Intervista alla Prof.ssa Elizaveta Kon | Medico specialista in ortopedia – approfondimenti a cura di Lavinia Giganti, giornalista
Un dolore articolare in un bambino o in un adolescente che pratica sport viene spesso archiviato come un semplice dolore della crescita. Ma quando il sintomo persiste, si ripete durante l’attività o limita il movimento, non dovrebbe essere normalizzato: può indicare un sovraccarico, un’infiammazione, una patologia dell’accrescimento o un infortunio che richiede una valutazione.
Ne parliamo con la prof.ssa Elizaveta Kon, medico specialista in ortopedia, partendo da un messaggio rivolto soprattutto ai genitori: ascoltare il dolore del ragazzo e intervenire tempestivamente può evitare che un disturbo iniziale diventi più difficile da gestire. L’esempio del giovane calciatore con dolore davanti al ginocchio conduce al morbo di Osgood-Schlatter, mentre il tema del recupero apre alla necessità di una riabilitazione completa, fino al ritorno allo sport specifico.
L’approfondimento distingue ciò che la professoressa afferma nell’intervista dalle precisazioni della letteratura scientifica: non tutti i dolori nei bambini sono uguali, non esiste un unico calendario di riposo valido per ogni diagnosi e il ritorno in campo non coincide semplicemente con la scomparsa delle stampelle.
Risposta rapida. Un dolore articolare persistente in un giovane sportivo non dovrebbe essere attribuito automaticamente alla crescita. Se compare senza un trauma evidente, si ripete, peggiora con l’attività, altera il modo di camminare o si associa a gonfiore, rigidità, febbre o limitazione funzionale, è indicata una valutazione medica. Sovraccarico, specializzazione precoce e recupero insufficiente possono aumentare il rischio di problemi da uso ripetuto, ma la gestione va personalizzata. Anche dopo un infortunio o un intervento, la riabilitazione deve accompagnare il ragazzo fino ai gesti richiesti dal suo sport.
In breve
- La crescita non deve diventare una spiegazione automatica di un dolore persistente, localizzato o limitante.
- I cosiddetti dolori della crescita sono descritti in letteratura, ma la diagnosi è clinica e non va usata per liquidare un sintomo atipico.
- Il morbo di Osgood-Schlatter è una patologia da trazione della tuberosità tibiale, frequente negli adolescenti che corrono e saltano.
- Carichi elevati, aumenti improvvisi, specializzazione precoce e riposo insufficiente possono ridurre la capacità di recupero dei tessuti, anche se il rapporto tra carico e infortunio non è identico in tutti gli sport.
- La riabilitazione non finisce quando il ragazzo cammina senza stampelle: deve recuperare forza, controllo, gesti tecnici e tolleranza ai carichi dello sport.
- Dolore persistente, gonfiore, zoppia, febbre, dolore notturno o perdita di funzione richiedono una valutazione e, nei casi più importanti, un contatto medico rapido.
Perché il dolore articolare persistente di un giovane sportivo non va liquidato come dolore della crescita?
«Ho una notizia per tutte le mamme dei ragazzini che fanno sport: i dolori della crescita non esistono. Perciò, se vi dicono che è un dolore della crescita e che passerà, non è vero. Crescere non fa male; crescere fa bene.»
«Quando un bambino o un ragazzino in età adolescenziale comincia a lamentare un dolore senza trauma, dobbiamo preoccuparci, soprattutto se è persistente. Non parlo del dito che fa male oggi e domani non fa più male, ma di un dolore che continua. Il bambino normalmente non si inventa i dolori; quelli dell’adulto senza una causa apparente sono molto più frequenti di quelli del bambino. Il dolore del bambino normalmente ha una causa, soprattutto se persiste.» – prof.ssa Elizaveta Kon
Approfondimento
Il messaggio clinico della professoressa è importante: il dolore persistente, soprattutto se localizzato a un’articolazione e collegato allo sport, merita di essere ascoltato. La formula ‘dolore della crescita’ viene però utilizzata nella letteratura medica per descrivere una sindrome pediatrica generalmente benigna, non per dimostrare che l’allungamento delle ossa provochi direttamente dolore. Una scoping review dell’American Academy of Pediatrics ha esaminato 145 studi e ha rilevato una forte variabilità nelle definizioni.
Nei lavori analizzati ricorrevano più spesso dolore agli arti inferiori, comparsa serale o notturna, andamento episodico o ricorrente, esame obiettivo normale e, in una parte dei casi, distribuzione bilaterale. Il dato più significativo è che il 93% delle pubblicazioni non faceva riferimento alla crescita come elemento della definizione. La stessa revisione invita quindi i clinici a non usare questa etichetta come scorciatoia per decidere la gestione del dolore.
