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Relazioni sane: come riconoscerle e come costruirle davvero, con la bussola clinica del dottor Gottardo

relazioni sane

Da dove si comincia: ascoltare come stiamo dentro la relazione

Capire se una relazione sana lo è davvero richiede una verifica onesta del proprio sentire quotidiano. Il dottor Leonardo Gottardo, psicologo, psicoterapeuta, ipnologo e sessuologo, sposta subito il focus dalle etichette ai vissuti: “È una domanda importante perché… riusciamo a comprendere quanto effettivamente stiamo bene in una relazione, perché la prima domanda da porsi è: come mi sento nella mia relazione? E il mio partner come si comporta nei miei confronti, i miei bisogni vengono accolti, vengono considerati?”

Non si tratta di comporre una lista infinita di criteri, ma di restare su tre domande guida. “Sono solo tre domande, ma in realtà sono fondamentali perché se le risposte possono essere tendenzialmente affermative allora sicuramente la relazione ha del potenziale, ha delle risorse… ma nel momento in cui – anche alcune volte, e nei casi più intensi – la risposta è negativa bisogna fermarsi e iniziare a fare qualche riflessione in più.”

I servizi informativi del NHS convergono: nelle relazioni sane, rispetto, fiducia, comunicazione aperta ed equilibrio tra tempo insieme e spazi personali sono elementi non negoziabili; quando compaiono controllo, isolamento, svalutazioni, pressioni o abusi, la relazione non è più sicura.

Rispetto e individualità: perché “stare insieme” non significa “annullarsi”

Il cardine indicato dall’intervistato è netto: “Dove c’è il rispetto… ma il rispetto di cosa? Della propria individualità.” Una relazione è un incontro tra due storie, non una fusione senza confini. “Il partner deve poter rispettare l’individualità… significa non autoannullarsi per l’altro, significa poter dare spazio alle proprie qualità e risorse… interessi, amicizie: non devono essere d’intralcio alla relazione, anzi sono un potenziale.”

Questa non è una concessione “romantica”: è un principio di igiene relazionale. Le linee educative del Servizio Sanitario britannico lo traducono così: in un legame sano, puoi essere te stesso, coltivare amicizie e passioni, dire no senza ritorsioni; l’altro ascolta, non controlla, non umilia, non limita la tua libertà.

Il rispetto dell’individualità porta due benefici immediati. Primo: riduce la pressione, perché ciascuno non chiede all’altro di colmare ogni vuoto. Secondo: arricchisce la coppia, come osserva Gottardo, con stimoli ed esperienze da condividere: “Una relazione arricchita da entrambi i partner… è potenziale per vivere stimoli diversi, esperienze diverse e condividerle.”

Quando il confine si spezza: i segnali che non vanno ignorati

Non tutto ciò che crea fatica è “tossico”. Ma ci sono spie chiare – più dei “litigi normali” – che segnalano l’uscita dall’area della relazione sana. L’intervistato le riassume in una scena che molti riconosceranno: “Mi rendo conto di annullare qualcosa di mio, di personale, e spesso di giustificare un maltrattamento da parte del partner.” Quando l’autotutela lascia spazio alla giustificazione della violenza psicologica o del controllo, le radici della relazione si stanno spostando verso la disfunzione.

La psicoeducazione pubblica NHS elenca in modo concreto i campanelli d’allarme: isolamento dagli affetti, gelosia possessiva, pressioni o ricatti emotivi, umiliazioni, minacce, controllo digitale ed economico, qualsiasi forma di coercizione o violenza. Non sono “carattere”: sono abusi.

Psicoterapia individuale: il lavoro “a monte” che rende la relazione possibile

Avere criteri chiari aiuta; trasformarli in vita quotidiana richiede competenze. “Abbiamo la psicoterapia individuale che è sempre la base,” dice il Dott. Gottardo. “Fare un percorso individuale significa entrare in contatto con tutte quelle parti di sé – affettive – che sono reduci dai vissuti passati… a partire dall’infanzia. Lavorandoci, riequilibro questi aspetti e metto le basi per una relazione sana, equilibrata.”

Il razionale clinico è semplice: impariamo presto schemi di attaccamento, protezione e conflitto. Senza consapevolezza, li mettiamo in scena da adulti, spesso contro i nostri interessi. Lavorare su consapevolezza, regolazione emotiva e confini amplia la nostra “finestra di tolleranza” e rende praticabili fiducia e negoziazione. Le sintesi dell’APA ricordano che gli approcci psicoterapici strutturati migliorano il funzionamento interpersonale e la gestione di emozioni intense, con ricadute concrete sulla qualità dei legami.

Terapia di coppia: quando serve e quando non aiuta

“C’è anche una psicoterapia di coppia,” prosegue il Dott. Gottardo, “ed è essenziale quando entrambi i partner vogliono stare bene e sono disposti a mettersi in discussione.” La terapia di coppia non serve a decretare chi ha ragione, ma a costruire uno spazio neutro dove imparare a vedersi e parlarsi in modo nuovo, allenando abilità di repair (riparazione dopo il conflitto), gestione dei trigger, contrattazione dei bisogni.

Il punto etico è altrettanto chiaro: “Se parliamo di relazioni tossiche dove c’è solo una persona che soffre, che subisce l’altro partner, fare psicoterapia di coppia non servirà a nulla.” Prima viene la sicurezza; poi, eventualmente, il lavoro congiunto. Le evidenze di pratica clinica riportate dal Monitor on Psychology sottolineano che i percorsi efficaci si fondano su impegno reciproco e obiettivi condivisi; in assenza di motivazione e in presenza di abuso, la coppia non è il setting indicato.

