Dossier Salute

HIV negli adolescenti: iniezioni ogni 8 settimane battono le pillole, lo studio Lancet

Adolescente con HIV parla con un’infettivologa mentre un’infermiera prepara una terapia antiretrovirale iniettabile a lunga durata.

Due iniezioni ogni otto settimane al posto di una compressa al giorno: per gli adolescenti che convivono con l’HIV questa alternativa non è solo più comoda, ma anche più efficace. Lo dimostra il trial LATA, pubblicato su The Lancet e ripreso da numerose testate scientifiche internazionali. Lo studio ha seguito 476 ragazzi tra i 12 e i 19 anni in Kenya, Sudafrica, Uganda e Zimbabwe. Il virus è tornato rilevabile nell’1% di chi riceveva le iniezioni, contro il 6% di chi assumeva le pillole. Un risultato che riapre il dibattito sull’accesso a queste terapie proprio dove servono di più.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Il trial LATA, pubblicato su The Lancet, ha confrontato le iniezioni di cabotegravir e rilpivirina ogni 8 settimane con la terapia orale quotidiana.
  • Hanno partecipato 476 adolescenti tra 12 e 19 anni in Kenya, Sudafrica, Uganda e Zimbabwe, tutti con virus già soppresso.
  • Dopo 96 settimane, la ricomparsa del virus ha riguardato l’1% del gruppo iniezioni contro il 6% del gruppo compresse.
  • Il 94% dei ragazzi trattati con le iniezioni le ha giudicate «molto più facili» delle pillole quotidiane.
  • Costi, conservazione in frigorifero e personale formato limitano ancora l’accesso a questa terapia in Africa.

Cosa ha dimostrato il trial LATA sull’HIV negli adolescenti

Una premessa utile: l’HIV non si può ancora eliminare dall’organismo. La terapia antiretrovirale, però, blocca la replicazione del virus e permette di vivere a lungo e in buona salute. Quando il virus resta non rilevabile, il rischio di trasmetterlo si riduce drasticamente.

Il LATA (Long-Acting Treatment in Adolescents) è il primo studio randomizzato a confrontare direttamente la terapia antiretrovirale iniettabile a lunga durata d’azione con quella orale negli adolescenti. È stato coordinato dall’Innovative Clinical Trials Unit dello University College London (UCL) e condotto in cinque centri clinici di Kenya, Sudafrica, Uganda e Zimbabwe. I risultati a 96 settimane, già presentati a luglio alla conferenza internazionale AIDS 2026 di Rio de Janeiro, sono ora pubblicati su The Lancet.

I 476 partecipanti avevano tra 12 e 19 anni, con un’età mediana di 16,5 anni, e il 54% erano ragazze. Tutti assumevano la terapia in compresse da oltre un anno. La loro carica virale era non rilevabile, cioè inferiore a 50 copie per millilitro di sangue. Quasi tutti avevano contratto l’HIV alla nascita e seguivano una terapia da una mediana di 11,7 anni. Nessuno aveva mai avuto un fallimento terapeutico.

I ragazzi sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi. Il primo ha proseguito con la compressa quotidiana standard a base di dolutegravir, tenofovir e lamivudina. Il secondo è passato a due iniezioni intramuscolari, cabotegravir e rilpivirina, somministrate in ambulatorio ogni otto settimane. Il 40% di questo gruppo ha scelto un breve periodo iniziale con gli stessi farmaci per bocca, per verificarne la tollerabilità prima della prima iniezione.

Iniezioni contro compresse: i numeri dello studio

L’obiettivo principale era misurare quanti ragazzi andassero incontro a un «rebound virologico», cioè alla ricomparsa del virus nel sangue confermata da due esami a distanza di almeno sette giorni. Dopo 96 settimane, quasi due anni, il rebound ha riguardato 2 adolescenti su 235 nel gruppo delle iniezioni (0,9%). Nel gruppo delle compresse i casi sono stati 15, pari al 6,4%.

Lo studio era stato disegnato per dimostrare che le iniezioni non fossero inferiori alle pillole. Un’ulteriore analisi statistica ha invece mostrato una vera superiorità. Negli adulti questo non era mai emerso: i trial precedenti avevano indicato soltanto un’efficacia equivalente. «Nei ragazzi il beneficio è più forte di quanto osservato negli adulti», ha spiegato la professoressa Sarah Pett, responsabile scientifica dello studio.

