Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications ha mostrato che la semaglutide, il principio attivo di Ozempic e Wegovy, rallenta alcuni marcatori dell’invecchiamento biologico in adulti con HIV. È la prima evidenza clinica randomizzata e controllata con placebo che un farmaco della classe GLP-1 possa influenzare i processi dell’invecchiamento nell’uomo. Nello studio, condotto dall’Università della California a San Diego, chi ha ricevuto semaglutide per 32 settimane ha mostrato un rallentamento del 9% nel ritmo di invecchiamento biologico. La notizia è stata ripresa da testate scientifiche e generaliste in tutto il mondo. Apre un nuovo fronte di ricerca sui farmaci dimagranti più diffusi al mondo, pur con cautele importanti sui limiti dello studio.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Uno studio pubblicato su Nature Communications ha analizzato l’effetto della semaglutide (Ozempic, Wegovy) sull’invecchiamento biologico in 84 adulti con HIV e lipodistrofia.
- Dopo 32 settimane di trattamento, chi ha ricevuto semaglutide ha mostrato un rallentamento del 9% nel ritmo di invecchiamento misurato con l’orologio epigenetico DunedinPACE.
- Gli effetti sono stati osservati su più orologi epigenetici legati a infiammazione, cuore, cervello, fegato, reni e metabolismo.
- È la prima evidenza clinica randomizzata e controllata con placebo di un possibile effetto della semaglutide sui processi dell’invecchiamento umano.
- I ricercatori invitano alla cautela: lo studio è di dimensioni contenute, riguarda una popolazione specifica e non dimostra che il farmaco fermi l’invecchiamento.
Lo studio: cosa hanno scoperto i ricercatori dell’Università della California
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications. Ha coinvolto 84 adulti con HIV e lipodistrofia, una condizione che causa un accumulo anomalo di grasso nell’addome. Quarantacinque partecipanti hanno ricevuto iniezioni settimanali di semaglutide, gli altri 39 un placebo, per 32 settimane. Il disegno era randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, nell’ambito di un trial di fase 2b già pubblicato in precedenza. Lo studio originale non era nato per misurare l’invecchiamento. L’obiettivo iniziale era valutare la riduzione del grasso viscerale e altri parametri cardiometabolici.
Per valutare l’invecchiamento, i ricercatori hanno usato diversi “orologi epigenetici”. Sono strumenti che stimano l’età biologica analizzando la metilazione del DNA. Si tratta di modifiche chimiche che regolano l’attività dei geni, senza alterarne la sequenza. Il gruppo è guidato da Michael Corley, dell’Università della California a San Diego. Rispetto al placebo, chi ha assunto semaglutide ha mostrato una riduzione significativa in più orologi di seconda e terza generazione. Tra questi figurano PhenoAge, con una riduzione di 4,9 anni, e PCGrimAge, con una riduzione di 3,1 anni. C’è stato anche un rallentamento del 9% nel ritmo di invecchiamento, misurato con l’orologio DunedinPACE. I segnali sono comparsi insieme in più sistemi biologici: infiammazione, sangue, cuore, cervello, reni, fegato e metabolismo.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca sui cosiddetti “gerofarmaci”. Sono farmaci sviluppati per altri scopi, che potrebbero però interferire con i meccanismi biologici dell’invecchiamento. Finora mancavano prove cliniche randomizzate su questo fronte per i farmaci GLP-1, la classe a cui appartengono anche altri medicinali molto diffusi contro obesità e diabete. È uno dei motivi per cui la pubblicazione ha attirato l’attenzione di riviste scientifiche e testate generaliste in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa. Anche altri gruppi di ricerca stanno valutando effetti simili per farmaci correlati, come tirzepatide e retatrutide.
Perché un farmaco dimagrante potrebbe rallentare l’invecchiamento
Secondo i ricercatori, diversi meccanismi potrebbero spiegare l’effetto osservato. La semaglutide riduce l’infiammazione cronica e lo stress metabolico. Sono due fattori considerati tra i principali motori dell’invecchiamento accelerato. Nelle persone con HIV, il sistema immunitario resta iperattivato anche quando il virus è ben controllato dalla terapia antiretrovirale. Questo stato infiammatorio persistente contribuisce a un invecchiamento biologico più rapido rispetto alla popolazione generale, favorendo l’insorgenza precoce di malattie cardiovascolari e fragilità. Ridurre questa infiammazione potrebbe quindi avere effetti che vanno oltre il semplice controllo del peso corporeo.
