Le donne seguono le terapie contro il colesterolo con più costanza degli uomini, ma ottengono risultati peggiori. Lo rivela il registro italiano AT-TARGET-IT, diffuso dalla Società Italiana di Cardiologia in vista della Giornata Mondiale del Cuore del 29 settembre. Con gli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 solo il 51,7% delle pazienti raggiunge i valori di colesterolo LDL raccomandati, contro il 64,6% degli uomini. Un divario che pesa, perché le malattie cardiovascolari causano il 45% dei decessi femminili.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Il registro AT-TARGET-IT ha seguito 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK9 in oltre 30 centri italiani, di cui 806 donne.
- Solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i target di colesterolo LDL indicati dalle linee guida, contro il 64,6% degli uomini.
- La probabilità di successo della terapia nelle donne risulta ridotta di circa un terzo.
- Il divario non dipende dall’aderenza: le donne seguono le cure con maggiore regolarità.
- I cardiologi chiedono un approccio più personalizzato e controlli più frequenti dei valori lipidici nelle pazienti.
Cosa ha scoperto il registro AT-TARGET-IT sul colesterolo nelle donne
AT-TARGET-IT è un registro multicentrico nato per osservare come funzionano, nella vita reale, i farmaci anti-PCSK9. Si tratta di anticorpi monoclonali somministrati con un’iniezione sottocutanea, usati per abbassare il colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”. Sono riservati in genere ai pazienti ad alto rischio che non raggiungono gli obiettivi con statine ed ezetimibe, oppure che non tollerano le statine.
Lo studio è coordinato da Pasquale Perrone Filardi, past president della Società Italiana di Cardiologia (SIC) e direttore del Dipartimento di Scienze biomediche avanzate dell’Università Federico II di Napoli. L’analisi ha incluso 2.613 pazienti, di cui 806 donne. Già all’inizio del trattamento le pazienti partivano svantaggiate. Erano in media più anziane, avevano livelli di LDL più alti e mostravano più spesso intolleranza alle statine. Inoltre ricevevano meno frequentemente una terapia orale combinata per ridurre i grassi nel sangue.
Nel corso del follow-up la riduzione percentuale dell’LDL è risultata sempre inferiore nelle donne. A sei mesi la differenza rispetto agli uomini era di 9 punti percentuali. Dopo tre anni si attestava ancora a 5,9 punti. Il risultato finale è netto: il 51,7% delle donne ha raggiunto i target raccomandati, contro il 64,6% degli uomini.
Secondo Perrone Filardi, questo si traduce in una probabilità di efficacia ridotta di un terzo. Il cardiologo parla di un paradosso. Le linee guida non prevedono differenze di genere nelle raccomandazioni, ma nella pratica clinica il divario c’è ed è misurabile.
Perché le cure contro il colesterolo funzionano meno nelle donne
Il dato più sorprendente riguarda l’aderenza alla terapia. Spesso, quando un farmaco non funziona, si sospetta che il paziente non lo assuma con regolarità. Nel registro è accaduto il contrario: le donne sono risultate più aderenti degli uomini. La spiegazione, quindi, va cercata altrove.
“La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare”, ha spiegato Gianfranco Sinagra, presidente della SIC. Il registro non indica una causa precisa. Alcuni elementi emersi dall’analisi, però, aiutano a inquadrare il problema. Le pazienti avevano un’età media più alta e partivano da valori di LDL più elevati. Più spesso non tolleravano le statine e ricevevano meno combinazioni di farmaci orali.
C’è poi un tema più ampio, quello della ricerca. Come ricorda lo stesso Perrone Filardi, le strategie terapeutiche anti-PCSK9 sono state sviluppate in studi con una prevalenza di partecipanti maschi. Questo significa che dosaggi, tempi e modalità di monitoraggio sono stati calibrati soprattutto su pazienti uomini. Le differenze ormonali, metaboliche e di composizione corporea tra i sessi potrebbero quindi incidere sulla risposta ai farmaci.
È un problema noto alla medicina di genere, la disciplina che studia come sesso e genere influenzano malattie e cure. Le malattie cardiovascolari nelle donne sono state a lungo sottovalutate. I sintomi possono essere meno tipici e la percezione del rischio più bassa, sia tra le pazienti sia tra i medici. Il registro italiano aggiunge un tassello: anche quando la cura è corretta e seguita, il risultato può non essere lo stesso.
Cosa cambia per le pazienti: controlli più frequenti e cure su misura
Per i ricercatori la conclusione è chiara. Le attuali strategie anti-PCSK9 dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne. Questo riguarda la scelta delle molecole ma anche il monitoraggio dei valori lipidici, che dovrebbe essere più frequente. In pratica, verificare prima e più spesso se l’LDL scende davvero consente di correggere la terapia senza perdere mesi preziosi.
Gli obiettivi da raggiungere sono ambiziosi. Per chi ha avuto un infarto o è a rischio cardiovascolare molto alto, le linee guida europee indicano un LDL sotto i 55 mg/dL. In alcuni casi, come dopo più eventi cardiovascolari, si punta anche sotto i 40 mg/dL. Studi precedenti dello stesso registro hanno mostrato che più basso è l’LDL raggiunto, minore è il rischio di nuovi eventi cardiovascolari.
Per le donne il messaggio pratico è conoscere i propri numeri. Il colesterolo tende ad aumentare con la menopausa, e il rischio cardiovascolare cresce con l’età. Chi è già in terapia dovrebbe chiedere al medico quali sono i propri valori target e con quale frequenza controllarli. Non bisogna mai sospendere o modificare i farmaci di propria iniziativa.
Il tema arriva proprio nella Giornata Mondiale del Cuore, promossa dalla World Heart Federation. La campagna 2026, “Don’t Miss a Beat”, invita a riconoscere i segnali delle malattie cardiovascolari, inclusi i sintomi spesso trascurati nelle donne. Secondo la federazione, l’80% dei decessi cardiovascolari è legato a fattori di rischio prevenibili o gestibili. Alimentazione, attività fisica e controllo della pressione restano il primo passo.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Sono anticorpi monoclonali che si somministrano con un’iniezione sottocutanea. Bloccano la proteina PCSK9 e aiutano il fegato a eliminare più colesterolo LDL dal sangue. Si usano nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare che non raggiungono gli obiettivi con le altre terapie o non tollerano le statine.
Su 2.613 pazienti trattati con anti-PCSK9, solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i valori di LDL raccomandati, contro il 64,6% degli uomini. La probabilità di successo della terapia nelle donne è risultata ridotta di circa un terzo.
No. Nel registro le donne sono risultate più aderenti alla terapia degli uomini. Per questo i ricercatori ritengono che la minore efficacia dipenda da fattori biologici o clinici ancora da chiarire.
Dipendono dal rischio cardiovascolare di ciascuno. Per chi ha avuto un infarto o ha un rischio molto alto, le linee guida europee indicano un LDL inferiore a 55 mg/dL, e in alcuni casi sotto i 40 mg/dL. Il medico stabilisce l’obiettivo personale.
È utile conoscere i propri valori target e concordare con il medico controlli periodici del profilo lipidico. Non bisogna sospendere o modificare i farmaci da sole. Alimentazione equilibrata, attività fisica e controllo della pressione restano fondamentali.
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Fonti
La notizia sul registro diffuso dalla Società Italiana di Cardiologia. Leggi la fonte
I dettagli dello studio e le dichiarazioni dei ricercatori. Leggi la fonte
La pubblicazione scientifica che descrive il registro italiano. Leggi la fonte
La campagna della Giornata Mondiale del Cuore 2026. Leggi la fonte





