Una singola dose di psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni, sembra lasciare tracce misurabili nel cervello per settimane. Lo rivela uno studio della University of California San Francisco e dell’Imperial College di Londra. La ricerca è pubblicata sulla rivista Nature Communications ed è diventata virale su siti scientifici e social network. A un mese dall’esperienza psichedelica, i ricercatori hanno osservato cambiamenti nella struttura dei fasci neurali e un miglioramento duraturo del benessere psicologico nei volontari coinvolti. Il risultato riaccende il dibattito sul potenziale terapeutico della sostanza, che in Italia resta comunque illegale.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha coinvolto 28 volontari sani mai esposti prima a sostanze psichedeliche.
- Una dose da 25 mg di psilocibina ha prodotto un aumento della cosiddetta “entropia cerebrale” nelle ore successive all’assunzione.
- A un mese di distanza, la risonanza magnetica ha mostrato fasci neurali più densi e integri nelle aree che collegano corteccia prefrontale e strutture sottocorticali.
- I partecipanti hanno riportato un miglioramento del benessere psicologico e della flessibilità cognitiva ancora quattro settimane dopo l’esperienza.
- In Italia la psilocibina resta una sostanza stupefacente illegale, inserita in Tabella I: lo studio non ne incoraggia in alcun modo l’uso non controllato.
Lo studio: come è stato condotto l’esperimento
La ricerca porta la firma di Taylor Lyons dell’Imperial College di Londra e di Robin Carhart-Harris dell’Università della California San Francisco. Ha coinvolto 28 volontari sani, tutti alla prima esperienza con sostanze psichedeliche. Il disegno dello studio è stato pensato per isolare l’effetto della sostanza da eventuali condizioni psichiatriche preesistenti. In questo modo i ricercatori hanno ottenuto un dato di base il più possibile pulito. Nella prima fase, ai partecipanti è stata somministrata una dose da 1 milligrammo di psilocibina, considerata dai ricercatori un placebo attivo, monitorata con l’elettroencefalogramma. Un mese dopo, agli stessi volontari è stata data una dose da 25 milligrammi, sufficiente a indurre un’esperienza psichedelica completa.
Durante il picco dell’effetto, i ricercatori hanno registrato l’attività elettrica cerebrale tramite EEG. Nelle settimane successive hanno poi utilizzato risonanza magnetica funzionale e imaging con tensore di diffusione per osservare connettività e struttura del cervello. Già nei primi 60 minuti dopo la dose alta, l’EEG ha mostrato un netto aumento dell’entropia cerebrale, la misura della varietà e complessità dell’attività neurale. Un cervello ad alta entropia elabora, in sostanza, un’informazione più ricca e meno prevedibile rispetto agli schemi abituali.
Questo approccio si inserisce in una fase di rinnovato interesse scientifico per gli psichedelici. Per decenni la ricerca su queste sostanze era rimasta pressoché ferma per ragioni normative. Università come UCSF e Imperial College hanno riaperto laboratori dedicati proprio per studiare, con strumenti di neuroimaging moderni, meccanismi che negli anni Sessanta si potevano solo ipotizzare.
Cosa cambia nel cervello dopo una sola dose
Il dato più sorprendente riguarda la distanza di un mese. Le scansioni con tensore di diffusione hanno rivelato fasci neurali più densi e con maggiore integrità nelle aree che collegano corteccia prefrontale e strutture sottocorticali. Il confronto è con i valori misurati dopo il placebo. Secondo i ricercatori, questo pattern è l’opposto di quanto avviene normalmente con l’invecchiamento cerebrale. L’invecchiamento tende infatti a rendere più diffusi e meno organizzati questi collegamenti nel tempo. Gli autori sottolineano comunque che serviranno altri studi per capire il reale significato biologico di questo cambiamento anatomico.
