Dossier Salute

Sindrome dell’intestino irritabile: lo studio genetico che la collega ai trigliceridi nel sangue

Modello dell’intestino, provetta per i trigliceridi e analisi del DNA utilizzati per rappresentare lo studio genetico sulla sindrome dell’intestino irritabile.

Il più ampio studio genetico mai condotto sulla sindrome dell’intestino irritabile ha analizzato i dati di quasi 2,8 milioni di persone in 22 biobanche di tutto il mondo, individuando 35 regioni del genoma legate al rischio della malattia. La scoperta più sorprendente riguarda però un collegamento finora trascurato: quello con i trigliceridi nel sangue e il metabolismo epatico. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Gut e coordinato dal genetista Mauro D’Amato, apre la strada a possibili nuove terapie basate su farmaci cardiovascolari già in commercio. La notizia, ripresa da agenzie di stampa e testate scientifiche internazionali, riguarda un disturbo che colpisce oltre il 10% della popolazione mondiale.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

IN SINTESI

  • Lo studio, pubblicato sulla rivista Gut, ha analizzato dati genetici e sanitari di 2.775.539 persone provenienti da 22 biobanche in tutto il mondo.
  • I ricercatori hanno identificato 35 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare la sindrome dell’intestino irritabile (IBS), 14 delle quali mai segnalate prima.
  • Per la prima volta emerge un probabile legame causale tra la predisposizione genetica alla malattia e livelli elevati di trigliceridi nel sangue.
  • La variante più significativa riguarda il gene GCKR, che regola il metabolismo di glucosio e grassi nel fegato.
  • Tra le possibili applicazioni future, il riposizionamento di farmaci cardiovascolari e ipolipemizzanti già in uso, come le statine.

Il più grande studio genetico mai condotto sull’intestino irritabile

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è uno dei disturbi gastrointestinali più diffusi al mondo: colpisce fino al 15% della popolazione, soprattutto le donne, e si manifesta con dolore addominale ricorrente, gonfiore e alternanza di stitichezza e diarrea. Per decenni è stata considerata soprattutto un disturbo dell’asse intestino-cervello, legato al sistema nervoso enterico e spesso associato ad ansia e disturbi dell’umore. I meccanismi biologici alla base della malattia, però, sono rimasti in gran parte poco chiari, lasciando molti pazienti senza terapie realmente mirate.

Per colmare questo vuoto, un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Mauro D’Amato, professore di Genetica Medica all’Università LUM Giuseppe Degennaro e Ikerbasque Research Professor al centro spagnolo CIC bioGUNE, ha analizzato dati genetici e sanitari di 2.775.539 persone provenienti da 22 biobanche in dieci paesi, tra Europa, Nord America e Asia, nell’ambito dell’iniziativa internazionale “bellygenes”, attingendo a grandi coorti come UK Biobank, FinnGen e Million Veteran Program. Confrontando i profili genetici di chi soffre di IBS con quelli di soggetti sani, i ricercatori hanno individuato 35 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare la malattia, 14 delle quali non erano mai state segnalate prima.

Rispetto alle ricerche precedenti, ferme a poche decine di migliaia di partecipanti, la scala di questo lavoro rappresenta un salto di qualità. Gli autori hanno incrociato tre diverse modalità con cui la sindrome viene diagnosticata, dai codici delle cartelle cliniche ai questionari basati sui criteri di Roma, fino all’autovalutazione dei pazienti, per ottenere risultati più solidi e replicabili nelle diverse popolazioni. Lo studio, il più ampio mai realizzato sulla genetica dell’IBS, è stato pubblicato sulla rivista Gut ed è stato ripreso da testate e agenzie scientifiche in tutto il mondo.

Il legame inatteso con i trigliceridi e il gene GCKR

Oltre a confermare il coinvolgimento del cervello e del sistema nervoso enterico, l’analisi ha rivelato una sorpresa: una forte associazione con caratteristiche cardiometaboliche, in particolare con i livelli di trigliceridi nel sangue. Attraverso metodi computazionali di randomizzazione mendeliana, i ricercatori hanno stabilito un probabile rapporto causale tra la predisposizione genetica alla sindrome dell’intestino irritabile e livelli elevati di trigliceridi, un tipo di grasso circolante che il corpo produce a partire dalle calorie non immediatamente utilizzate. Le analisi hanno inoltre mostrato che i geni coinvolti sono attivi non solo nel cervello e nel sistema nervoso enterico, ma anche nelle cellule del fegato e nei tessuti cardiaci.

