Dossier Salute

Mal di schiena: scoperto un possibile “interruttore” biologico della degenerazione della colonna

Ricercatrice analizza un modello della colonna vertebrale accanto a immagini diagnostiche e strumenti di laboratorio.

 

Un nuovo studio condotto dalle Università di Edimburgo e Bristol ha individuato la sequenza biologica che porta all’indurimento e alla degenerazione dei dischi intervertebrali, una delle cause più comuni del mal di schiena. Utilizzando pesci zebra privi di un gene legato al collagene IX, i ricercatori hanno osservato che la colonna vertebrale si irrigidisce attraverso tappe precise, a partire da un cedimento strutturale che precede la comparsa dei depositi minerali. La scoperta, pubblicata sulla rivista Communications Biology, ha anche un risvolto pratico: un farmaco già usato da anni contro l’osteoporosi è riuscito a bloccare il danno negli animali trattati. Per una condizione che oggi si affronta solo con la chirurgia, si tratta di una pista di ricerca che gli stessi autori definiscono entusiasmante.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Uno studio sui pesci zebra ha ricostruito la sequenza biologica che porta all’indurimento e alla degenerazione dei dischi intervertebrali, una delle cause più diffuse di mal di schiena.
  • La causa iniziale non sarebbe l’accumulo di minerali nella colonna, ma il cedimento di uno strato di sostegno del disco, che si manifesta prima della calcificazione.
  • Il gene coinvolto è legato al collagene IX, una proteina già associata in passato a problemi precoci ai dischi intervertebrali.
  • Un bisfosfonato, farmaco già usato contro l’osteoporosi, ha bloccato l’accumulo di minerali nella colonna dei pesci trattati nello studio.
  • La ricerca, pubblicata su Communications Biology, apre nuove piste terapeutiche ma resta a uno stadio preliminare: servono studi sull’uomo prima di parlare di una possibile cura.

Come nasce il mal di schiena, secondo il nuovo studio

Il mal di schiena colpisce la maggior parte delle persone almeno una volta nella vita, spesso senza una causa apparente. Una delle spiegazioni più frequenti è la degenerazione dei dischi intervertebrali, le strutture elastiche che assorbono gli urti tra una vertebra e l’altra. Quando questi cuscinetti perdono la loro integrità, la colonna diventa più rigida e dolorosa. Nonostante la diffusione di questa condizione, oggi non esiste alcun farmaco capace di fermarla o invertirla: la chirurgia resta l’unica soluzione a lungo termine disponibile per i casi più gravi.

Per capire cosa scatena il processo, i ricercatori delle Università di Edimburgo e Bristol hanno studiato pesci zebra privi di una copia funzionante del gene legato al collagene IX, una proteina nota da tempo per il suo ruolo nella struttura dei dischi. Con l’invecchiamento, questi animali hanno sviluppato alterazioni della colonna sorprendentemente simili a quelle osservate nell’uomo: le vertebre hanno iniziato a fondersi tra loro, mentre il tessuto tra un disco e l’altro è diventato progressivamente più duro e rigido.

Il dato più interessante riguarda proprio la sequenza degli eventi osservata dai ricercatori. Prima ancora che comparissero i depositi minerali, si è verificato il deterioramento di uno strato di sostegno della colonna vertebrale. Questo suggerisce che la mineralizzazione non sia la causa iniziale della malattia, ma piuttosto una conseguenza di alterazioni biologiche più precoci e finora poco conosciute dalla ricerca.

Dalla genetica al metabolismo: i meccanismi coinvolti

Per individuare le cause della fusione vertebrale, i ricercatori hanno analizzato l’attività dei geni negli animali malati, confrontandola con quella dei pesci sani. Sono emerse alterazioni in diversi processi biologici: la gestione dei grassi nell’organismo, il pathway mTOR che regola la crescita cellulare, il metabolismo del fosfato e la segnalazione della vitamina A. Ognuno di questi meccanismi era già stato collegato, in ricerche precedenti, all’accumulo anomalo di minerali nei tessuti molli.

Il quadro che emerge è quello di una catena di eventi ben definita: un’alterazione genetica modifica alcuni processi cellulari, il tessuto di sostegno del disco si indebolisce e, solo in un secondo momento, aumentano sia la tendenza alla calcificazione sia la fusione tra le vertebre vicine. Comprendere questa sequenza è importante perché sposta l’attenzione dei ricercatori dal danno ormai avvenuto ai processi biologici che lo precedono e lo rendono possibile.

Intercettare questi meccanismi nelle fasi iniziali potrebbe, almeno in teoria, offrire la possibilità di rallentare la degenerazione del disco prima che diventi irreversibile. Sarebbe un cambiamento importante rispetto all’approccio attuale, che interviene soltanto quando il danno è già esteso e la chirurgia rimane l’unica opzione realmente disponibile per il paziente.

Un farmaco per l’osteoporosi rallenta il danno nei pesci

Oltre a descrivere il meccanismo, i ricercatori hanno verificato se fosse possibile intervenire per bloccarlo. Il risultato più sorprendente è arrivato da un bisfosfonato, farmaco già usato da anni contro l’osteoporosi e altre malattie delle ossa. Nei pesci trattati, il farmaco ha impedito l’accumulo di minerali nella colonna, uno degli eventi chiave del processo degenerativo osservato.

Anche altri interventi hanno aiutato: una riduzione del cibo somministrato e farmaci che modificano il metabolismo dei grassi hanno ridotto le fusioni vertebrali. Secondo gli autori, il metabolismo lipidico e la regolazione del fosfato sono oggi le piste più promettenti per nuovi farmaci contro la degenerazione del disco.

Resta comunque una distanza importante tra i risultati sugli animali e una possibile applicazione clinica. Servono ulteriori studi per verificare se questi meccanismi valgano anche per l’uomo, individuare i pazienti che potrebbero beneficiarne e stabilire dosaggi, sicurezza ed efficacia di un eventuale trattamento futuro.

Erika Kague, dell’Università di Edimburgo e coordinatrice dello studio, ha dichiarato che per decenni la chirurgia è stata l’unica risposta alla malattia del disco, e che comprendere questa biologia apre ora diverse strade per rallentarla. Secondo Arthritis UK, che ha co-finanziato la ricerca, la scoperta riguarda potenzialmente milioni di persone con mal di schiena cronico.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

La degenerazione dei dischi intervertebrali nasce da un progressivo deterioramento delle strutture che assorbono gli urti tra le vertebre. Il nuovo studio suggerisce che il primo evento sia il cedimento di uno strato di sostegno del disco, seguito solo in un secondo momento dall’accumulo di minerali e dalla fusione vertebrale.

Il collagene IX è una proteina che contribuisce a tenere insieme le fibre strutturali dei dischi intervertebrali. Alterazioni del gene che lo produce sono state più volte collegate, in studi precedenti, a problemi precoci ai dischi della colonna.

No. Il farmaco testato è un bisfosfonato, già approvato contro l’osteoporosi, ma nello studio è stato usato solo su pesci zebra. Servono ulteriori ricerche sull’uomo prima di poterlo considerare un trattamento per la degenerazione dei dischi.

Il pesce zebra è un modello animale molto usato in biomedicina perché condivide con l’uomo numerosi geni e processi di sviluppo, ed è possibile osservarne facilmente la colonna vertebrale nel corso dell’invecchiamento.

In attesa di eventuali nuove terapie, resta fondamentale rivolgersi al proprio medico per una diagnosi accurata e un percorso di cura personalizzato, che può includere fisioterapia, attività fisica mirata e, nei casi più gravi, la valutazione chirurgica.

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