Il test del DNA fetale, o NIPT, stima il rischio di alcune anomalie cromosomiche con un semplice prelievo di sangue materno. È uno screening, non una diagnosi: ecco cosa significa per la futura mamma.
di Dott.ssa Anna Bernabei | Ginecologa | Dossier Salute
IN SINTESI
- Il test del DNA fetale (NIPT) analizza il DNA fetale circolante nel sangue materno.
- È un test di screening, non diagnostico: stima un rischio, non dà una certezza.
- Va eseguito dopo l’ecografia con translucenza nucale, dalla 11ª settimana.
- Solo nell’1-3% dei casi non fornisce un risultato.
- In caso di rischio elevato si propone un test diagnostico invasivo.
Che cos’è il test del DNA fetale
Il test del DNA fetale, indicato con la sigla NIPT (Non Invasive Prenatal Testing), è uno screening prenatale che analizza i frammenti di DNA del feto che circolano naturalmente nel sangue della madre. Bastano un prelievo di sangue materno e nessun rischio per il bambino. Il test serve a stimare la probabilità che il feto sia portatore delle più comuni anomalie cromosomiche numeriche, come la sindrome di Down (trisomia 21), la sindrome di Edwards (trisomia 18) e quella di Patau (trisomia 13).
Rispetto ai test di screening tradizionali, le sue prestazioni sono significativamente migliori. Il Ministero della Salute sottolinea che il NIPT ha una sensibilità più elevata rispetto ai test che combinano analisi biochimiche e translucenza nucale, e che riduce drasticamente il ricorso alle indagini invasive, diminuendo così gli aborti legati a quelle procedure. Solo nell’1-3% dei casi il test non fornisce un risultato, in genere per un campione non adeguato; ripetendo il prelievo, l’esito si ottiene in circa la metà di queste situazioni.
Per capire come funzioni il test conviene sapere da dove arriva il materiale analizzato. Durante la gravidanza, piccole quantità di DNA di origine placentare circolano nel sangue materno e possono essere studiate fin dalle prime settimane di gestazione, diventando utilizzabili in modo affidabile intorno alla nona-decima settimana. Da qui l’idea di un test che, con un semplice prelievo, fornisce informazioni un tempo ottenibili solo con procedure invasive. È bene però ricordare che si analizza DNA di origine placentare, non direttamente quello del feto: un dettaglio tecnico che spiega perché il risultato resti una stima di probabilità.
Screening o diagnosi? La differenza fondamentale
C’è un punto che ogni futura mamma dovrebbe avere chiaro: il test del DNA fetale è uno screening, non un esame diagnostico. In altre parole, fornisce una stima di rischio in termini di probabilità, non una certezza. È una distinzione decisiva, perché un risultato “ad alto rischio” non equivale a una diagnosi e va sempre confermato. Lo ricordano sia le linee guida ministeriali sia i centri di genetica: il NIPT non sostituisce le informazioni dell’ecografia del primo trimestre.
I veri test diagnostici sono invece quelli invasivi, come l’amniocentesi e la villocentesi, che analizzano direttamente il patrimonio cromosomico del feto. A questi si ricorre quando lo screening indica un rischio elevato o quando l’ecografia evidenzia segnali da approfondire. Accanto al NIPT esiste anche il test combinato (o bi-test), che unisce un’ecografia con misurazione della translucenza nucale a un esame del sangue: anch’esso è uno screening, con prestazioni inferiori rispetto al DNA fetale ma tuttora utilizzato nei percorsi pubblici.
La differenza tra screening e diagnosi ha conseguenze concrete sul modo di vivere l’attesa del risultato. Un test di screening «a basso rischio» è molto rassicurante, ma non azzera ogni possibilità; un risultato «ad alto rischio», al contrario, non va interpretato come una condanna, bensì come l’indicazione a procedere con un approfondimento. Affrontare questi esami sapendo in anticipo che cosa possono e non possono dire aiuta a ridurre l’ansia e a prendere decisioni più serene. È anche per questo che le linee guida prevedono una consulenza dedicata, prima e dopo il test.
Quando si fa e come scegliere il percorso
I tempi contano. Il test del DNA fetale va eseguito solo dopo l’ecografia con misurazione della translucenza nucale, quindi a partire dall’undicesima settimana. Questo perché l’ecografia del primo trimestre offre informazioni che il NIPT non può fornire: in presenza di una translucenza nucale aumentata o di una malformazione visibile, gli specialisti raccomandano una consulenza appropriata e, spesso, propongono direttamente un test diagnostico invasivo. Il NIPT, inoltre, può essere effettuato sia nelle gravidanze naturali sia in quelle ottenute con procreazione assistita.
Come orientarsi, allora, tra le diverse opzioni? La scelta dipende dall’età, dalla presenza di fattori di rischio e dalla storia clinica, e va sempre condivisa con il ginecologo. Le fonti specialistiche indicano il NIPT come test d’elezione soprattutto nelle gravidanze a basso rischio. Un altro criterio importante riguarda l’affidabilità del laboratorio: è opportuno rivolgersi a centri i cui risultati siano stati validati clinicamente. Affrontare questi esami con un’informazione corretta, e una consulenza dedicata, aiuta a viverli con maggiore serenità.
Un’ultima considerazione riguarda l’accompagnamento della coppia lungo tutto il percorso. La scelta se eseguire o meno un test prenatale, e quale, è profondamente personale e va rispettata in quanto tale. Il compito del ginecologo e del genetista è fornire informazioni chiare, illustrare alternative e tempi e sostenere la donna nelle decisioni, senza imporle. Avere accesso a una consulenza competente, oltre che a un laboratorio con risultati clinicamente validati, è ciò che trasforma un esame tecnico in un’esperienza vissuta con consapevolezza. La diagnosi prenatale, in fondo, è prima di tutto un percorso di informazione e di fiducia.
Domande frequenti
No. Il NIPT è uno screening: in caso di rischio elevato, la conferma richiede un test diagnostico invasivo come l’amniocentesi.
L’ecografia con translucenza nucale si esegue nel primo trimestre, indicativamente dalla 11ª settimana, prima del test del DNA fetale.
Sì: richiede solo un prelievo di sangue materno e non comporta rischi per il feto.
Entrambi sono screening; il NIPT analizza il DNA fetale ed è più sensibile del bi-test, che combina ecografia ed esami del sangue.
È il test d’elezione soprattutto nelle gravidanze a basso rischio. La scelta va condivisa con il ginecologo.
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Fonti
Ministero della Salute, Screening del DNA fetale non invasivo (NIPT) in sanità pubblica. Leggi l’articolo
Osservatorio Malattie Rare, 2025. Leggi l’articolo
Studio peer-reviewed pubblicato su PMC/NCBI, 2023. Leggi l’articolo
La redazione DossierSalute.com in collaborazione con la Dott.ssa Anna Bernabei, ginecologa.





