Venti minuti, anestesia locale, nessuna cicatrice sul collo: la termoablazione dei noduli tiroidei benigni è una delle alternative alla chirurgia più discusse in endocrinologia. Il 12 ottobre 2026 l’Associazione Medici Endocrinologi (AME) ha rivolto un appello alle autorità italiane, dopo il convegno Thyroid UpToDate di Roma. Secondo i dati presentati, la tecnica costa molto meno di un intervento. Tuttavia manca ancora un codice dedicato, e spesso i pazienti la pagano di tasca propria.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- L’AME chiede un codice dedicato per la termoablazione dei noduli tiroidei benigni sintomatici.
- La procedura dura circa 20 minuti, con anestesia locale, senza ricovero e senza cicatrici.
- Costo medio: 1.560 euro, contro 4.211 euro di una emitiroidectomia.
- In Italia si fanno circa 40.000 tiroidectomie l’anno, ma solo circa 10.000 per patologie maligne.
- I candidabili sono stimati in 8.000-10.000 l’anno, con un risparmio per il SSN fino a 24 milioni di euro.
Che cos’è la termoablazione e quando si usa
La termoablazione è una tecnica mini-invasiva che riduce gradualmente il volume del nodulo tiroideo con energia termica. Il medico lavora sotto guida ecografica, quindi vede in tempo reale dove si trova l’ago. La tiroide, a differenza di quanto accade con la chirurgia, non viene asportata.
La procedura dura circa venti minuti e richiede solo l’anestesia locale. Non serve il ricovero e non resta alcuna cicatrice sul collo. Inoltre, nella maggior parte dei casi si preserva la funzione tiroidea, evitando la terapia ormonale sostitutiva.
Non è però un trattamento per tutti. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022, elaborate con l’AME, la indicano come alternativa alla chirurgia per i noduli solidi benigni, singoli o dominanti, che provocano sintomi locali. La scelta dipende dalle caratteristiche cliniche e dalle preferenze della persona. Il documento precisa anche che la raccomandazione è debole e poggia su evidenze di qualità molto bassa.
Esistono diverse tecniche, tutte guidate dalle immagini: laser, radiofrequenza, microonde e ultrasuoni focalizzati ad alta intensità (HIFU). Di solito si eseguono in day hospital, senza anestesia generale. Il principio resta lo stesso: scaldare il tessuto del nodulo fino a ridurlo nel tempo, lasciando in sede il resto della ghiandola.
Prima di qualsiasi trattamento serve una diagnosi accurata. Lo specialista valuta il nodulo con l’ecografia e, quando necessario, con altri accertamenti per escludere la natura maligna. Soltanto i noduli benigni possono essere candidati alla termoablazione, e solo se danno disturbi come difficoltà a deglutire o a respirare.
I numeri: noduli, interventi e costi
I noduli tiroidei sono molto comuni. Si rilevano nel 5-7% degli adulti con la sola visita clinica, ma la quota sale al 50-60% delle donne adulte quando si usano le tecniche di diagnostica per immagini. Non tutti, quindi, richiedono un intervento.
In Italia si eseguono circa 40.000 tiroidectomie l’anno, ma solo circa 10.000 riguardano patologie maligne. Secondo l’AME, dunque, una quota significativa degli interventi per patologie benigne potrebbe essere evitata.
Sul fronte economico il confronto è netto. Il costo medio della termoablazione è di 1.560 euro, contro i 4.211 euro di una emitiroidectomia, con un risparmio di 2.651 euro a paziente. I candidabili sono stimati in 8.000-10.000 ogni anno.
Di conseguenza il risparmio potenziale per il Servizio sanitario nazionale va da 8 a 24 milioni di euro annui sui costi medi. Applicando invece le tariffe del SSN, la stima scende a 5,9-17,7 milioni di euro. Il dato dipende comunque dalla capacità del sistema di garantire l’accesso alla procedura.