Per un genitore la distinzione pratica è questa: un dolore benigno e ricorrente compatibile con i criteri clinici non equivale a un dolore focale che compare sempre durante la corsa, a un ginocchio gonfio o a una zoppia. Rigidità mattutina, dolore a riposo o notturno, febbre, calo di peso, arrossamento, gonfiore persistente e riduzione della funzione sono elementi che richiedono una valutazione più approfondita. Non significano automaticamente una malattia grave, ma non dovrebbero essere attribuiti alla crescita senza visita.
L’esame inizia dal racconto del ragazzo: dove fa male, da quanto tempo, in quali momenti, con quale intensità, se il sintomo compare dopo un aumento degli allenamenti, se migliora con il riposo e se impedisce di correre, saltare, salire le scale o partecipare alla scuola. La valutazione del dolore pediatrico dovrebbe considerare anche sonno, gioco, scuola e vita familiare; quando possibile, è il bambino stesso a descrivere il sintomo, senza lasciare che l’adulto lo minimizzi o lo interpreti al suo posto.
Che cos’è il morbo di Osgood-Schlatter e perché può comparire in un giovane calciatore?
«Prendiamo un esempio pratico: un ragazzino di 10, 11 o 12 anni gioca a calcio, entra in ambulatorio con la mamma, ancora con la maglietta da calcio, e dice: «Mi fa male il ginocchio da tanto tempo». Se indica il punto davanti, subito sotto il ginocchio, normalmente è una diagnosi immediata: si tratta di una patologia che si chiama morbo di Osgood-Schlatter. È un problema del nucleo apofisario: il tendine, anche per una predisposizione individuale, in seguito all’attività sportiva tira e quella parte si infiamma e si disturba.»
«Questo significa che il ragazzino deve smettere l’attività sportiva, anche totalmente, per almeno nove mesi. A quel punto comincia il pianto: è una giovane promessa, e così via. Però, se non smette, rischia conseguenze.» – prof.ssa Elizaveta Kon
Approfondimento
Il morbo di Osgood-Schlatter è una forma di apofisite da trazione della tuberosità tibiale, il rilievo osseo situato nella parte anteriore della tibia, subito sotto la rotula. In quella zona si inserisce il tendine rotuleo, che trasmette la forza del quadricipite. Durante l’adolescenza il nucleo di accrescimento è ancora in evoluzione; corsa, salti, cambi di direzione e calci ripetuti possono sottoporlo a trazione eccessiva, con dolore e talvolta una tumefazione localizzata.
Il quadro tipico comprende dolore anteriore sotto la rotula, sensibilità alla pressione, peggioramento durante corsa, salti, accosciate o inginocchiamento e miglioramento con la riduzione del carico. Il contesto è importante: età, fase di crescita, sport praticato, volume degli allenamenti, flessibilità e forza muscolare contribuiscono all’inquadramento. Una diagnosi non dovrebbe però essere formulata soltanto perché il ragazzo indica un punto davanti al ginocchio; vanno escluse anche altre cause di dolore, tra cui lesioni del tendine, fratture da stress, problemi femoro-rotulei, infiammazioni o infezioni.
La revisione narrativa pubblicata su Healthcare nel 2022 descrive l’Osgood-Schlatter come una condizione frequente negli adolescenti che praticano sport e sottolinea il ruolo della valutazione clinica. Radiografia, ecografia o risonanza non sono automaticamente necessarie in ogni caso tipico, ma possono essere richieste quando la presentazione è insolita, il dolore è molto intenso, il decorso non è quello atteso o esistono dubbi diagnostici.
Il passaggio più delicato riguarda il tempo di sospensione indicato nell’intervista. Un periodo di stop completo di nove mesi non può essere trasformato in una regola valida per ogni ragazzo: la durata e il tipo di limitazione dipendono dai sintomi, dall’esame clinico, dalla maturazione scheletrica e dalla risposta al trattamento. Le strategie conservative comprendono in genere riduzione o modifica delle attività dolorose, recupero graduale della mobilità e della forza e un ritorno progressivo ai gesti sportivi, sotto controllo professionale. Continuare a giocare sopra un dolore che peggiora, invece, può prolungare la fase sintomatica e ritardare il recupero.
Quanto incidono carichi elevati, specializzazione precoce e recupero insufficiente?