Il farmaco riduce inoltre il grasso viscerale e quello ectopico. Sono i depositi adiposi che si accumulano attorno agli organi interni, dove non dovrebbero normalmente trovarsi. Questi depositi alimentano segnali infiammatori dannosi per l’intero organismo. Alcuni dati preliminari suggeriscono anche che i farmaci della classe GLP-1 possano riprogrammare l’attività di alcune cellule in diversi organi. Questo meccanismo potrebbe spiegare perché gli effetti si osservano su più “orologi” biologici diversi, invece che su un singolo sistema, un aspetto che i ricercatori definiscono particolarmente significativo. Gli scienziati parlano di un possibile effetto sistemico, che coinvolge tessuti e organi lontani tra loro.
Un secondo studio pilota ha rafforzato questi risultati. È stato pubblicato il mese scorso sulla rivista npj Aging. Ha esaminato persone con HIV e steatosi epatica, legata a disfunzione metabolica, trattate con semaglutide per 24 settimane. Il ritmo di invecchiamento biologico è rallentato nel 42% dei partecipanti, mentre i marcatori legati al rischio di mortalità sono rallentati nel 34% dei casi. In quasi la metà dei partecipanti si è osservato anche un allungamento dei telomeri, le estremità protettive dei cromosomi legate alla stabilità genetica. Chi mostrava telomeri più lunghi camminava anche più velocemente dopo il trattamento, un segnale di miglior funzione fisica. Questo dato rafforza l’ipotesi di un effetto reale e non casuale.
Cosa significa per chi non ha l’HIV, e quali sono i limiti dello studio
I ricercatori sottolineano che i risultati riguardano una popolazione specifica. Si tratta di persone con HIV e lipodistrofia, e non è corretto trasferire i dati automaticamente alla popolazione generale. Il campione, inoltre, è relativamente contenuto: appena 84 partecipanti in totale. L’analisi sull’invecchiamento non era l’obiettivo principale dello studio originale, ma un’analisi successiva ed esplorativa, condotta sugli stessi dati raccolti in precedenza per altri scopi. Gli autori parlano esplicitamente di un’analisi post hoc, cioè pianificata dopo la raccolta dei dati e non prima.
Anche la durata dello studio rappresenta un limite. Trentadue settimane sono un periodo utile per osservare variazioni nei biomarcatori del sangue. Non bastano, però, per stabilire se questi cambiamenti si traducano davvero in meno infarti o meno fragilità. Lo stesso vale per una vita più lunga e più sana. Gli autori sono chiari su questo punto: la semaglutide non inverte l’invecchiamento e non rende le persone più giovani. Il farmaco, però, potrebbe rallentare alcuni processi biologici legati alle malattie dell’età, e questo segnale merita ora di essere testato in trial più ampi. Anche il dosaggio ottimale e la durata ideale del trattamento restano da definire con precisione.
Il team dell’Università della California a San Diego sta già lavorando a studi più ampi. Includeranno anche popolazioni senza HIV, per capire se l’effetto si conferma anche fuori da questo contesto clinico specifico. L’obiettivo è sviluppare “pannelli di invecchiamento” personalizzati, basati sugli orologi epigenetici. In futuro, questi strumenti potrebbero aiutare a monitorare l’invecchiamento biologico dei singoli pazienti. Potrebbero anche calibrare terapie mirate contro le malattie legate all’età, in combinazione con dieta, attività fisica e sonno di qualità. I ricercatori vogliono inoltre capire se questo stile di vita sano possa amplificare i benefici osservati sull’invecchiamento.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo
Domande frequenti (FAQ)
La semaglutide è un agonista del recettore del GLP-1, un ormone che regola la glicemia e il senso di sazietà. È il principio attivo di Ozempic e Rybelsus, usati per il diabete di tipo 2, e di Wegovy, indicato per la gestione del peso.
Sono strumenti di laboratorio che stimano l’età biologica analizzando la metilazione del DNA, cioè modifiche chimiche che regolano l’attività dei geni senza alterarne la sequenza. Non misurano l’età anagrafica, ma processi legati a infiammazione e rischio di malattia.
No. Gli autori dello studio sono chiari: la semaglutide non è approvata come farmaco anti-invecchiamento e i risultati non dimostrano che il farmaco allunghi la vita. Oggi il medicinale ha indicazioni precise legate a diabete e obesità.
Lo studio è stato condotto solo su adulti con HIV e lipodistrofia. I ricercatori ritengono plausibile un effetto simile nella popolazione generale, ma servono trial dedicati per confermarlo.
Il team dell’Università della California a San Diego prevede studi più ampi e di maggiore durata, anche su persone senza HIV, per capire se gli effetti sugli orologi epigenetici si traducano in benefici clinici concreti, come minori malattie legate all’età.
Per approfondire
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