Dossier Salute

Ansia da referto: come vivere l’attesa dopo mammografia ed esami, secondo gli studi

Donna pensierosa con una tazza riceve il sostegno di un’amica sul divano, sotto la scritta “Ottobre in rosa”

L’ansia da referto è quella sensazione di allarme che accompagna i giorni tra un esame e il suo risultato. Ha anche un nome in inglese, “scanxiety”, e la ricerca scientifica la studia da anni. Le revisioni più recenti concordano su un punto: per molte persone l’attesa del referto è il momento più stressante dell’intero percorso, più dell’esame stesso. La buona notizia è che esistono strategie concrete per affrontarla, sia per chi fa uno screening sia per chi è in follow-up dopo un tumore.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • L’ansia da referto (“scanxiety”) è l’ansia legata agli esami diagnostici e all’attesa dei risultati.
  • Una revisione su 36 studi (Cancers, 2023) indica l’attesa tra esame e referto come la fase più stressante.
  • Secondo una revisione di 57 studi (BMJ Open, 2021), l’ansia moderata o grave riguarda tra il 4% e il 28% dei partecipanti.
  • Gli esami diagnostici generano più ansia degli esami di screening; età e genere, invece, non sembrano influire.
  • Rilassamento, distrazione, informazione e supporto psicologico hanno ridotto l’ansia in 6 interventi su 10.

Che cos’è l’ansia da referto e perché l’attesa pesa tanto

Con “scanxiety” i ricercatori indicano l’ansia associata agli esami di imaging, come mammografia, TC, risonanza o PET. Può comparire prima dell’esame, durante e soprattutto dopo. Non riguarda solo chi ha già avuto un tumore. Infatti può colpire anche chi fa uno screening di routine o riceve un richiamo per approfondimenti.

Una revisione pubblicata nel 2023 sulla rivista Cancers, guidata da Heather Derry-Vick, ha analizzato 36 studi su adulti con tumore in corso o pregresso. Il risultato più chiaro riguarda i tempi. Il periodo tra l’esame e la comunicazione del risultato è stato descritto spesso come il più angosciante. L’ansia prima dell’esame, invece, tende a calare subito dopo la procedura.

Perché proprio l’attesa? In quei giorni non si può fare nulla, se non aspettare. La mente tende a riempire il vuoto con scenari negativi. Inoltre l’esito può cambiare i progetti, il lavoro, la vita familiare. È quindi una reazione comprensibile, non un segno di debolezza.

Gli studi distinguono anche due componenti. La prima è legata alla procedura: la claustrofobia nella risonanza, il fastidio della compressione, il rumore dei macchinari. La seconda riguarda l’esito e le sue implicazioni sulla malattia e sulle cure. Riconoscere quale delle due prevale aiuta a scegliere la strategia giusta.

Le conseguenze, però, non vanno sottovalutate. La stessa revisione segnala un peggioramento della qualità di vita e la comparsa di sintomi fisici legati alla tensione. Inoltre l’ansia agisce in due direzioni: in alcune persone spinge a rispettare i controlli, in altre porta a evitarli. Ed è proprio questo secondo effetto a preoccupare chi si occupa di prevenzione.

Chi è più esposto all’ansia da referto

Non tutti vivono l’attesa allo stesso modo. Una revisione sistematica del 2021, firmata da Bui e colleghi, è stata pubblicata su BMJ Open. Ha incluso 57 studi, per lo più su mammografie, PET e TC, selezionati tra circa 26.700 articoli. Gli autori hanno trovato una grande variabilità, dovuta anche agli 81 diversi strumenti usati per misurare l’ansia.

In media i livelli di ansia risultavano bassi nella maggior parte degli studi. Tuttavia l’ansia moderata o grave interessava tra il 4% e il 28% dei partecipanti. Si tratta quindi di una quota tutt’altro che trascurabile.

Alcuni fattori, in particolare, si associavano a un’ansia più intensa. Tra questi un livello di istruzione più basso, il fumo e un dolore più forte. Pesava anche la percezione di un rischio di tumore più alto. Inoltre gli esami diagnostici, cioè quelli eseguiti per un sospetto, generavano più ansia degli esami di screening. Età, genere, etnia e stato civile, invece, non risultavano associati.

