Dieci donne over 50 con osteoporosi avanzata hanno ricevuto un’infusione delle proprie cellule del midollo osseo. Le cellule erano state modificate in laboratorio per “trovare la strada” verso le ossa fragili. Il risultato, pubblicato sulla rivista scientifica Cell, ha sorpreso gli stessi ricercatori. Le fratture da fragilità sono crollate del 94%, passando da una in media ogni anno e mezzo a una ogni dieci anni. Gli autori, guidati dall’ematologo José M. Moraleda dell’Università di Murcia, parlano di una possibile “medicina vivente” contro una malattia che nel mondo colpisce fino a 500 milioni di persone.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Uno studio pubblicato sulla rivista Cell descrive una terapia sperimentale a base di cellule staminali del midollo osseo. Le cellule vengono modificate in laboratorio per raggiungere più facilmente le ossa.
- Nella sperimentazione, condotta su 10 donne tra i 51 e i 72 anni con osteoporosi avanzata, le fratture da fragilità sono diminuite del 94% nei due anni successivi all’infusione.
- La terapia consiste in un’unica infusione endovenosa delle cellule del paziente stesso. Vengono prelevate dal midollo osseo del bacino e “corrette” in laboratorio con uno zucchero, il fucosio.
- È uno studio di fase 1, pensato soprattutto per valutare la sicurezza. Nessun effetto avverso grave è stato registrato nei circa sei anni di follow-up complessivo.
- L’osteoporosi colpisce circa 4,3 milioni di persone in Italia e fino a 500 milioni nel mondo. Servono ora sperimentazioni più ampie prima di un uso clinico diffuso.
Cos’è la nuova terapia e come funziona
Al centro dello studio ci sono le cellule staminali mesenchimali. Sono cellule che vivono nel midollo osseo e che normalmente danno origine agli osteoblasti, le cellule che costruiscono il tessuto osseo. Il problema è che, una volta prelevate e reintrodotte nel sangue, faticano a raggiungere le ossa. Nel 2008 il ricercatore Robert Sackstein, oggi tra gli autori dello studio, fece una scoperta importante. Aggiungere uno zucchero chiamato fucosio alla loro superficie ne migliora nettamente la capacità di arrivare al midollo osseo, almeno nei topi da laboratorio.
Partendo da quella scoperta, il gruppo guidato da José M. Moraleda ha messo a punto una versione della procedura pensata per l’uomo. Ai pazienti viene prelevato un campione di midollo osseo dal bacino. Le cellule vengono isolate, coltivate in laboratorio e “corrette” con il fucosio. Poi vengono reinfuse per via endovenosa nello stesso paziente da cui provengono. Sono serviti anni per mettere a punto il processo produttivo, spiegano gli autori. È la prima sperimentazione al mondo che modifica deliberatamente queste cellule per migliorarne l’orientamento verso le ossa.
Le terapie oggi disponibili per l’osteoporosi, come i bifosfonati o gli anticorpi monoclonali, rallentano la perdita di massa ossea. Richiedono però un’assunzione continua, spesso per anni. L’idea alla base della nuova ricerca è diversa: usare le cellule del paziente come un cantiere mobile, capace di raggiungere le ossa fragili e stimolarne la rigenerazione dall’interno con una sola infusione.
Le cellule staminali mesenchimali sono già usate in altri ambiti della medicina rigenerativa, dall’ortopedia ad alcune malattie infiammatorie. Vengono scelte per la loro capacità di trasformarsi in diversi tessuti e di modulare l’infiammazione locale. Fino a oggi, però, pochissime sperimentazioni le avevano testate specificamente per l’osteoporosi. Nessuna aveva provato a correggerne in modo mirato la capacità di orientamento verso le ossa, prima di reinfonderle nel paziente.
I risultati: fratture ridotte del 94%
La sperimentazione, cominciata nel 2015, ha coinvolto dieci donne tra i 51 e i 72 anni. Tutte con osteoporosi avanzata e una lunga storia di fratture, spesso causate da traumi minimi come un semplice inciampo. Prima dell’infusione, il gruppo registrava in media una frattura ogni uno o due anni. Nei due anni successivi al trattamento il tasso è sceso da 8 eventi l’anno a 0,5: una riduzione del 94% delle fratture da fragilità. Le partecipanti sono state seguite per circa sei anni complessivi.
Le biopsie ossee effettuate 120 giorni dopo l’infusione hanno mostrato un aumento del tessuto osseo. Il miglioramento ha riguardato sette pazienti su dieci, soprattutto nell’osso trabecolare, la struttura più spugnosa e metabolicamente attiva dello scheletro, colpita per prima dall’osteoporosi. Anche gli esami di imaging e i biomarcatori nel sangue hanno confermato segnali di rigenerazione ossea. Nessuna partecipante ha riportato effetti avversi legati al trattamento.