«Lavoro molto con la FIFA e oggi si discute molto del recupero insufficiente e del riposo non adeguato, che riguardano ovviamente i giocatori professionisti, ma in realtà anche l’amatore e il ragazzino promettente che non fa un recupero dopo un intervento, non fa un recupero dopo un infortunio o non fa una riabilitazione adeguata.» – prof.ssa Elizaveta Kon
Approfondimento
Il carico di allenamento non coincide soltanto con il numero di ore. Comprende la quantità di corsa, salti, accelerazioni, cambi di direzione, contatti e gesti tecnici, ma anche la risposta individuale del ragazzo: fatica percepita, dolore, qualità del sonno, stress, malattia recente e tempo disponibile per recuperare. In un atleta in crescita la capacità di adattamento non è fissa e può cambiare rapidamente durante la pubertà.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2022 su Sports Medicine – Open ha esaminato il rapporto tra carico cumulativo e infortuni negli sport di squadra giovanili. Il 59% delle relazioni analizzate mostrava un’associazione tra carico e infortunio; nel calcio giovanile la proporzione delle associazioni positive era più alta, ma gli autori hanno sottolineato che le misure del carico e gli studi erano molto eterogenei. Il dato non dimostra che ogni allenamento intenso provochi un danno, ma sostiene l’importanza di monitorare la progressione e di evitare accumuli non compatibili con il recupero.
La specializzazione precoce, cioè l’allenamento per gran parte dell’anno in un solo sport con riduzione delle altre esperienze motorie, può aumentare l’esposizione agli stessi gesti ripetitivi. La revisione sistematica delle raccomandazioni delle organizzazioni sanitarie pubblicata nel 2022 ha individuato indicazioni ricorrenti: monitorare il benessere dell’atleta, garantire allenatori preparati, favorire la pratica di più sport nelle età più giovani, limitare l’organizzazione e l’allenamento precoci e coinvolgere i genitori. Gli stessi autori segnalano però che il livello di evidenza e la precisione delle raccomandazioni non sono uniformi.
Per questo non esiste un numero magico di ore che protegga tutti e non è corretto attribuire ogni dolore alla sola specializzazione. Contano l’età biologica, la storia di infortuni, la tecnica, la superficie, l’attrezzatura, il calendario delle gare e l’alternanza tra lavoro e recupero. Un programma ragionevole deve prevedere comunicazione tra famiglia, allenatore e professionisti sanitari, attenzione ai sintomi e possibilità di ridurre temporaneamente volume o intensità senza far vivere la pausa come un fallimento.
Il dolore non dovrebbe essere usato come un test di carattere. Se il ragazzo deve modificare la corsa, zoppica, cambia il gesto o ha bisogno di analgesici per completare l’allenamento, la situazione va rivalutata. La protezione dell’atleta non significa eliminare lo sport: significa mantenere, quando possibile, una partecipazione sicura e compatibile con la diagnosi, sostituendo i gesti provocativi con attività che consentano di conservare condizionamento e motivazione.
Perché la riabilitazione deve accompagnare il giovane atleta fino al ritorno allo sport?
«Un ragazzino promettente può non fare un recupero dopo un intervento, non fare un recupero dopo un infortunio o non fare una riabilitazione adeguata. Dopo un intervento chirurgico o dopo un infortunio bisogna avere una riabilitazione che porti al campo sportivo.»
«Non bastano dieci sedute e poi, una volta tolte le stampelle, va tutto bene. La riabilitazione ti porta dal letto al campo sportivo specifico; per questo è molto importante.» – prof.ssa Elizaveta Kon
Approfondimento
La frase della professoressa descrive bene la differenza tra guarigione iniziale e ritorno allo sport. Camminare senza stampelle, avere una ferita chiusa o percepire meno dolore sono traguardi importanti, ma non dimostrano che il ragazzo sia pronto per sprint, salti, contrasti, cambi di direzione o gesti tecnici ripetuti. Ogni disciplina presenta richieste specifiche e la riabilitazione deve progressivamente ricostruire la capacità di sostenerle.
Il percorso può comprendere recupero del movimento, forza degli arti e del tronco, equilibrio, coordinazione, controllo neuromuscolare, resistenza, gesti propri dello sport e aumento graduale del carico. La decisione sul ritorno non dovrebbe basarsi soltanto sul tempo trascorso dall’intervento o sull’assenza di dolore, ma su criteri clinici e funzionali coerenti con la lesione. Vanno considerati anche fiducia, timore di una nuova lesione e disponibilità psicologica a rientrare.
Una revisione dedicata all’atleta pediatrico dopo ricostruzione del legamento crociato anteriore ha evidenziato che i giovani possono avere tempi diversi dagli adulti per recuperare forza e controllo neuromuscolare. Gli autori raccomandano programmi strutturati di allenamento neuromuscolare e di ritorno allo sport, con una combinazione di tempo, test oggettivi, qualità del movimento e preparazione psicologica. L’esempio del legamento crociato riguarda una lesione specifica, ma il principio è applicabile alla riabilitazione sportiva in generale: la progressione deve essere individualizzata.
Il ritorno al campo dovrebbe quindi essere graduale. Prima si verifica che il ragazzo riesca a svolgere i movimenti di base senza peggioramento; poi si introducono esercizi più rapidi, cambi di direzione, gesti tecnici e, infine, allenamento con intensità e durata simili a quelle della gara. Il passaggio tra una fase e l’altra dipende dalla risposta nelle ore e nei giorni successivi. Un rientro troppo rapido può riaprire il problema o esporre a una nuova lesione, mentre un rientro ben programmato protegge il risultato clinico e la continuità sportiva.
