Una delle paure più diffuse sulla terapia ormonale in menopausa riguarda il cuore. Un nuovo studio presentato dall’American Heart Association prova a rispondere, analizzando oltre 52.000 donne israeliane seguite in media per 12 anni. Tra i 45 e i 59 anni, chi ha iniziato una terapia ormonale moderna non ha avuto più infarti, ictus, trombosi o decessi precoci di chi non l’ha usata. Si tratta però di un risultato preliminare, che non sostituisce il parere del medico.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio ha coinvolto 52.330 donne israeliane tra i 45 e i 59 anni, seguite in media per 12 anni.
- Eventi cardiaci e ictus: 4,4% con terapia ormonale contro 4,6% senza.
- Trombosi identiche nei due gruppi (0,33%), con pillole, cerotti e gel.
- Morte prima degli 80 anni: 1,3% contro 1,2%.
- Il lavoro è osservazionale e preliminare: non dimostra una causa e riguarda donne sane.
Cosa ha scoperto lo studio su 52.000 donne
Lo studio è stato condotto sui dati di Clalit Health Services, uno dei principali enti sanitari di Israele. I ricercatori hanno analizzato 52.330 donne tra i 45 e i 59 anni, senza precedenti di malattie cardiache, trombosi o tumori. Metà di loro aveva iniziato una terapia ormonale sostitutiva, l’altra metà aveva fatto una visita ginecologica senza poi iniziarla.
I due gruppi sono stati confrontati con attenzione. Infatti le donne sono state abbinate per età, indice di massa corporea, pressione, colesterolo, diabete, fumo e condizione socioeconomica. Il follow-up è durato in media 12 anni e per alcune partecipanti ha raggiunto i 23 anni.
I risultati sono sorprendentemente simili. Un infarto, un ictus o un’altra malattia cardiaca di origine aterosclerotica ha colpito 2.311 donne con terapia ormonale (4,4%). Nel gruppo senza terapia i casi sono stati 2.383 (4,6%). La morte prima degli 80 anni ha riguardato l’1,3% di chi usava la terapia e l’1,2% di chi non la usava.
Anche le trombosi, un timore molto diffuso, sono risultate identiche. Nei due gruppi si sono verificate nello 0,33% delle donne, cioè 174 casi contro 175. Inoltre i risultati non sono cambiati tra pillole, cerotti e gel.
In termini assoluti, le differenze tra i due gruppi sono minime. Su un campione così ampio, pochi decimali di punto percentuale pesano molto poco. Dunque, almeno in questa popolazione, iniziare gli ormoni attorno alla menopausa non ha lasciato traccia sul rischio cardiovascolare. I dati vengono dalle cartelle cliniche, quindi raccontano la vita reale e non le condizioni controllate di una sperimentazione.
Perché la terapia ormonale fa ancora paura
Il timore per il cuore ha una storia precisa. Alcuni studi randomizzati del passato avevano associato la terapia ormonale a un aumento di eventi cardiovascolari. Tuttavia i risultati erano contrastanti e molti dati arrivavano da formulazioni oggi poco usate.
Quelle terapie prevedevano dosaggi più alti. Inoltre venivano spesso iniziate molti anni dopo la menopausa, quando le arterie sono più fragili. Di conseguenza il messaggio che ne derivò fu semplice e spaventoso: gli ormoni fanno male al cuore.
Oggi il quadro è più sfumato. Le linee guida dell’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomandano di iniziare la terapia entro dieci anni dalla menopausa e prima dei 60 anni. Nel novembre 2025, secondo l’American Heart Association, la FDA ha rimosso gli avvertimenti riquadrati dai prodotti a base di ormoni. Lo ha fatto dopo una revisione dei dati più recenti.
Il tema è molto sentito perché tocca la qualità della vita. Secondo il ricercatore Ronen Arbel, la paura per il cuore è uno dei motivi più comuni per cui le donne rinunciano alla terapia. Anche alcuni medici, di conseguenza, possono esitare a proporla.
Anche i sintomi contano, e non poco. Vampate di calore, disturbi del sonno e sbalzi d’umore possono durare per anni. Quando una terapia efficace viene evitata per timore del cuore, la donna paga un prezzo quotidiano. Per questo le nuove evidenze interessano così tanto chi attraversa questa fase della vita, ma anche i medici che la accompagnano.
I limiti dello studio e cosa fare nella pratica
Questo non significa che la questione sia chiusa. Si tratta di uno studio osservazionale, quindi non può dimostrare un legame diretto di causa ed effetto. Le donne che scelgono la terapia potrebbero differire dalle altre per abitudini, dieta, attività fisica o gravità dei sintomi, e questi dati non erano disponibili.
C’è poi un limite di metodo. Le partecipanti sono state classificate in base alla prima terapia usata, senza tenere conto di eventuali cambi di formulazione negli anni. Inoltre il lavoro è un abstract presentato a un congresso. Non ha ancora superato la revisione paritaria, quindi i risultati restano preliminari fino alla pubblicazione su una rivista scientifica.
Il campione, infine, riguarda donne sane. Erano escluse quelle con malattie cardiache, trombosi o tumori pregressi. Per loro, quindi, lo studio non offre indicazioni.
Nella pratica, la lezione è un’altra. Stacey Rosen, ex presidente dell’American Heart Association non coinvolta nello studio, sottolinea l’utilità di questi dati. Possono aiutare donne e medici a discutere con più serenità. La scelta, però, resta individuale e va valutata con il ginecologo, caso per caso.
Cosa portare alla visita? Conviene raccontare i sintomi, la storia familiare e le abitudini di vita. Anche pressione, colesterolo e fumo pesano sulla decisione. Il medico può così valutare se, quando e con quale via di somministrazione iniziare. In ogni caso, nessuno studio osservazionale può sostituire una valutazione personalizzata.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
No. È uno studio osservazionale e preliminare, presentato come abstract a un congresso. Mostra che, in donne sane tra i 45 e i 59 anni, la terapia ormonale moderna non è stata associata a più infarti, ictus, trombosi o morti precoci, ma non dimostra una relazione di causa ed effetto.
Sono state analizzate 52.330 donne israeliane tra i 45 e i 59 anni, senza precedenti di malattie cardiache, trombosi o tumori. Metà aveva iniziato la terapia ormonale, l’altra metà no. Per le donne con quelle condizioni il lavoro non offre indicazioni.
Secondo i ricercatori, i risultati sono stati simili con tutte le formulazioni e le vie di somministrazione considerate: orale, cerotto e gel. Resta comunque il medico a indicare quale soluzione sia più adatta al singolo caso.
Alcuni studi randomizzati del passato avevano associato gli ormoni a più eventi cardiovascolari. Quei dati, però, riguardavano spesso formulazioni più datate, dosi più alte e donne che avevano iniziato la terapia molti anni dopo la menopausa.
Il passo giusto è parlarne con il ginecologo o con il medico di famiglia, portando sintomi, storia clinica e fattori di rischio come pressione, colesterolo e fumo. Le linee guida dell’American College of Obstetricians and Gynecologists indicano di iniziare entro dieci anni dalla menopausa e prima dei 60 anni.
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Fonti
Comunicato ufficiale dell’AHA (2 novembre 2026), abstract MDP0654. Leggi la fonte
Sintesi dello studio su News-Medical. Leggi la fonte
Articolo di U.S. News & World Report del 2 novembre 2026. Leggi la fonte