Il profilo di sicurezza è stato giudicato buono. Reazioni nel punto di iniezione sono state riferite dal 91% dei ragazzi, una frequenza in linea con quella osservata negli adulti. Sette partecipanti hanno interrotto le iniezioni, due dei quali per effetti avversi. In uno dei due casi di rebound nel gruppo iniettabile si è sviluppata resistenza ai farmaci: un aspetto che richiede un monitoraggio attento. Durante lo studio si sono registrate anche 18 gravidanze nel gruppo delle iniezioni e 17 in quello delle compresse.

Infine c’è la preferenza dei ragazzi. Il 94% di chi riceveva le iniezioni ha dichiarato che erano «molto più facili» rispetto a ricordarsi una compressa ogni giorno.

Perché la terapia a lunga durata conta per i più giovani

Secondo UCL, circa 1,6 milioni di adolescenti tra 10 e 19 anni convivono con l’HIV, e nove su dieci vivono in Africa. I ragazzi ottengono storicamente risultati peggiori degli adulti con gli antiretrovirali. Pesano la fatica di una pillola quotidiana per anni, ma anche lo stigma e il bullismo. Per Pett, le iniezioni ogni due mesi possono aiutare i giovani a condurre una vita più normale.

Mantenere il virus soppresso non è solo un valore di laboratorio. Una carica virale che risale può danneggiare la salute a lungo termine e, in alcuni casi, favorire la trasmissione al partner o al figlio.

Il nodo resta l’accesso. Nei Paesi ad alto reddito, Europa compresa, le iniezioni possono già essere prescritte dai 12 anni in su. In Africa, invece, sono disponibili solo in pochissime cliniche. I farmaci sono ancora coperti da brevetto, la rilpivirina va conservata in frigorifero e servono infermieri formati. Per il cabotegravir iniettabile esistono accordi per versioni generiche, per la rilpivirina non ancora.

L’OMS indica già le iniezioni come opzione «alternativa» per chi ha il virus soppresso e non ha un’epatite B attiva. Secondo gli autori, questa raccomandazione potrebbe ora essere rafforzata. La ricercatrice Deborah Ford avverte che, senza un accesso equo, il divario nelle cure HIV rischia di allargarsi.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Il LATA (Long-Acting Treatment in Adolescents) è uno studio randomizzato coordinato dallo University College London e pubblicato su The Lancet. Ha confrontato, in 476 adolescenti africani con HIV, le iniezioni di cabotegravir e rilpivirina ogni otto settimane con la terapia orale quotidiana.

Si tratta di due antiretrovirali a lunga durata d’azione, cabotegravir e rilpivirina. Vengono somministrati con iniezioni intramuscolari in ambulatorio, da personale sanitario formato, ogni otto settimane dopo una fase iniziale.

Dopo 96 settimane il virus è tornato rilevabile in 2 ragazzi su 235 con le iniezioni (circa 1%) e in 15 con le compresse (circa 6%). Negli adolescenti le iniezioni sono risultate superiori, non solo equivalenti, alla terapia orale.

L’OMS indica le iniezioni come alternativa per adulti e adolescenti con virus già soppresso dalla terapia orale e senza epatite B attiva. La terapia non va mai modificata o sospesa da soli: ogni cambiamento va valutato con l’infettivologo di riferimento.

Lo studio è stato condotto in aperto, quindi i partecipanti sapevano quale terapia ricevevano. Ha coinvolto solo ragazzi africani con virus già soppresso, quasi tutti infettati alla nascita. I risultati vanno quindi confermati in altri contesti e popolazioni.

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Fonti

L’articolo scientifico originale con i risultati a 96 settimane del trial LATA. Leggi l’articolo

Il comunicato dello University College London, che ha coordinato lo studio. Leggi l’articolo

Il resoconto dei risultati presentati alla conferenza AIDS 2026 di Rio de Janeiro. Leggi l’articolo

Analisi dei dati del trial, dei suoi limiti e delle barriere all’accesso. Leggi l’articolo

La registrazione ufficiale dello studio NCT05154747. Leggi l’articolo

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