Il grado di entropia registrato durante l’esperienza psichedelica prediceva quanto i partecipanti avrebbero riferito, il giorno successivo, un aumento della consapevolezza psicologica. Questo livello di insight, a sua volta, anticipava un miglioramento del benessere percepito a distanza di un mese. “Il nostro dato mostra che le esperienze di insight psicologico si legano a una qualità entropica dell’attività cerebrale”, ha spiegato Carhart-Harris. Il ricercatore sottolinea come il viaggio psichedelico stesso, e non solo la chimica della molecola, sembri essere un ingrediente chiave dell’effetto terapeutico osservato.
Taylor Lyons, prima firma dello studio, ha aggiunto che la psilocibina “sembra allentare gli schemi stereotipati di attività cerebrale”. Secondo la ricercatrice, dà alle persone “la capacità di rivedere schemi di pensiero radicati”. Un mese dopo la dose alta, i volontari hanno ottenuto punteggi migliori anche in test di flessibilità cognitiva, la capacità di cambiare strategia mentale quando serve.
Terapie future e i limiti dello studio
I risultati alimentano l’interesse crescente verso l’uso clinico controllato della psilocibina per depressione, ansia e dipendenze. Sono condizioni per cui la sostanza è già oggetto di sperimentazioni in diversi paesi. L’idea, spiegano gli autori, è che in futuro si possa calibrare il dosaggio in base al livello di entropia cerebrale necessario a innescare un cambiamento psicologico duraturo. Il trattamento verrebbe così personalizzato in base alla risposta individuale di ogni paziente.
Restano tuttavia limiti importanti da considerare. Il campione era piccolo, appena 28 persone, e composto da volontari sani. Non è quindi detto che gli stessi effetti si osservino in chi soffre di un disturbo psichiatrico conclamato. Non è inoltre chiaro se i cambiamenti anatomici osservati siano permanenti o richiedano dosi di richiamo periodiche nel tempo.
Va infine ricordato che in Italia la psilocibina è una sostanza stupefacente inserita in Tabella I. Il suo uso al di fuori di contesti clinici autorizzati resta un reato. Questo studio descrive un protocollo condotto in ambiente controllato, con personale medico e psicologico presente durante tutta la sessione. Non va quindi inteso come un invito all’automedicazione o all’uso ricreativo.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.
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Domande frequenti (FAQ)
La psilocibina è il principio attivo psichedelico contenuto in alcune specie di funghi, comunemente chiamati “funghi allucinogeni” o “funghi magici”. Una volta ingerita, viene convertita dall’organismo in psilocina, la molecola che agisce sui recettori della serotonina nel cervello.
Lo studio ha mostrato che una singola dose da 25 mg di psilocibina produce, nelle ore successive, un aumento dell’entropia cerebrale. A un mese di distanza i fasci neurali risultano più densi e integri, e i partecipanti riportano un miglioramento del benessere psicologico.
No. In Italia la psilocibina è classificata come sostanza stupefacente e rientra nella Tabella I del Testo Unico sugli stupefacenti. Coltivazione, detenzione e uso al di fuori di sperimentazioni cliniche autorizzate costituiscono reato.
Non ancora, in questa forma. Lo studio ha coinvolto volontari sani e non pazienti con una diagnosi psichiatrica. I risultati aprono una pista di ricerca sul possibile uso terapeutico controllato, ma servono trial clinici su popolazioni cliniche prima di parlare di terapia validata.
Il campione era ridotto, appena 28 persone, e composto da soggetti sani senza patologie psichiatriche. Non è inoltre chiaro se i cambiamenti anatomici osservati siano permanenti o richiedano dosi di richiamo periodiche.
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Fonti
Il comunicato ufficiale dell’Università della California San Francisco sullo studio. Leggi la fonte
Lo studio scientifico originale pubblicato sulla rivista Nature Communications. Leggi la fonte
Approfondimento della testata scientifica Technology Networks sui risultati dello studio. Leggi la fonte
La copertura in italiano dell’agenzia di stampa AGI sullo studio UCSF-Imperial College. Leggi la fonte





