Le tendinopatie calcifiche rappresentano una delle condizioni muscolo-scheletriche più complesse e diffuse nella pratica clinica quotidiana. Colpiscono soprattutto la spalla, il tendine d’Achille, il ginocchio e altri distretti sottoposti a carichi ripetuti, causando dolore persistente, limitazione funzionale e, nei casi più avanzati, una significativa riduzione della qualità della vita.
Per lungo tempo queste patologie sono state interpretate come il semplice risultato di usura o sovraccarico. Oggi, però, la visione è cambiata. Le evidenze scientifiche più recenti indicano che alla base delle tendinopatie calcifiche vi è un processo biologico complesso, che coinvolge il metabolismo del tessuto, la vascolarizzazione, l’ossigenazione e la capacità di adattamento del tendine allo stress meccanico.
A spiegare questo cambio di paradigma è il dottor Francesco Chiarenza, fisioterapista con una formazione maturata anche in oltre vent’anni di collaborazione con società sportive di alto livello, intervenuto in una recente intervista radio dedicata proprio alle tendinopatie calcifiche.
Che cosa sono davvero le tendinopatie calcifiche
Quando si parla di tendinopatia calcifica, il riferimento immediato è spesso al deposito di calcio visibile agli esami radiologici. Ma, come chiarisce subito il dottor Chiarenza, questa è solo la punta dell’iceberg.
«Io preferisco definire la tendinopatia come un dismetabolismo di un tessuto specifico», afferma il fisioterapista, sottolineando come il problema non sia esclusivamente strutturale.
Dal punto di vista scientifico, questa definizione è oggi ampiamente condivisa. Il tendine è un tessuto vivo, composto da cellule specializzate (tenociti), fibre collagene, matrice extracellulare e una rete vascolare limitata ma fondamentale. Quando il metabolismo di questo tessuto si altera, la capacità di rinnovamento diminuisce e il tendine entra in una condizione di sofferenza cronica.
Secondo Chiarenza, «parliamo di tendini di Achille, dei tendini della spalla o di altri tendini presenti nel nostro organismo», tutti accomunati da una funzione biomeccanica essenziale e da un’elevata esposizione a stress ripetuti. È proprio questa combinazione di carico meccanico e ridotta capacità di recupero a favorire l’instaurarsi del dismetabolismo.
Dal dismetabolismo alla calcificazione: un processo graduale
Uno degli aspetti più fraintesi delle tendinopatie calcifiche è il ruolo della calcificazione stessa. Spesso viene considerata la causa primaria del dolore, ma in realtà, come emerge dall’esperienza clinica, rappresenta una conseguenza tardiva.
Il dottor Chiarenza spiega che «la perdita di elasticità del tendine è legata a microcalcificazioni che si depositano nella struttura», chiarendo che questi depositi non compaiono improvvisamente.
Dal punto di vista biologico, il processo è progressivo: la riduzione dell’ossigenazione locale, l’alterazione degli scambi metabolici e l’infiammazione di basso grado portano a una degenerazione del collagene. In questo contesto, il deposito di sali di calcio è una risposta disorganizzata del tessuto a uno stress cronico non risolto.
Questo spiega perché intervenire solo sulla calcificazione, senza correggere il contesto metabolico del tendine, spesso produce risultati temporanei o incompleti.
Perché non esiste “il trattamento giusto” ma un percorso terapeutico
Alla domanda sui trattamenti disponibili, Chiarenza è netto: «Esistono diversi trattamenti, ma io preferisco adottare un profilo organizzativo che crei un vero percorso terapeutico».
Questa affermazione riflette una delle principali evoluzioni della fisioterapia moderna. Le tendinopatie calcifiche non rispondono a interventi isolati o occasionali. Al contrario, richiedono una strategia progressiva, adattata allo stadio della patologia, alla sede coinvolta e alle caratteristiche del paziente.
Secondo il fisioterapista, l’obiettivo centrale del percorso è chiaro: «riportare ossigenazione a questi tessuti e permettere loro di recuperare l’elasticità persa».
Dal punto di vista scientifico, l’ossigenazione è un fattore chiave. I tendini hanno una vascolarizzazione naturalmente limitata e qualsiasi ulteriore riduzione del flusso sanguigno compromette la capacità di riparazione. Le terapie conservative moderne puntano quindi a stimolare il metabolismo locale prima ancora di “curare il dolore”.
Chirurgia o terapia conservativa: quando davvero serve operare
Uno dei temi più delicati riguarda la scelta tra trattamento conservativo e intervento chirurgico. Anche su questo punto Chiarenza adotta una posizione prudente: «L’intervento chirurgico è sempre l’ultima chance per il paziente».
Questa affermazione è in linea con le principali linee guida internazionali. La chirurgia viene presa in considerazione solo dopo il fallimento di un percorso conservativo completo e ben condotto.