Il tema dell’appropriatezza non è nuovo. Già nel 2019, in un’intervista a Sanità Informazione, l’endocrinologo Rinaldo Guglielmi ricordava che la chirurgia è necessaria soprattutto per i noduli maligni, circa il 5% del totale. Invitava quindi a evitare l’eccesso di interventismo e a ricorrere alle metodiche alternative negli altri casi.
Ogni intervento evitato, inoltre, libera risorse. Meno ricoveri significano meno posti letto chirurgici occupati e tempi di recupero più brevi per le persone. Tuttavia questo vale solo per chi ha le caratteristiche giuste: la termoablazione non sostituisce la chirurgia quando questa è necessaria.
Il nodo dell’accesso: perché serve un codice dedicato
Il problema, secondo l’AME, è burocratico prima ancora che clinico. Oggi manca un codice identificativo specifico per le procedure termoablative. Solo una minoranza delle strutture ottiene il rimborso tramite codifiche chirurgiche generiche, e in molte Regioni la procedura non è riconosciuta in modo adeguato.
Per questo i pazienti spesso pagano di tasca propria oppure ripiegano sull’intervento chirurgico. L’accesso, inoltre, dipende dalla disponibilità di centri specializzati e dalla Regione di residenza.
L’appello è stato presentato dal professor Enrico Papini, coordinatore del Comitato Scientifico AME, al 13° Thyroid UpToDate di Roma del 9 e 10 ottobre. Le richieste sono tre: un codice dedicato, sistemi di codifica e rimborso allineati alle raccomandazioni dell’ISS e modalità di accesso omogenee in tutto il Paese.
Vanno ricordati anche i limiti. Le linee guida segnalano un follow-up a lungo termine che arriva in genere a circa cinque anni. Il nodulo può ricrescere, con necessità di ulteriore trattamento, in circa il 10-15% dei casi. Il rischio di complicanze gravi e permanenti è invece molto basso nei centri specialistici. Per questo la tecnica va riservata a pazienti selezionati, dopo una diagnosi accurata che confermi la natura benigna del nodulo.
Il caso mostra una questione più ampia: una tecnica può essere raccomandata dalle linee guida e, ciononostante, non essere accessibile in modo equo sul territorio. Di conseguenza, due persone con lo stesso nodulo possono affrontare percorsi e spese molto diversi.
Per chi ha un nodulo tiroideo, il consiglio pratico è parlarne con l’endocrinologo. Sarà lui a spiegare se basta un controllo nel tempo o se la termoablazione può essere un’opzione, e a quali condizioni di costo e di accesso nella propria Regione.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
È una tecnica mini-invasiva che riduce il volume del nodulo con energia termica, applicata sotto guida ecografica. La tiroide non viene asportata.
Dura circa 20 minuti, richiede solo anestesia locale e non prevede ricovero né lascia cicatrici.
Secondo i dati AME il costo medio è di 1.560 euro, contro 4.211 euro per una emitiroidectomia: un risparmio di 2.651 euro a paziente.
Per i noduli solidi benigni, singoli o dominanti, che causano sintomi locali, secondo le linee guida ISS del 2022. Va riservata a pazienti selezionati, dopo una diagnosi accurata.
È opportuno rivolgersi a un endocrinologo, che valuterà con l’ecografia e gli esami necessari se serve un controllo nel tempo oppure un trattamento. Le decisioni terapeutiche spettano sempre al medico.
Articoli correlati
Un altro tema in cui gli ormoni e il parere dello specialista fanno la differenza. Leggi l’articolo
Come le variazioni ormonali influenzano il corpo e quali strategie possono aiutare. Leggi l’articolo
L’ecografia è uno strumento diagnostico chiave: ecco quando e perché si usa. Leggi l’articolo
Fonti
Articolo con l’appello AME e i dati su costi e risparmi. Vai alla fonte
Ripresa dell’appello AME con le dichiarazioni del professor Papini. Vai alla fonte
Linea guida nazionale elaborata con l’AME. Vai alla fonte
Intervista a Rinaldo Guglielmi (AME) sull’eccesso di interventismo. Vai alla fonte