Quali segnali di dolore non devono mai essere ignorati dai genitori?
«Non va mai ignorato quello che ti racconta il ragazzino. Non va mai ignorato il suo sintomo, il dolore; non va mai preso così alla leggera.» – prof.ssa Elizaveta Kon
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L’indicazione della professoressa è semplice e centrale: il ragazzo deve essere ascoltato. Nei bambini e negli adolescenti il dolore può essere raccontato in modo diverso a seconda dell’età, della paura di perdere la partita, del rapporto con l’allenatore e del desiderio di non preoccupare i genitori. Chiedere dove e quando fa male, senza suggerire la risposta e senza ridicolizzare il sintomo, aiuta a raccogliere informazioni cliniche utili.
Un controllo è opportuno quando il dolore persiste, ritorna sempre nello stesso punto, peggiora con l’attività, limita corsa o salto, modifica la deambulazione, compare anche a riposo o sveglia il ragazzo. Anche gonfiore, rigidità prolungata, perdita di forza o movimento, cedimenti, blocco articolare e una differenza evidente tra i due lati richiedono una valutazione. In presenza di febbre, articolazione calda e arrossata, malessere generale, trauma importante o impossibilità a caricare il peso, il contatto medico deve essere rapido.
Il fatto che non ci sia stato un trauma non rende il sintomo meno importante: molte condizioni da sovraccarico compaiono proprio in modo graduale. Al contrario, un dolore breve dopo uno sforzo insolito che regredisce e non modifica la funzione può essere monitorato, ma senza continuare a caricare l’area se il sintomo peggiora. La durata, l’evoluzione e l’impatto sulle attività sono più utili di una soglia rigida uguale per tutti.
La valutazione specialistica non significa necessariamente sottoporre il ragazzo a una risonanza o fermarlo per mesi. Significa prima capire il problema con anamnesi ed esame obiettivo, decidere se servono esami e stabilire una gestione proporzionata: modifica dell’attività, terapia fisica, esercizio, protezione temporanea o ulteriori accertamenti. L’obiettivo è proteggere la salute articolare senza trasformare lo sport in un nemico e senza lasciare che la paura della diagnosi ritardi la cura.
In sintesi
Un dolore articolare persistente in un bambino o in un adolescente che pratica sport non dovrebbe essere liquidato come un normale effetto della crescita. I cosiddetti dolori della crescita sono una descrizione clinica non uniforme e, proprio per questo, non possono sostituire la valutazione quando il dolore è localizzato, ricorrente, associato a gonfiore o limita la funzione.
Il morbo di Osgood-Schlatter è un esempio frequente di dolore anteriore del ginocchio legato alla trazione e al carico durante l’accrescimento, ma anche in questo caso la diagnosi e la durata della sospensione sportiva devono essere individualizzate. Carichi elevati, specializzazione precoce e recupero insufficiente possono contribuire al problema, mentre una riabilitazione completa deve accompagnare l’atleta dal recupero iniziale fino ai gesti dello sport praticato.
Dolore notturno o a riposo, gonfiore importante, articolazione calda e arrossata, febbre, zoppia, deformità, perdita di forza o impossibilità a caricare richiedono un contatto medico rapido. Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una diagnosi, una visita ortopedica o un programma riabilitativo personalizzato.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
No. I dolori della crescita sono una diagnosi clinica non uniforme e non spiegano automaticamente un dolore localizzato, persistente, associato allo sport, a gonfiore o a limitazione del movimento.
No. La gestione e la durata della sospensione dipendono da sintomi, esame, maturazione e sport. Spesso si ricorre a modifica del carico, esercizio e ritorno progressivo, sotto controllo professionale.
Perché camminare non significa essere pronti a sprint, salti, cambi di direzione e gesti tecnici. Servono recupero di forza, controllo, capacità funzionale e progressione specifica per lo sport.
Fonti
Defining Growing Pains: A Scoping Review Revisione di 145 studi sulla definizione dei dolori della crescita, sulla loro variabilità clinica e sulla necessità di non usare l’etichetta senza un corretto inquadramento.
Is Cumulative Load Associated with Injuries in Youth Team Sport? A Systematic Review Revisione sistematica sul rapporto tra carico cumulativo e infortuni negli sport di squadra giovanili, con particolare attenzione al calcio.
Unique Considerations for the Pediatric Athlete During Rehabilitation and Return to Sports Revisione sui criteri di riabilitazione e ritorno allo sport dell’atleta pediatrico, con attenzione a forza, controllo neuromuscolare, carico e preparazione psicologica.





