Dossier Salute

Sepsi: la sindrome che uccide più di infarto e ictus, ma in pochi sanno riconoscerla

Medico e infermiera assistono un paziente con sospetta sepsi, monitorando i parametri vitali ed eseguendo prelievi di sangue.

Il 13 settembre è stata la Giornata mondiale della sepsi, ma pochi sanno che questa sindrome uccide ogni anno, nel mondo, più persone di quante ne uccidano insieme infarto e ictus. Nel 2021 ha causato oltre 21 milioni di morti, quasi un decesso su tre a livello globale. In Italia si stimano 250mila casi l’anno, con una mortalità che può arrivare fino a 70mila decessi. Eppure la sepsi resta tra le emergenze meno conosciute dal grande pubblico: riconoscerla nei primi minuti, in un adulto o in un bambino, può fare la differenza tra la vita e la morte.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • La sepsi è la reazione infiammatoria abnorme dell’organismo a un’infezione, che danneggia tessuti e organi fino a poter causare la morte.
  • Nel 2021 nel mondo si sono registrati 166 milioni di casi di sepsi e 21,4 milioni di decessi associati, quasi un terzo di tutte le morti globali di quell’anno.
  • In Italia si stimano 250mila casi di sepsi ogni anno, con una mortalità stimata fino a 70mila decessi.
  • Come infarto e ictus, la sepsi è un’emergenza “tempo-dipendente”: nello shock settico, ogni ora di ritardo nella terapia riduce le probabilità di sopravvivenza del 7-8%.
  • Neonati, anziani, donne in gravidanza o nel post-partum e persone con sistema immunitario indebolito sono le categorie più a rischio.

Cos’è la sepsi e perché è un’emergenza “tempo-dipendente”

La sepsi non è, come si crede spesso, semplicemente “avere l’infezione nel sangue”. È una sindrome potenzialmente mortale che si scatena quando la risposta dell’organismo a un’infezione, invece di restare circoscritta, si estende a tutto il corpo e finisce per danneggiare i tessuti e compromettere il funzionamento di uno o più organi. Il termine ha ormai sostituito la vecchia parola “setticemia”, che indicava solo la presenza di batteri nel sangue: la sepsi descrive invece il danno d’organo che ne consegue, provocato da infezioni batteriche e, più raramente, fungine o virali. Può avere origine da un’infezione banale come una polmonite, una cistite, una ferita infetta o un intervento chirurgico.

Il 13 settembre si è celebrata la Giornata mondiale della sepsi, promossa dalla Global Sepsis Alliance con il tema “Invest in Sepsis – Save Lives”. I dati diffusi in questa occasione danno la misura del problema: un’analisi del Global Burden of Disease ha stimato che nel solo 2021, nel mondo, si sono verificati 166 milioni di episodi di sepsi, con 21,4 milioni di decessi collegati. Un numero superiore a quello attribuito singolarmente a infarto e ictus messi insieme, e pari a quasi un terzo di tutte le morti registrate a livello globale in quell’anno.

In Italia si stimano circa 250mila casi ogni anno, con una mortalità che può arrivare fino a 70mila decessi. “Come nell’infarto e nell’ictus, anche nella sepsi il tempo è vita ed ogni minuto conta”, ha ricordato la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), chiedendo che la sepsi diventi una priorità sanitaria nazionale attraverso sorveglianza, campagne informative e percorsi assistenziali dedicati.

Per sensibilizzare il grande pubblico, quest’anno la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) ha realizzato con il fumettista Zerocalcare una vignetta inedita, dal titolo “Se domani peggioro ancora, chiamo il medico”, accompagnata da un questionario online per misurare quanto i cittadini conoscano davvero questa patologia.

I segnali d’allarme da riconoscere subito

Riconoscere la sepsi nelle prime ore è la variabile che più incide sulla sopravvivenza. Negli adulti e nei bambini più grandi i primi segnali sono spesso aspecifici, e per questo vengono sottovalutati: febbre molto alta oppure una temperatura corporea anomalmente bassa, brividi e tremori, battito cardiaco accelerato, respiro rapido. Secondo la Siaarti, questi sintomi vanno presi sul serio soprattutto se compaiono durante o subito dopo un’infezione già in corso.