Questi dati hanno un risvolto pratico. Chi riceve un richiamo dopo una mammografia di screening entra in una fase diagnostica. Di conseguenza può sentirsi molto più in ansia rispetto al primo esame. Sapere che è normale aiuta a non sentirsi soli. Ricordare che la maggior parte dei richiami si conclude senza una diagnosi di tumore aiuta a ridimensionare la paura.

Un discorso a parte merita chi è in follow-up dopo un tumore. Per queste persone ogni controllo può riaprire la paura della recidiva. La revisione del 2023 osserva però che la familiarità con le procedure si associa a meno ansia. Anche la fiducia nella propria capacità di affrontare un eventuale problema sembra proteggere.

Come vivere l’attesa: le strategie che funzionano

La revisione di BMJ Open ha valutato dieci interventi: tecniche di rilassamento, distrazione, educazione e supporto psicologico. Sei su dieci hanno ridotto l’ansia. Anche la revisione del 2023 riporta strategie utili raccontate dai pazienti stessi.

Ecco quelle più citate, da adattare alla propria esperienza:

  • Chiedere subito tempi e modalità. Prima di lasciare l’ambulatorio, domandate quando e come arriverà il referto e chi ve lo spiegherà. Ridurre l’incertezza riduce l’ansia.
  • Informarsi, ma da fonti affidabili. Secondo la revisione del 2023, cercare informazioni prima dell’esame non ha aumentato l’ansia. Meglio però evitare forum e ricerche notturne.
  • Distrarsi in modo attivo. Lavoro, sport, musica, tempo con gli amici. In uno studio randomizzato, ascoltare musica prima di una PET ha ridotto l’ansia.
  • Usare il rilassamento. Respirazione lenta e rilassamento muscolare sono semplici da imparare.
  • Non restare soli con il referto. Leggere un referto online senza nessuno accanto può generare nuovo stress. Se possibile, fatevelo spiegare dal medico.
  • Chiedere aiuto se l’ansia blocca. Se impedisce di dormire, lavorare o fare i controlli, parlatene con il medico o con uno psicologo.

Anche le strutture sanitarie hanno un ruolo. Gli autori raccomandano infatti di accorciare l’attesa e migliorare la comunicazione dei risultati. Infine, chi accompagna può fare molto: ascoltare senza minimizzare vale più di un “vedrai che non è niente”.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

È l’ansia legata agli esami diagnostici e all’attesa dei risultati, chiamata in inglese “scanxiety”. Può comparire prima, durante e dopo l’esame, ma secondo gli studi raggiunge spesso il picco nei giorni tra l’esame e la comunicazione del referto.

Sì. Gli esami eseguiti per un sospetto generano più ansia di quelli di screening. È utile ricordare che la maggior parte dei richiami si conclude senza una diagnosi di tumore, e chiedere subito tempi e modalità degli approfondimenti.

Una revisione di 57 studi pubblicata su BMJ Open nel 2021 indica che l’ansia moderata o grave riguarda tra il 4% e il 28% delle persone. I valori variano molto anche perché gli studi hanno usato strumenti di misura diversi.

Conoscere in anticipo tempi e modalità del risultato, informarsi da fonti affidabili, distrarsi con attività piacevoli e usare tecniche di rilassamento. Negli studi, rilassamento, distrazione, educazione e supporto psicologico hanno ridotto l’ansia in 6 interventi su 10.

Quando l’ansia impedisce di dormire, lavorare o porta a rimandare i controlli. In questi casi è utile parlarne con il medico di famiglia o con uno psicologo; nei centri oncologici è spesso disponibile un servizio di psiconcologia.

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Fonti

Revisione di 36 studi sull’ansia legata agli esami nei pazienti oncologici. Leggi la fonte

Revisione di 57 studi su prevalenza, fattori associati e interventi. Leggi la fonte

Sintesi della meta-analisi Mitchell et al. pubblicata su Lancet Oncology nel 2011. Leggi la fonte

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