Al congresso ESMO 2026 di Madrid sono stati presentati i risultati dello studio DeLLphi-305, dedicato al microcitoma polmonare in stadio esteso, uno dei tumori più aggressivi. Aggiungere tarlatamab a durvalumab nella terapia di mantenimento ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto a durvalumab da solo. La sopravvivenza mediana è passata da 12,7 a 21,1 mesi. Gli oncologi parlano di un salto senza precedenti per questa malattia.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Studio di fase 3 DeLLphi-305 su 563 pazienti con microcitoma polmonare in stadio esteso, presentato all’ESMO 2026 e pubblicato sul New England Journal of Medicine.
- Tarlatamab più durvalumab come mantenimento di prima linea: rischio di morte ridotto del 58% (HR 0,42) rispetto al solo durvalumab.
- Sopravvivenza globale mediana di 21,1 mesi contro 12,7 mesi, con circa l’80% dei pazienti vivo a un anno.
- Eventi avversi gravi nel 20,9% dei casi contro il 10,8%; sindrome da rilascio di citochine nel 49,6%, quasi sempre di grado lieve o moderato.
- L’uso in prima linea non è ancora approvato: Amgen sta condividendo i dati con le autorità regolatorie.
Microcitoma polmonare: perché è così difficile da trattare
Il microcitoma polmonare, chiamato anche carcinoma polmonare a piccole cellule, rappresenta circa il 15% dei tumori del polmone. È una forma molto aggressiva, legata soprattutto al fumo di sigaretta. Cresce in fretta e tende a diffondersi presto in altre parti del corpo.
Per questo, al momento della diagnosi, la malattia è spesso già in stadio esteso: il tumore ha superato il polmone e i linfonodi vicini. In questa fase la chirurgia non è praticabile e il trattamento ruota attorno ai farmaci.
Negli ultimi anni lo standard di prima linea è stato la chemioterapia a base di platino ed etoposide, associata all’immunoterapia con durvalumab. Dopo i primi cicli, chi non peggiora prosegue con il solo durvalumab come terapia di mantenimento. Il problema è che i benefici, pur reali, sono stati modesti.
Come ha ricordato Marcello Tiseo, oncologo dell’Università di Parma, l’immunoterapia aveva aggiunto soltanto 2-3 mesi di sopravvivenza mediana. Dopo una risposta iniziale, la malattia tende infatti a tornare. Da qui la ricerca di una strategia capace di consolidare il risultato della prima linea.
Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sugli anticorpi bispecifici. Sono molecole progettate per colpire un bersaglio presente sul tumore e, allo stesso tempo, reclutare le cellule del sistema immunitario. Il microcitoma, con la sua proteina di superficie DLL3, si è rivelato un candidato ideale per questo approccio.
Lo studio DeLLphi-305: cosa ha mostrato
I risultati dello studio DeLLphi-305 sono stati presentati al simposio presidenziale del congresso ESMO 2026 a Madrid e pubblicati nello stesso giorno sul New England Journal of Medicine. È uno studio di fase 3, randomizzato, in aperto e internazionale, sponsorizzato da Amgen. AstraZeneca ha fornito durvalumab e ha contribuito al finanziamento.
Hanno partecipato 563 pazienti con microcitoma in stadio esteso, che non erano peggiorati dopo l’induzione con durvalumab più chemioterapia. Sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi. Il primo ha ricevuto tarlatamab più durvalumab, il secondo solo durvalumab, entrambi come mantenimento.
Il tarlatamab è un anticorpo bispecifico. Si lega da un lato alla proteina DLL3, presente sulla gran parte delle cellule del microcitoma e quasi assente su quelle sane. Dall’altro si lega al recettore CD3 dei linfociti T. In pratica avvicina le difese immunitarie al tumore e le attiva contro di esso.