Che cosa cambia, in concreto, quando una relazione funziona

Sul piano esperienziale, una relazione sana si riconosce da alcuni tratti ricorrenti che non sono “regole” astratte, ma competenze allenabili:

  • Comunicazione chiara: si parla di sé (non solo dell’altro), si chiede e si ascolta; i temi difficili trovano un tempo e un luogo, non esplodono a caso.
  • Confini rispettati: si può dire “no” senza pagare dazio; si possono desiderare cose diverse senza essere ridicolizzati o puniti.

Questi aspetti, ampiamente descritti nelle risorse educative NHS, concorrono a percepire il legame come sicuro: ci si sente a casa, non al tribunale permanente

Il contributo della dimensione personale: autonomia, amicizie, desideri

Il Dott. Gottardo insiste: “Interessi e amicizie non devono essere d’intralcio, anzi sono un potenziale.” Nella pratica clinica, la cura della rete personale (amici, passioni, routine che nutrono) riduce il rischio di dipendenza affettiva e sostiene il benessere della coppia. Le linee guida educative per adolescenti e giovani adulti ribadiscono lo stesso concetto, perché risulta cruciale fin dai primi legami: poter stare insieme e separati è indice di equilibrio.

Percorsi e strumenti: cosa si fa in terapia

Il lavoro psicologico non è un enigma. In terapia individuale si esplorano i copioni che ripetiamo (ad esempio: compiacere per paura di perdere l’altro; controllare per paura di essere traditi), si apprendono tecniche di regolazione (dalla respirazione consapevole alla ristrutturazione cognitiva), si sperimentano nuove modalità di contatto (chiedere, negoziare, riparare). In terapia di coppia si costruiscono routine di dialogo, si individuano i momenti in cui la comunicazione si fa tossica, si concordano time-out e rituali di riconnessione, si danno compiti esperienziali anche intimi per rinnovare la intimità emotiva e sessuale nell’arco della settimana.

Come ricorda l’intervistato: “Il percorso di coppia… crea nuove risorse, va a capire le motivazioni delle difficoltà… e dà anche strategie, esperienze – anche sensoriali, intime – diverse, per ravvivare, riavvicinare e dare una visione alternativa della coppia, soprattutto se si sta insieme da tanti anni.”

E se la relazione non è “tossica” ma soffre?

Tra il bianco e il nero c’è una vasta zona grigia: stress, stanchezza, inediti di vita (figli, malattie in famiglia, traslochi) che mettono in crisi la coppia. In queste fasi, i principi restano gli stessi: parlare, ascoltare, negoziare. Quando i tentativi casalinghi non bastano, la psicoterapia (individuale, di coppia o entrambe) accelera l’apprendimento e stabilizza i cambiamenti, come riportano le sintesi divulgative dell’APA sulla relazione terapeutica e gli esiti dei trattamenti.

Tre domande che aiutano a riorientarsi

Il Dott. Gottardo ci riporta al punto di partenza con un invito operativo: “Nel momento in cui si soffre molto nelle relazioni, bisogna fermarsi e fare un lavoro dentro di sé.” Farlo può cominciare da tre domande settimanali, sempre le stesse, per misurare la direzione:

  1. In questa settimana come mi sono sentito nella relazione (più spesso al sicuro o in allarme)?
  2. I miei bisogni (tempo, affetto, sessualità, supporto) sono stati ascoltati? Ho saputo chiederli?
  3. Che cosa posso fare io, in modo realistico e gentile, per spostare di un millimetro la relazione verso più rispetto e più chiarezza?

Se la risposta, per settimane, resta “male”, “no”, “non so”, è il momento di chiedere aiuto professionale.

 

Per approfondire

Approfondimenti su DossierSalute a firma Dr. Leonardo Gottardo

  • Manipolazione affettiva: come riconoscerla e uscirne – intervista al Dr. Leonardo Gottardo (campanelli d’allarme e piano d’uscita). Leggi l’articolo. (Dossier Salute)
  • Relazioni tossiche: come riconoscerle e uscirne – intervista al Dr. Leonardo Gottardo (quando serve protezione, quando serve terapia). Vai al contributo. (Dossier Salute)
  • Relazioni sentimentali, quando sono sane e quando chiedere aiuto – guida pratica. Approfondisci. (Dossier Salute)
  • Difficoltà relazionali: quando la terapia di coppia diventa un’esigenza – focus redazionale. Scopri di più. (Dossier Salute)

Fonti per gli approfndimenti

  1. NHS – Healthy and unhealthy relationships (segnali di sicurezza e segnali di rischio). (nhs.uk)
  2. NHS – Relationships education pages (comunicazione, rispetto, confini). (nhs.uk)
  3. APA – Monitor on Psychology (terapia di coppia e relazione terapeutica). (org)

foto:freepik

FAQ

No. Una relazione sana non è senza conflitti; è una relazione in cui si litiga in sicurezza, si ripara, si cresce.

Dipende da obiettivi e motivazione. Gli approcci strutturati richiedono mesi per consolidare competenze di comunicazione e di riparazione.

Quando è necessario lavorare su confini, autostima, gestione di ansia/gelosia, traumi personali o cicli di dipendenza affettiva.

No. Senza motivazione reciproca il setting di coppia non funziona; meglio iniziare da un percorso individuale e valutare in seguito.

Se per “tenere la pace” accetti isolamento, svalutazioni, minacce, controllo o pressioni sessuali, non è un conflitto qualunque: è un segnale da prendere sul serio.

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