Un gruppo della Weill Cornell Medicine di New York ha individuato una vulnerabilità condivisa da molti tumori, legata alla via di segnale Wnt. Lo studio, uscito su Nature Chemical Biology e ripreso da ANSA, Il Sole 24 Ore e dalla stampa internazionale, propone di colpire un solo enzima, la tankirasi 2, per frenare le cellule malate e lasciare in pace quelle sane. I risultati arrivano però da esperimenti di laboratorio: nessun paziente ha ricevuto il farmaco. Vediamo che cosa è stato dimostrato e che cosa resta da verificare.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio è guidato da Lukas Dow (Weill Cornell Medicine) e pubblicato su Nature Chemical Biology il 2 novembre 2026.
- Molti tumori perdono l’enzima tankirasi 1 e dipendono dalla tankirasi 2 per tenere acceso il segnale Wnt.
- Il composto sperimentale blocca la tankirasi 2 circa 30 volte più della tankirasi 1.
- In laboratorio ha frenato le cellule con perdita di tankirasi 1, senza toccare quelle con livelli normali.
- Siamo alla fase preclinica: mancano i test sugli animali e, soprattutto, quelli sulle persone.
Cosa hanno scoperto i ricercatori di Weill Cornell
Il nuovo approccio nasce nel laboratorio di Lukas Dow, professore di biochimica in medicina al Meyer Cancer Center della Weill Cornell Medicine. Il lavoro è stato firmato anche da Jill Zimmerman, allora dottoranda nel suo gruppo. La notizia è stata riportata il 2 e il 3 novembre da ANSA, da Il Sole 24 Ore e da diversi siti scientifici internazionali.
Il punto di partenza è la via Wnt, un sistema con cui la cellula riceve segnali dall’esterno e li trasmette all’interno. Nei tumori questo sistema è spesso iperattivo e spinge le cellule a moltiplicarsi. Secondo il comunicato dell’università, l’iperattività di Wnt si osserva in quasi tutti i tumori del colon-retto e in più della metà di quelli della mammella. È presente anche in quote rilevanti di tumori di fegato, polmone, prostata, pelle, ossa e apparato riproduttivo femminile.
Per anni colpire Wnt è stato un obiettivo difficile. I farmaci che bloccavano due enzimi simili, chiamati tankirasi 1 e tankirasi 2, hanno mostrato effetti collaterali importanti già nei primi studi clinici. Il motivo è semplice: Wnt serve anche ai tessuti sani, per esempio all’intestino, che si rinnova di continuo.
La svolta è arrivata quasi per caso. Dow ha raccontato di essersi imbattuto nella scoperta “per caso” mentre spegneva i due enzimi uno alla volta per capirne i ruoli. In alcune cellule tumorali bastava spegnere la sola tankirasi 2 per ridurre il segnale Wnt.
Il finanziamento dello studio arriva in parte dal National Cancer Institute statunitense, dal Tri-Institutional Therapeutics Discovery Institute e da un fondo per l’innovazione dell’ateneo. Si tratta quindi di ricerca accademica, passata attraverso la revisione di una rivista scientifica specializzata.
Come funziona la strategia sulla via Wnt
Il meccanismo si capisce con un’immagine. Le due tankirasi sono come due interruttori che fanno lo stesso lavoro: se ne salta uno, l’altro tiene comunque acceso il sistema. Molte cellule tumorali, a causa di grandi delezioni di DNA tipiche della crescita del tumore, hanno perso la tankirasi 1.
Queste cellule non ne soffrono, perché la tankirasi 2 compensa. In compenso diventano dipendenti da quell’unico enzima rimasto. Se si blocca la tankirasi 2, il segnale Wnt si interrompe e la cellula tumorale va in difficoltà. Le cellule sane, che hanno ancora entrambi gli enzimi, continuano a funzionare grazie alla tankirasi 1.