Dopo circa 16 mesi di osservazione, l’hazard ratio per la morte è stato 0,42, cioè una riduzione del rischio del 58%. L’intervallo di confidenza va da 0,32 a 0,54, con un valore di p inferiore a 0,001. La sopravvivenza globale mediana è stata di 21,1 mesi con la combinazione contro 12,7 mesi con il solo durvalumab: oltre 8 mesi in più.
Secondo Tiseo, circa l’80% dei pazienti trattati con la combinazione era vivo a un anno. Il vantaggio si è visto anche nei sottogruppi con metastasi cerebrali o epatiche, che di solito hanno una prognosi peggiore. Per gli autori e per gli esperti italiani si tratta del maggiore guadagno di sopravvivenza mai ottenuto in questa malattia rispetto a una terapia attiva di riferimento.
Effetti collaterali, limiti e tempi di approvazione
Il beneficio ha un prezzo in termini di tollerabilità. Eventi avversi di grado 3 o superiore correlati al trattamento si sono verificati nel 20,9% dei pazienti con la combinazione e nel 10,8% con il solo durvalumab. Tra i più frequenti ci sono la riduzione dei neutrofili, il calo dell’appetito, l’astenia e la perdita di peso.
L’effetto collaterale più caratteristico è la sindrome da rilascio di citochine, comparsa nel 49,6% dei pazienti. Nella gran parte dei casi è stata di grado 1 o 2, cioè lieve o moderata, con un solo caso di grado 3 e nessuno di grado 4 o superiore. La neurotossicità legata alle cellule immunitarie (ICANS) è stata rara, pari all’1,1%, e mai grave. Dopo ogni infusione è previsto un periodo di monitoraggio in struttura.
Ci sono anche dei limiti. L’analisi è intermedia e il follow-up è ancora relativamente breve, quindi occorrerà vedere se il vantaggio si mantiene nel tempo. Lo studio è inoltre in aperto, cioè medici e pazienti sapevano quale trattamento veniva somministrato.
Sul fronte regolatorio, negli Stati Uniti tarlatamab è già approvato per i pazienti con microcitoma in stadio esteso peggiorato dopo la chemioterapia. L’uso come mantenimento di prima linea non è ancora autorizzato. Amgen ha dichiarato di voler condividere i dati con le autorità di tutto il mondo. I tempi di accesso in Italia dipenderanno dalle decisioni di EMA e AIFA.
Per i pazienti e i familiari il messaggio è di cauto ottimismo. La terapia non è ancora disponibile in prima linea, ma indica una direzione chiara per il futuro.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Il microcitoma, o carcinoma polmonare a piccole cellule, è una forma aggressiva di tumore del polmone, legata soprattutto al fumo. Cresce in fretta e si diffonde precocemente, per cui spesso viene diagnosticato in stadio esteso.
È un anticorpo bispecifico: si lega alla proteina DLL3 presente sulle cellule tumorali e al recettore CD3 dei linfociti T. Così richiama le cellule immunitarie contro il tumore e le attiva.
Con tarlatamab più durvalumab il rischio di morte si è ridotto del 58% rispetto al solo durvalumab. La sopravvivenza mediana è stata di 21,1 mesi contro 12,7 mesi.
Il più tipico è la sindrome da rilascio di citochine, quasi sempre lieve o moderata. Sono possibili anche riduzione dei neutrofili, calo dell’appetito, stanchezza e perdita di peso, e dopo l’infusione serve un periodo di monitoraggio.
Non ancora come mantenimento di prima linea. Negli Stati Uniti tarlatamab è approvato solo dopo la progressione con chemioterapia. Servono le valutazioni delle autorità regolatorie. Chi ha una diagnosi deve parlarne con il proprio oncologo.
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Fonti
Cronaca dei risultati presentati al simposio presidenziale ESMO di Madrid. Leggi la fonte
Comunicato dell’azienda sponsor con disegno dello studio e stato regolatorio. Leggi la fonte
Dettagli sul disegno dello studio e sulla sicurezza. Leggi la fonte
Altro risultato sul tumore del polmone presentato allo stesso congresso. Leggi la fonte