Secondo il dr. Chiarenza, «la terapia conservativa, se è ben lavorata, ha degli effetti molto rilevanti sulla problematica».
Dal punto di vista clinico, “ben lavorata” significa rispettare tempi biologici, modulare i carichi e intervenire su più livelli: tessutale, neuromuscolare e funzionale. Molti insuccessi della terapia conservativa derivano da protocolli troppo brevi o non personalizzati.
Come agiscono i trattamenti sulle microcalcificazioni
All’interno del percorso terapeutico, spiega il dr. Chiarenza, «ci sono trattamenti che iperemizzano le zone da trattare».
L’iperemia terapeutica, ovvero l’aumento controllato dell’afflusso di sangue, favorisce il metabolismo cellulare e la rimozione dei mediatori infiammatori. Tecniche manuali, esercizi specifici e terapie fisiche vengono utilizzate con questo scopo.
Accanto a questi interventi, «esistono trattamenti che rompono le microcalcificazioni e permettono il ripristino dell’osmosi cellulare», afferma il fisioterapista.
Dal punto di vista biologico, la frammentazione delle microcalcificazioni modifica il microambiente del tendine, migliorando gli scambi tra cellule e matrice extracellulare. Tuttavia, senza una rieducazione funzionale successiva, il rischio di recidiva rimane elevato.
Il ruolo fondamentale del movimento nella vita quotidiana
Un altro punto centrale riguarda ciò che accade fuori dallo studio. Chiarenza sottolinea che «la terapia riabilitativa non si ferma all’interno dello studio o del centro di fisioterapia».
Questa affermazione è supportata da un ampio consenso scientifico: il tendine risponde agli stimoli meccanici graduali e controllati. L’immobilità o la protezione eccessiva favoriscono la rigidità e la degenerazione.
Secondo il fisioterapista, «nella quotidianità bisogna assumere atteggiamenti positivi per la mobilità della struttura trattata», che si tratti della spalla, del tendine d’Achille o di altre strutture coinvolte.
Questo significa seguire esercizi specifici, mantenere una corretta mobilità articolare e applicare carichi progressivi. «Bisogna seguire quotidianamente movimenti che non permettano al tessuto di irrigidirsi nuovamente», aggiunge Chiarenza, ricordando che il recupero tendineo è un processo lento che richiede costanza.
L’esperienza nello sport di alto livello e il suo impatto clinico
Un aspetto distintivo del percorso professionale di Chiarenza è l’esperienza maturata nello sport professionistico. «Ho lavorato per circa vent’anni all’interno di società sportive di prima fascia», racconta.
Lo sport di alto livello rappresenta un contesto estremo, in cui i tendini sono sottoposti a carichi elevatissimi e i tempi di recupero sono critici. Questa esperienza, spiega il fisioterapista, «mi ha permesso di integrare i trattamenti classici della fisioterapia con quelli sportivi, che sono più impattanti».
Dal punto di vista clinico, questo si traduce in una maggiore attenzione alla progressione dei carichi, al controllo biomeccanico e alla prevenzione delle recidive. Approcci nati per l’atleta professionista possono essere adattati, con le dovute cautele, anche al paziente comune.
Cosa sappiamo oggi e cosa resta da chiarire
Le tendinopatie calcifiche non sono più considerate una semplice “degenerazione” legata all’età. Oggi vengono interpretate come il risultato di un disequilibrio biologico e funzionale.
Come sintetizza Chiarenza, «il recupero passa sempre da un percorso organizzato e non da una singola tecnica».
Dal punto di vista scientifico, la ricerca continua a indagare il ruolo dell’infiammazione cronica, della vascolarizzazione e dei meccanismi cellulari alla base del dismetabolismo tendineo. Serviranno ulteriori studi per definire protocolli sempre più personalizzati e predittivi.
Per approfondire
foto:freepik
Dott. Francesco Chiarenza, fisioterapista, con approfondimenti a cura di Lavinia Giganti, redazione
FAQ
È una condizione in cui il tendine va incontro a un dismetabolismo, con alterazione dell’ossigenazione e del metabolismo cellulare, che può portare alla formazione di microcalcificazioni e perdita di elasticità.
Le tendinopatie calcifiche interessano soprattutto la spalla (cuffia dei rotatori), il tendine d’Achille, il ginocchio e altri tendini sottoposti a carichi ripetuti.
Non sempre. Spesso la calcificazione è una conseguenza tardiva di un processo biologico già in atto nel tendine, non la causa primaria del dolore.
No. La chirurgia è l’ultima opzione e viene considerata solo dopo il fallimento di un percorso conservativo ben strutturato e personalizzato.
È fondamentale. Un percorso fisioterapico organizzato, che includa trattamenti mirati ed esercizi quotidiani, è centrale per il recupero funzionale e per ridurre il rischio di recidive.





