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Cannabis e ictus: lo studio AHA sul rischio cardiovascolare

Contenitore chiuso con cannabis accanto a un modello del cervello, mentre un medico osserva immagini cerebrali sul monitor.

Anche chi usa la cannabis solo qualche volta al mese potrebbe avere più probabilità di aver ricevuto una diagnosi di malattia cardiovascolare, soprattutto di ictus. Lo suggerisce uno studio preliminare presentato dall’American Heart Association e ripreso da AGI, Doctor33 e dalla stampa scientifica internazionale. I ricercatori hanno analizzato i dati di quasi 443.000 adulti statunitensi. Il risultato più sorprendente è che il rischio non cresce in modo regolare con la frequenza d’uso. È un’associazione, non una prova di causa ed effetto, ma i medici invitano a tenerne conto.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Lo studio, presentato agli AHA Scientific Sessions 2026 di Chicago, ha analizzato 442.906 adulti statunitensi nel periodo 2020-2024.
  • Chi usa cannabis da 1 a 5 giorni al mese ha il 23% di probabilità in più di riferire una malattia cardiovascolare rispetto a chi non la usa.
  • Per l’ictus l’associazione è più forte: +40% tra i consumatori occasionali e +25% tra quelli più assidui, da 16 a 30 giorni al mese.
  • Non emerge un’associazione significativa con l’infarto e non esiste una relazione lineare con la dose.
  • Si tratta di un abstract preliminare, non ancora sottoposto a revisione paritaria, con dati autoriferiti: non dimostra che la cannabis causi l’ictus.

Cosa ha trovato lo studio presentato all’AHA

Lo studio è stato guidato da Aabha Divya, della divisione di chirurgia cardiotoracica della Tulane University School of Medicine di New Orleans. È un’analisi trasversale dei dati del Behavioral Risk Factor Surveillance System, un sondaggio telefonico condotto negli Stati Uniti. Gli autori hanno unito le risposte raccolte tra il 2020 e il 2024, per un totale di 442.906 adulti con età media di 49 anni. Circa la metà erano donne. Sono stati inclusi solo gli Stati che hanno adottato il modulo facoltativo sulla marijuana, da 16 a 24 per ciascun anno.

I partecipanti hanno indicato quanti giorni, nell’ultimo mese, avevano fumato, vaporizzato o ingerito cannabis. Sono stati divisi in quattro gruppi: nessun uso, uso basso (1-5 giorni), moderato (6-15 giorni) e pesante (16-30 giorni). Come esito sono state considerate le diagnosi riferite di infarto, malattia coronarica, altre malattie cardiache e ictus.

Rispetto a chi non usa cannabis, il gruppo a uso basso ha mostrato il 23% di probabilità in più di una storia di malattia cardiovascolare. Nel gruppo a uso pesante l’aumento è stato del 21%. Per l’ictus le percentuali sono più alte: +40% per l’uso basso e +25% per l’uso pesante. L’analisi è stata corretta per fumo di tabacco, alcol, obesità, diabete, malattia renale cronica, inattività fisica, istruzione e reddito.

Perché il risultato non segue una logica lineare

Gli autori si aspettavano che il rischio aumentasse gradualmente con la frequenza del consumo. Non è andata così. Secondo Divya, sia chi usa la cannabis raramente sia chi la usa spesso ha mostrato probabilità più alte di malattia cardiaca. In questi dati, quindi, non emerge una soglia di consumo chiaramente sicura. Non c’è nemmeno un legame statisticamente significativo con l’infarto, mentre l’ictus risulta l’esito più colpito.

Il quadro si inserisce in un contesto di consumo in crescita. Nel 2024 un adulto statunitense su sei ha dichiarato di aver usato cannabis nell’ultimo mese, contro uno su dieci nel 2020, con un aumento del 51%. Studi precedenti, relativi al periodo 2016-2020, avevano già collegato l’uso e la frequenza a esiti cardiovascolari peggiori. Un lavoro pubblicato nel 2024 sul Journal of the American Heart Association aveva trovato un rischio più alto per chi la usava ogni giorno. Il nuovo studio, invece, non conferma un andamento proporzionale alla dose.

Robert Page, professore dell’Università del Colorado e presidente del gruppo che ha scritto il documento scientifico AHA del 2020 sulla cannabis, non ha partecipato alla ricerca. Ha osservato che molti pazienti che usano cannabis fumano anche tabacco, un fattore che complica l’interpretazione dei dati. Ha aggiunto che i clinici dovrebbero considerare l’uso di cannabis come considerano quello del tabacco.

Per questo motivo gli esperti parlano di un segnale da approfondire, non di un allarme definitivo. Servono studi prospettici, che seguano nel tempo le stesse persone, per capire se e come la cannabis incida davvero sui vasi sanguigni e sul cervello. Fino ad allora, la prudenza resta la scelta più ragionevole.

I limiti dello studio e cosa fare nella pratica

Gli stessi ricercatori sottolineano che i risultati sono preliminari. Si tratta di un abstract presentato a un congresso, che non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria. Il disegno è trasversale: fotografa un momento preciso e non permette di stabilire se sia stata la cannabis a causare la malattia o se abbiano influito altri fattori.

Sia il consumo sia le diagnosi sono autoriferiti, quindi possono contenere errori di memoria. Mancano dati sulla quantità e sulla potenza dei prodotti usati. Inoltre alcune persone potrebbero aver ridotto o smesso di usare cannabis dopo una diagnosi cardiovascolare, e questo può alterare il confronto. Infine, i dati riguardano solo alcuni Stati americani e non sono rappresentativi della popolazione italiana.

Che cosa può fare chi legge? Il messaggio degli autori è parlarne apertamente con il medico, come si fa per tabacco e alcol, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio come ipertensione, diabete o familiarità. In caso di sintomi improvvisi come difficoltà a parlare, debolezza di un lato del corpo o perdita di equilibrio, è necessario chiamare subito il 112. Ogni minuto conta, perché un intervento rapido può ridurre i danni al cervello.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

No. È un’analisi trasversale basata su dati autoriferiti: mostra un’associazione, ma non può stabilire un rapporto di causa ed effetto. I risultati sono preliminari e in attesa di revisione paritaria.

Sono stati analizzati i dati di 442.906 adulti statunitensi raccolti tra il 2020 e il 2024 dal Behavioral Risk Factor Surveillance System, con età media di 49 anni.

Non in modo lineare. Sia chi usa cannabis da 1 a 5 giorni al mese sia chi la usa da 16 a 30 giorni ha mostrato probabilità più alte di ictus rispetto a chi non la usa: +40% e +25%.

Nello studio non è emersa un’associazione statisticamente significativa tra la frequenza di consumo di cannabis e l’infarto. L’associazione più forte riguarda l’ictus.

I dati provengono solo da alcuni Stati americani e non sono rappresentativi della popolazione italiana. Chi consuma cannabis e ha fattori di rischio cardiovascolare dovrebbe parlarne con il proprio medico.

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