Una pillola economica, presente in molte case, potrebbe ridurre del 70% il rischio di demenza. La notizia sta rimbalzando nel mondo dopo uno studio della Monash University, in Australia, pubblicato su Alzheimer’s & Dementia. Il risultato, però, riguarda solo un gruppo ristretto di persone con uno specifico profilo genetico. Inoltre, in quel gruppo l’aspirina ha più che raddoppiato il rischio di emorragie gravi. Per questo gli autori sono netti: nessuno deve iniziare a prenderla di sua iniziativa.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio della Monash University ha analizzato i dati genetici di oltre 13.500 partecipanti al trial ASPREE.
- Nel 20% con i punteggi genetici più alti per le piastrine, la demenza ha colpito l’1% di chi prendeva aspirina e il 3,3% di chi prendeva il placebo.
- In quello stesso gruppo le emorragie gravi sono state il 4,4% con l’aspirina contro il 2,1% con il placebo.
- Sull’intera popolazione le sperimentazioni precedenti non avevano mostrato alcun effetto protettivo.
- Gli autori sconsigliano di iniziare l’aspirina contro la demenza senza consultare il medico.
Cosa dice lo studio dell’Università Monash
I ricercatori della Monash University di Melbourne hanno rianalizzato i dati genetici di oltre 13.500 partecipanti allo studio ASPREE. Si tratta di un grande trial clinico che confrontava l’aspirina a basso dosaggio con il placebo in persone anziane. Il lavoro, guidato da Peter Fransquet, è uscito sulla rivista Alzheimer’s & Dementia (DOI 10.1002/alz.71817).
Finora le sperimentazioni avevano dato un esito deludente. Considerando tutti i partecipanti insieme, l’aspirina non proteggeva dalla demenza. Il nuovo studio ha però cambiato prospettiva. Invece di guardare alla popolazione nel suo complesso, ha cercato un sottogruppo in cui l’effetto potesse emergere.
Il sottogruppo è stato trovato. Tra le persone con i punteggi genetici più alti per la conta piastrinica, cioè il 20% del campione, la demenza ha colpito l’1% di chi prendeva aspirina e il 3,3% di chi assumeva il placebo. Questa differenza corrisponde a una riduzione relativa del rischio di circa il 70%.
Il dato numerico va letto con cautela. In termini assoluti, la differenza è di 2,3 punti percentuali, cioè circa 23 casi in meno ogni 1.000 persone. Resta comunque un segnale interessante per una malattia che oggi non ha rimedi preventivi semplici.
ASPREE, nato per valutare i benefici dell’aspirina negli anziani in buona salute, è una delle fonti di dati più solide su questo tema. Proprio per questo i suoi dati vengono riutilizzati dai ricercatori. Stavolta il team australiano ha incrociato le informazioni cliniche con quelle genetiche, offrendo una nuova lettura di un risultato che sembrava ormai chiuso.
Perché conta il profilo genetico legato alle piastrine
Il punteggio usato dagli autori è di tipo poligenico. Significa che somma l’effetto di moltissime piccole varianti del DNA, ciascuna con un’influenza modesta sul numero di piastrine nel sangue. Chi ha un punteggio alto, quindi, tende ad avere più piastrine.
Le piastrine sono le cellule che permettono al sangue di coagulare. L’aspirina a basso dosaggio ne riduce l’attività. L’ipotesi è che la biologia delle piastrine abbia un ruolo anche nella salute del cervello. Per ora, però, resta appunto un’ipotesi da verificare.
Un punto importante riguarda l’Alzheimer. Il segnale non era collegato ai fattori genetici di rischio già noti per l’Alzheimer e per le altre demenze. Dunque non si tratta di un test per chi ha una predisposizione familiare. Si apre invece una pista nuova, tutta da esplorare.