Le evidenze più solide riguardano una variante del gene GCKR, che regola il metabolismo del glucosio e dei lipidi nel fegato. Questa variante era già nota per favorire l’accumulo di grasso epatico e aumentare la produzione di trigliceridi; lo studio la individua ora come un possibile meccanismo biologico che collega la funzione epatica al rischio di sviluppare l’IBS. I ricercatori hanno individuato anche altre due varianti genetiche, sui geni CYP7A1 e SMYD2, entrambe coinvolte nella regolazione del colesterolo e dei trigliceridi, a conferma che il legame tra intestino e metabolismo dei grassi coinvolge più di un singolo meccanismo biologico.

“Da tempo sappiamo che la sindrome dell’intestino irritabile coinvolge un complesso dialogo tra intestino e cervello, ma questi risultati mostrano che alla conversazione partecipa anche il sistema metabolico dell’organismo”, ha spiegato D’Amato. Il legame tra IBS e profilo lipidico alterato, del resto, era già stato osservato in studi osservazionali su larga scala, che avevano riportato fino a sei volte più probabilità di ipertrigliceridemia nei pazienti con la sindrome rispetto a soggetti sani con caratteristiche comparabili.

Verso nuove terapie: il possibile riposizionamento di farmaci cardiovascolari

La scoperta non è soltanto teorica. Analizzando i profili di espressione genica associati al rischio della malattia, il gruppo di ricerca ha identificato diversi composti capaci di contrastare le alterazioni molecolari osservate nell’IBS, tra cui farmaci già impiegati in ambito cardiovascolare e molecole che agiscono sul metabolismo dei lipidi, come le statine. Tra le molecole individuate figurano anche alcuni farmaci antipertensivi e diuretici, comunemente prescritti per problemi cardiovascolari. Un risultato che apre alla possibilità di riposizionare terapie già disponibili e sicure, riducendo tempi e costi rispetto allo sviluppo di farmaci del tutto nuovi.

“I nostri risultati sostengono una visione più integrata della sindrome dell’intestino irritabile, che va oltre il tradizionale asse intestino-cervello”, ha concluso D’Amato. “Le vie biologiche individuate potrebbero consentire una migliore selezione dei pazienti e l’identificazione di farmaci, nuovi o già esistenti, da valutare nei soggetti che non rispondono ai trattamenti attuali”. Per i milioni di pazienti che convivono con sintomi cronici e spesso invalidanti, senza terapie realmente risolutive, si tratta di una prospettiva concreta: non una cura immediata, ma una mappa più precisa di dove cercarla.

Gli stessi ricercatori sottolineano comunque la necessità di ulteriori studi funzionali per confermare i meccanismi individuati e valutarne l’applicazione clinica prima che possano tradursi in indicazioni terapeutiche reali. Nel frattempo, alcuni interventi già disponibili, come la dieta a basso contenuto di FODMAP comunemente usata nella gestione dell’IBS, si sono dimostrati capaci di migliorare anche il profilo lipidico dei pazienti: un’ulteriore conferma indiretta del legame tra intestino e metabolismo individuato dallo studio.

Domande frequenti

È un disturbo cronico dell’apparato digerente che causa dolore addominale ricorrente, gonfiore e alterazioni dell’alvo, come stitichezza o diarrea. Colpisce oltre il 10% della popolazione mondiale, soprattutto le donne.

Il più ampio studio genetico mai condotto sulla malattia ha individuato 35 regioni del genoma legate al rischio di IBS e ha rivelato un probabile legame causale con livelli elevati di trigliceridi nel sangue.

GCKR regola il metabolismo di zuccheri e grassi nel fegato. Una sua variante, già nota per favorire l’accumulo di grasso epatico, sembra collegare la funzione del fegato al rischio di sviluppare la sindrome.

Non nell’immediato. Lo studio individua possibili farmaci da riposizionare, tra cui statine e altri medicinali cardiovascolari, ma servono ulteriori ricerche funzionali e sperimentazioni cliniche prima di un utilizzo reale sui pazienti.

Lo studio è stato coordinato da Mauro D’Amato, dell’Università LUM e del centro spagnolo CIC bioGUNE, nell’ambito dell’iniziativa internazionale “bellygenes”, ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica Gut.

Per approfondire

Un approfondimento sulle cause più comuni del colon irritabile e sulle strategie per alleviarne i sintomi. Leggi l’articolo

Come la dieta a basso contenuto di FODMAP può aiutare a gestire i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile. Leggi l’articolo

Cosa sono i lipidi nel sangue, tra cui i trigliceridi, e cosa succede quando i loro valori risultano alterati. Leggi l’articolo

Fonti

L’articolo di AGI sullo studio e sul legame tra colon irritabile e trigliceridi nel sangue. Leggi la fonte

L’approfondimento in inglese di News-Medical.net, con i dettagli dello studio e le dichiarazioni del professor D’Amato. Leggi la fonte

Lo studio scientifico originale, pubblicato sulla rivista Gut (BMJ), con i dati completi della ricerca. Leggi la fonte

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