Quando a questi segnali si aggiungono confusione mentale, forte debolezza, pelle fredda o a chiazze, difficoltà respiratorie o una drastica riduzione delle urine, è necessario chiamare subito il 118 o recarsi al pronto soccorso: sono i segnali di un possibile shock settico, la forma più grave della sepsi, in cui la pressione sanguigna crolla e la sopravvivenza si gioca in minuti, non in ore.

Nei bambini sotto i 5 anni, l’Istituto Superiore di Sanità raccomanda di chiamare subito il 112 se compaiono pelle pallida, bluastra o a chiazze che non schiariscono, grave sonnolenza, difficoltà a risvegliarsi, respiro accelerato o convulsioni. Vanno valutati con urgenza anche febbre molto alta con scarsa reattività, temperatura sotto i 36 gradi, assenza di urina da almeno 12 ore o rifiuto di bere per oltre 8 ore.

Nei pronto soccorso si applica il protocollo “sepsis six”: tre esami (emocoltura, lattati, diuresi) e tre interventi immediati (ossigeno, liquidi per via endovenosa, antibiotico), da avviare entro un’ora dal sospetto diagnostico. Applicato correttamente, riduce la mortalità per sepsi fino al 50%.

Chi rischia di più e come si previene

Chiunque contragga un’infezione, anche lieve, può in teoria sviluppare la sepsi. Il rischio, tuttavia, è più alto nei neonati, nei bambini piccoli, negli anziani, nelle donne in gravidanza o nel post-partum e in chi ha un sistema immunitario indebolito da malattie croniche, chemioterapia, terapie cortisoniche prolungate o dispositivi medici invasivi come cateteri e drenaggi. Anche i pazienti ricoverati in ospedale per altre patologie sono più esposti, soprattutto quando entrano in gioco batteri resistenti agli antibiotici comuni.

La prevenzione più efficace resta quella delle infezioni stesse: vaccinazioni contro pneumococco, meningococco ed emofilo, corretta igiene delle mani, cura tempestiva di ferite e focolai infettivi localizzati prima che si diffondano nel sangue. Sono misure semplici ma, ricordano gli infettivologi, ancora troppo sottovalutate dalla popolazione generale.

Sul fronte pediatrico il 2026 ha portato novità concrete: sono state aggiornate le linee guida internazionali della Surviving Sepsis Campaign per l’età neonatale e pediatrica, che confermano gli antibiotici entro la prima ora nello shock settico. In Italia la Società Italiana di Neonatologia sta valutando nuovi strumenti diagnostici, basati su Pcr multiplex e metagenomica, capaci di identificare un’infezione molte ore prima delle tradizionali emocolture, che possono richiedere fino a 72 ore: un vantaggio decisivo nelle terapie intensive neonatali, dove la sepsi resta tra le prime cause di morte nei primi 28 giorni di vita.

Anche chi sopravvive alla sepsi non ne esce sempre indenne: circa la metà dei sopravvissuti sviluppa la cosiddetta sindrome post-sepsi, che può comportare debolezza muscolare, difficoltà cognitive, dolori articolari e affanno per mesi o addirittura anni dopo la dimissione dall’ospedale.

 

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

La sepsi è una sindrome potenzialmente mortale che si verifica quando la risposta dell’organismo a un’infezione danneggia i propri tessuti e organi, invece di restare circoscritta al sito dell’infezione iniziale.

Febbre molto alta o temperatura corporea molto bassa, brividi, battito cardiaco accelerato e respiro rapido sono i primi segnali. Se si aggiungono confusione, pelle fredda o urine scarse serve un pronto soccorso immediato.

Sono segnali d’allarme la pelle pallida, bluastra o marezzata, la grave sonnolenza, il respiro accelerato, le convulsioni, l’assenza di urina da oltre 12 ore o il rifiuto di bere per più di 8 ore: in questi casi occorre chiamare subito il 112.

Perché, come per infarto e ictus, ogni ora di ritardo nella diagnosi e nella terapia antibiotica riduce sensibilmente le probabilità di sopravvivenza, soprattutto nella forma più grave, lo shock settico.

Neonati, bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza o nel post-partum e persone con il sistema immunitario indebolito da malattie croniche, chemioterapia o dispositivi medici invasivi sono le categorie più esposte.

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Fonti

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