Il problema tecnico era la somiglianza tra i due enzimi: i loro siti attivi sono quasi identici, e un farmaco tende a colpirli entrambi. I chimici del gruppo hanno sfruttato piccole differenze di struttura per disegnare composti più selettivi. Il candidato principale, indicato come TDI-012804 dalla stampa specializzata, inibisce la tankirasi 2 circa 30 volte più della tankirasi 1.
Nelle colture di laboratorio il composto ha frenato la crescita delle cellule con perdita parziale o totale di tankirasi 1. Non ha invece rallentato quelle con livelli normali. Secondo la stampa locale che ha seguito lo studio, sono stati usati anche organoidi, cioè piccoli modelli di tessuto coltivati in provetta. Prima di disegnare il farmaco, gli autori avevano già verificato l’idea con tecniche genetiche.
Questa logica si chiama in gergo “letalità sintetica”: si sfrutta un difetto genetico del tumore per colpirlo, invece di attaccare tutte le cellule che si dividono. È lo stesso principio alla base di alcuni farmaci già in uso in oncologia, e per questo l’idea suscita interesse tra gli specialisti.
Cosa significa per i pazienti e quali sono i limiti
La prima cosa da dire è che non esiste ancora una terapia. Il lavoro è preclinico e le prove riguardano cellule coltivate in laboratorio. Nessuna delle fonti consultate riporta risultati di efficacia sugli animali. Anzi, i primi tentativi di trovare una formulazione adatta a somministrare il composto a un animale vivo non hanno avuto successo, quindi la sicurezza resta tutta da valutare.
Un secondo limite riguarda l’ampiezza dei tumori coinvolti. Il fatto che Wnt sia attivo in molte neoplasie non significa che tutte risponderanno al blocco della tankirasi 2. La strategia funziona sulle cellule che hanno perso la tankirasi 1, e certe alterazioni genetiche possono rendere il tumore meno dipendente da Wnt. Resta poi da capire se questo approccio ridurrà il rischio di resistenza ai farmaci.
Il passo successivo è sviluppare un composto di seconda generazione, con caratteristiche più adatte a un medicinale, usando i modelli strutturali costruiti alla fine dello studio. Solo se i test preclinici andranno bene si potrà pensare alla sperimentazione sull’uomo, che richiede in genere diversi anni. Gli autori dichiarano inoltre una domanda di brevetto collegata e interessi economici di alcuni ricercatori, un dettaglio utile per leggere i risultati con equilibrio.
Per chi ha una diagnosi di tumore la raccomandazione non cambia: le cure disponibili si discutono con l’oncologo. Questa ricerca indica una direzione promettente, ma non modifica oggi le scelte terapeutiche.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Hanno visto che molti tumori perdono l’enzima tankirasi 1 e dipendono dalla tankirasi 2 per mantenere attivo il segnale Wnt. Bloccando solo la tankirasi 2 si frenano le cellule tumorali con questo difetto, risparmiando in teoria quelle sane.
No. Il composto è sperimentale e testato solo su cellule e organoidi in laboratorio. Servono ancora test sugli animali e poi studi clinici sull’uomo, che richiedono in genere diversi anni.
La via Wnt è iperattiva in quasi tutti i tumori del colon-retto e in più della metà di quelli della mammella, oltre che in quote di tumori di fegato, polmone, prostata, pelle e ossa. Non è detto però che tutti rispondano al trattamento.
Bloccavano entrambe le tankirasi e quindi anche la funzione normale di Wnt nei tessuti sani, causando effetti collaterali che hanno limitato le dosi nei primi studi clinici.
Nulla cambia nelle cure in corso: la terapia va discussa con l’oncologo. Questo studio indica una possibile direzione futura, non una cura disponibile.
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Fonti
Notizia ANSA del 3 novembre 2026 sullo studio della Weill Cornell. Leggi la fonte
Articolo del quotidiano economico sulla scoperta. Leggi la fonte
Comunicato dell’università sullo studio (2 novembre 2026). Leggi la fonte
Resoconto che chiarisce i limiti preclinici del composto. Leggi la fonte