Inoltre questo punteggio non risulta disponibile come esame di routine. Nessun medico può dirvi oggi se rientrate in quel 20%. Il risultato nasce poi da un’analisi di sottogruppo, un tipo di analisi che per sua natura può produrre risultati dovuti al caso. Per questo servono conferme indipendenti e uno studio costruito apposta per questo profilo.
Questo approccio rientra nella cosiddetta medicina di precisione. L’idea è che lo stesso farmaco possa funzionare in modo diverso a seconda del patrimonio genetico di ciascuno. Se confermato, permetterebbe di selezionare chi può trarne beneficio e di risparmiare i rischi a chi non ne ha. Siamo tuttavia ancora lontani da un’applicazione pratica.
I rischi e cosa fare: niente aspirina fai da te
Il prezzo da pagare, nello stesso gruppo, è stato alto. Le emorragie gravi hanno interessato il 4,4% di chi prendeva aspirina contro il 2,1% di chi prendeva il placebo. In pratica il rischio è più che raddoppiato. Sanguinamenti di questo tipo, come quelli dell’apparato digerente o del cervello, possono portare a ricoveri e a conseguenze serie.
Anche la revisione Cochrane del 2020 aveva concluso che mancavano prove a favore dell’aspirina a basso dosaggio contro la demenza. Segnalava inoltre più emorragie gravi nel gruppo trattato. Il nuovo studio non cancella queste conclusioni. Le affina, indicando dove cercare un eventuale beneficio.
Conviene poi ricordare che un titolo con il 70% può ingannare. Una riduzione relativa suona enorme, ma va sempre confrontata con il rischio di partenza e con gli effetti collaterali. Qui il vantaggio assoluto è di pochi casi ogni mille persone, mentre il danno possibile è un’emorragia grave.
Gli stessi autori lo dicono chiaramente: nessuno dovrebbe iniziare l’aspirina per prevenire la demenza sulla base di questo lavoro senza parlarne con il medico. Chi la assume già per un’indicazione cardiologica non deve sospenderla di sua iniziativa. La decisione spetta sempre al curante, che valuta rischi e benefici caso per caso.
Nel frattempo la prevenzione ha strade più sicure. Attività fisica regolare, un buon sonno, il controllo della pressione e meno alcol aiutano la salute del cervello senza aumentare il rischio di sanguinamenti. Per approfondire, trovate sotto alcuni nostri articoli sul tema.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Non in modo generale. Le sperimentazioni precedenti non hanno mostrato un beneficio considerando tutti i partecipanti. Lo studio della Monash University indica un possibile effetto solo in un sottogruppo genetico, da confermare con nuovi studi.
È un indice che somma l’effetto di moltissime piccole varianti del DNA legate al numero di piastrine nel sangue. Nello studio, il gruppo con i punteggi più alti (il 20%) è quello in cui l’aspirina ha mostrato un possibile vantaggio.
No. Gli autori dello studio avvertono che nessuno dovrebbe iniziare l’aspirina contro la demenza sulla base di questi risultati senza consultare il medico, soprattutto per il rischio di emorragie gravi.
Nel gruppo con punteggio genetico alto, le emorragie gravi sono state il 4,4% tra chi prendeva aspirina e il 2,1% tra chi prendeva il placebo. Il rischio, quindi, è più che raddoppiato.
No. Si tratta di una riduzione relativa. In termini assoluti la demenza è comparsa nell’1% di chi prendeva aspirina e nel 3,3% di chi prendeva il placebo: circa 23 casi in meno ogni 1.000 persone.
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Fonti
Resoconto dello studio Monash University su Alzheimer’s & Dementia. Vai alla fonte
Dettagli su ASPREE, punteggio piastrinico e dati sui sanguinamenti. Vai alla fonte
Analisi dei limiti e della differenza tra rischio relativo e assoluto. Vai alla fonte
Revisione sistematica che non ha trovato prove a favore dell’aspirina a basso dosaggio. Vai alla fonte