Il dato più atteso dai ricercatori riguardava proprio l’osso trabecolare. È la struttura interna a nido d’ape che si trova alle estremità delle ossa lunghe e dentro le vertebre. È qui che l’osteoporosi colpisce per prima, prima ancora che il danno raggiunga l’osso corticale, quello compatto ed esterno. Vedere segnali di rigenerazione proprio in quest’area è un indizio incoraggiante sul possibile meccanismo d’azione della terapia.
Il commento degli esperti
“È un risultato notevole”, ha commentato Ajit Varki, medico e ricercatore dell’Università della California a San Diego, non coinvolto nello studio. Il commento è stato raccolto dalla rivista Nature. Lo studio, ha aggiunto Varki, ha mostrato un’efficacia vicina al 100%, mantenuta per diversi anni, senza effetti collaterali. Gli stessi autori parlano di un possibile cambio di paradigma: dal trattamento farmacologico continuo a una terapia rigenerativa che agisce con una sola infusione.
Limiti dello studio e cosa significa per chi ha l’osteoporosi
Gli autori invitano comunque alla cautela. È uno studio di fase 1, pensato soprattutto per verificarne la sicurezza, non un trial randomizzato con un gruppo di controllo. Il campione è piccolo, appena dieci persone, tutte donne. La maggior parte delle partecipanti continuava ad assumere le terapie tradizionali contro l’osteoporosi prima e durante lo studio. Questo rende difficile isolare con certezza l’effetto specifico delle cellule modificate rispetto ai farmaci già in uso. Per questo gli esperti indipendenti, pur definendo i risultati notevoli, invitano a non parlare ancora di una cura definitiva contro l’osteoporosi.
Resta anche una domanda aperta. I ricercatori non hanno tracciato direttamente le cellule infuse nel corpo delle pazienti. Non è quindi chiaro con precisione quante di esse abbiano davvero raggiunto le ossa. Servono ora sperimentazioni più ampie, con un gruppo di controllo e una popolazione di pazienti più diversificata, anche maschile. Solo così si potrà pensare a un utilizzo clinico di routine. Anche i costi e i tempi di produzione di una terapia personalizzata, ricavata dal midollo osseo di ogni singolo paziente, restano tutti da valutare su larga scala.
L’osteoporosi in Italia, tra numeri e prevenzione
In Italia l’osteoporosi riguarda circa 4,3 milioni di persone. L’80% sono donne in postmenopausa, secondo le stime dell’Osservatorio Malattie Rare. Ogni anno nel Paese si registrano oltre 500mila fratture legate alla fragilità ossea, in gran parte a carico di femore, vertebre e polso. Nel mondo, secondo i ricercatori, l’osteoporosi arriva a colpire circa 500 milioni di persone, con quasi 37 milioni di fratture da fragilità ogni anno: una ogni secondo.
In attesa di terapie rigenerative come quella sperimentata a Murcia, restano fondamentali gli strumenti già disponibili. Tra questi l’attività fisica regolare, un adeguato apporto di calcio e vitamina D, la diagnosi precoce con la densitometria ossea. Quando necessario, restano importanti anche le terapie farmacologiche prescritte dallo specialista, che oggi rappresentano ancora il trattamento di riferimento.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
È una terapia sperimentale che utilizza le cellule staminali mesenchimali del paziente stesso, prelevate dal midollo osseo del bacino. In laboratorio vengono modificate con uno zucchero, il fucosio, per migliorarne la capacità di raggiungere le ossa fragili. Vengono poi reinfuse per via endovenosa in un’unica somministrazione.
Nelle dieci donne trattate, le fratture da fragilità sono diminuite del 94% nei due anni successivi all’infusione, passando da 8 a 0,5 eventi l’anno. Sette pazienti su dieci hanno mostrato anche un aumento del tessuto osseo alle biopsie di controllo.
No. Si tratta di uno studio di fase 1, condotto su un numero molto piccolo di persone e senza un gruppo di controllo. Servono sperimentazioni più ampie prima che la terapia possa essere valutata per un utilizzo clinico di routine.
Il campione è ridotto a dieci donne, senza gruppo di controllo, e la maggior parte delle partecipanti assumeva anche le terapie tradizionali. I ricercatori, inoltre, non hanno tracciato direttamente le cellule infuse nel corpo, quindi non sanno con certezza quante abbiano raggiunto le ossa.
Le terapie di riferimento restano i farmaci come i bifosfonati e gli anticorpi monoclonali, insieme ad attività fisica regolare, adeguato apporto di calcio e vitamina D e diagnosi precoce con la densitometria ossea. Vanno sempre prescritte e monitorate da uno specialista.
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