Regno Unito è più che triplicato. Nei Paesi Bassi, invece, è passato dallo 0,67% all’1,56%.

A correre di più sono gli adulti. Nel Regno Unito, tra chi ha più di 25 anni, la quota in terapia è salita dallo 0,01% del 2010 a circa lo 0,20% del 2023. Tra le donne l’aumento supera le venti volte, tra gli uomini è di circa quindici. Nel frattempo il divario tra maschi e femmine si è ridotto.

Detto così sembra un’esplosione. Però le stime presentate all’ECNP dicono che l’ADHD interessa circa il 5-7% dei bambini e il 2-3% degli adulti in Europa. In alcuni Paesi le diagnosi hanno ormai raggiunto questa soglia. In altri, come il Regno Unito, sono ancora molto più basse.

Lo conferma un lavoro del King’s College London basato sulle cartelle di oltre 3,5 milioni di pazienti dei medici di famiglia inglesi. Nel 2025 aveva una diagnosi registrata solo l’1,19% delle persone, meno delle stime internazionali in ogni fascia d’età. Tra gli over 65, in particolare, si scendeva allo 0,05%. Per gli autori è il segnale che molti adulti, soprattutto anziani, non hanno mai ricevuto una diagnosi.

Non un’epidemia: perché le diagnosi crescono

Thapar l’ha detto senza giri di parole. Le diagnosi sono aumentate, ma per via di criteri diagnostici cambiati, di più consapevolezza e di più ricerca. Non per un’epidemia di ADHD.

Oggi genitori, insegnanti e medici conoscono meglio il disturbo e lo riconoscono prima. Anche la definizione di ADHD è cambiata nel tempo. Di conseguenza si è spostata la soglia oltre la quale si interviene, come è successo per la pressione alta o il colesterolo.

Poi ci sono gli adulti, per decenni quasi ignorati perché l’ADHD era considerato una faccenda da bambini. E ci sono le donne e le ragazze: oggi le prove che il disturbo colpisca anche loro sono molto più solide, mentre in passato sfuggivano spesso alla diagnosi.

Le prescrizioni lo mostrano bene. Nei Paesi Bassi, tra le ragazze dai 12 ai 17 anni, la quota in terapia è passata dall’1,18% al 3,29%. Nel Regno Unito, nella stessa fascia, è salita dallo 0,23% allo 0,74%. Tra i bambini britannici dai 3 agli 11 anni, invece, l’aumento è stato del 129% nelle femmine e di circa il 50% nei maschi.

I dati inglesi raccontano la stessa storia. Le nuove diagnosi restano più frequenti nei ragazzi sotto i 18 anni. Tuttavia, tra gli adulti, l’aumento più evidente degli ultimi anni riguarda proprio le donne.

Barbara Franke, della Radboud University di Nijmegen, non ha partecipato alla sessione. Il suo commento, però, spiega bene la sensazione di questi anni. I ricercatori, ricorda, hanno passato anni a ripetere che l’ADHD era sottodiagnosticato nelle donne. Adesso il messaggio è arrivato, e così in fretta da sembrare un’epidemia.

Diagnosi e cure: cosa cambia per pazienti e famiglie

Dietro le percentuali ci sono persone. Thapar ha ricordato che oggi esistono prove che il trattamento riduca alcuni rischi noti dell’ADHD, tra cui la mortalità prematura e il suicidio. Per questo arrivare a una diagnosi corretta conta, sia nei bambini sia negli adulti.

E le diagnosi sbagliate? È il timore che torna più spesso nel dibattito pubblico. Su questo Thapar è cauta: alcuni sollevano il dubbio, tuttavia le prove scientifiche al riguardo sono ancora limitate. In altre parole, oggi non ci sono dati solidi su un eccesso di diagnosi errate.

Pesa anche la geografia. L’accesso a una valutazione specialistica cambia molto da un Paese all’altro, e dove i servizi scarseggiano molti casi restano senza nome. Dove invece l’accesso è più semplice, i numeri ufficiali si avvicinano a quelli reali.

Una precisazione è doverosa. Quella di Monaco era una discussione aperta, centrata soprattutto sui dati britannici, e non la presentazione di un nuovo studio. Anche le stime sulla frequenza dell’ADHD nella popolazione vengono da ricerche con metodi diversi tra loro. Vanno quindi lette come ordini di grandezza, non come cifre esatte.

Chi sospetta di avere l’ADHD, o lo sospetta in un figlio, può partire dal pediatra o dal medico di famiglia, che indirizzeranno verso un servizio specialistico. Serve infatti una valutazione clinica completa per distinguere il disturbo da altre condizioni con sintomi simili.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

È il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, una condizione del neurosviluppo che può accompagnare una persona dall’infanzia all’età adulta. In Europa, secondo le stime citate al congresso ECNP, riguarda circa il 5-7% dei bambini e il 2-3% degli adulti.

Secondo Anita Thapar dell’Università di Cardiff, no. Le diagnosi sono aumentate soprattutto per la maggiore consapevolezza, per i criteri diagnostici cambiati e per il riconoscimento del disturbo negli adulti e nelle donne, non perché il disturbo sia diventato più frequente.

Per molto tempo l’ADHD è stato considerato un disturbo dei bambini, soprattutto maschi. Oggi le prove che colpisca anche adulti, donne e ragazze sono molto più solide. Nel Regno Unito, per esempio, l’uso di farmaci tra gli over 25 è passato dallo 0,01% allo 0,20% tra il 2010 e il 2023.

Il timore circola, ma le prove scientifiche su un eccesso di diagnosi errate sono ancora limitate. Anzi, nel Regno Unito i casi riconosciuti restano sotto la frequenza stimata nella popolazione, soprattutto tra gli adulti più anziani.

Il primo passo è parlarne con il pediatra o con il medico di famiglia, che può indirizzare verso un servizio specialistico. Solo una valutazione clinica completa permette di distinguere l’ADHD da altre condizioni con sintomi simili.

Articoli correlati

Cosa cambia con l’approvazione della FDA di Simtriyo, la nuova opzione di trattamento per l’ADHD. Leggi l’articolo

Lo studio secondo cui quasi un caso su cinque di crisi psichiatrica nei ragazzi è legato a smartphone e social. Leggi l’articolo

Oltre due giovani europei su tre hanno vissuto esperienze infantili avverse: cosa dice il rapporto dell’OMS. Leggi l’articolo

Fonti

Il comunicato dell’European College of Neuropsychopharmacology sulla sessione del congresso di Monaco. Vai alla fonte

Lo studio di Li e colleghi sull’andamento delle prescrizioni in bambini e adulti. Vai alla fonte

Lo studio sulle diagnosi registrate dai medici di famiglia inglesi. Vai alla fonte

Approfondimento con le dichiarazioni di Anita Thapar e Barbara Franke. Vai alla fonte

Richiedi informazioni o contatta il Medico

Compilando e inviando il modulo ecconsenti al trattamento dei tuoi dati personali ai sensi del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR).
CONDIVIDI
Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Telegram

LA MAPPA DELLA SALUTE