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Perché ricordiamo alcuni pasti per sempre? La risposta arriva dall’intestino

Donna ricorda un pasto attraverso la rappresentazione del collegamento tra intestino, nervo vago e cervello.

Un nuovo studio della University of Southern California rivela che la memoria non nasce soltanto nel cervello, ma coinvolge anche lo stomaco. I ricercatori hanno scoperto che i segnali inviati dall’intestino attraverso il nervo vago aiutano l’ippocampo a trasformare i pasti in ricordi duraturi. La scoperta, pubblicata su Nature Communications, spiega perché ricordiamo con precisione dove e come abbiamo trovato un certo alimento. Non tutti i cibi, però, attivano questo meccanismo: le bevande dolci senza calorie non producono lo stesso effetto. Lo studio apre nuove piste per capire il legame tra dieta scorretta, invecchiamento cognitivo e Alzheimer.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Un team della University of Southern California ha scoperto che il nervo vago, il canale di comunicazione tra intestino e cervello, contribuisce a formare i ricordi legati al cibo.
  • Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è stato condotto sui ratti e ha coinvolto l’ippocampo, l’area cerebrale della memoria.
  • Mangiare cibi ricchi di nutrienti, zuccheri o grassi, aumenta il rilascio di acetilcolina nell’ippocampo, favorendo la memoria.
  • Le bevande dolci senza valore nutritivo non producono lo stesso effetto: conta il contenuto energetico, non il sapore.
  • Diete scorrette e ricche di zuccheri nell’infanzia indeboliscono nel tempo questo collegamento, con possibili ricadute su invecchiamento cognitivo e Alzheimer.

Come lo stomaco aiuta il cervello a ricordare i pasti

Quando lo scrittore francese Marcel Proust addentò la sua celebre madeleine, il suo intestino potrebbe aver avuto un ruolo insospettabile nel richiamare alla mente l’infanzia. È l’immagine scelta dai ricercatori della University of Southern California per raccontare una scoperta pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Il team, guidato dal professor Scott Kanoski, ha individuato un nuovo canale attraverso cui l’intestino comunica con il cervello. Questo canale contribuisce a fissare nella memoria le esperienze legate al cibo.

Al centro della scoperta c’è il nervo vago, la principale via di comunicazione tra apparato digerente e cervello. Gli scienziati sanno da tempo che questo nervo regola la digestione, la fame e il senso di sazietà. Meno chiaro, fino a oggi, era il suo possibile ruolo nella formazione dei ricordi. La nuova ricerca dimostra che i segnali che viaggiano lungo il nervo vago raggiungono anche le aree cerebrali coinvolte nell’apprendimento.

Negli esperimenti condotti sui ratti, mangiare cibo nutriente ha aumentato il rilascio di acetilcolina nei neuroni collegati all’ippocampo, la regione del cervello che governa apprendimento e memoria. Quando i ricercatori hanno interrotto la comunicazione lungo il nervo vago, l’aumento di acetilcolina è scomparso. Gli animali hanno anche mostrato più difficoltà nei test che richiedevano di ricordare dove avevano trovato il cibo in precedenza. Questo conferma il legame diretto tra segnale intestinale e prestazione della memoria.

Il risultato conferma un’idea che negli ultimi anni sta guadagnando terreno nella ricerca scientifica internazionale. Il cervello non lavora in isolamento, ma riceve informazioni costanti dal resto del corpo, incluso l’apparato digerente. Capire questo dialogo potrebbe aprire nuove strade utili a proteggere la memoria nel corso della vita, specie con l’avanzare dell’età. Per osservarlo, gli autori hanno usato la fotometria a fibra ottica, registrando in tempo reale l’attività neuronale durante il pasto e collegandola al rilascio di acetilcolina nell’ippocampo.

Perché conta il valore nutritivo, non il sapore dolce

I ricercatori si sono chiesti se fosse il gusto dolce, più che il valore nutritivo, a innescare la risposta cerebrale legata alla memoria. Per verificarlo, hanno offerto ai ratti zuccheri e grassi reali, ma anche liquidi dolcificati privi di calorie. Solo il cibo con un effettivo apporto energetico ha attivato con forza i circuiti cerebrali della memoria. Le bevande dolci ma prive di nutrienti non hanno prodotto lo stesso effetto.

Secondo gli autori, il cervello distingue tra sapore e sostanza nutritiva. «Pensiamo che questo meccanismo si sia evoluto per aiutare gli animali a ricordare informazioni vitali sulle fonti di cibo», ha spiegato Logan Lauer, prima firma dello studio e dottoranda nel laboratorio di Kanoski. Ricordare dove crescono per prime certe piante in primavera, ad esempio, può aiutare un animale affamato a individuare nutrienti importanti nei mesi successivi.

Il segnale che parte dall’intestino comunica al cervello che un pasto è stato utile all’organismo, non solo piacevole al palato. Questo spinge il sistema della memoria a registrare con maggiore precisione dove e come quel cibo è stato trovato. Il meccanismo aiuterebbe a spiegare perché certi pasti restano impressi più a lungo di altri. Spiegherebbe anche perché i ricordi legati al cibo sono spesso così vividi, anche a distanza di anni.

Nella vita quotidiana, però, l’abbondanza di zuccheri e grassi facilmente disponibili complica questo equilibrio naturale. Capire cosa succede quando l’esposizione a questi alimenti diventa un’abitudine costante fin dall’infanzia è il passo successivo della ricerca. Nella dieta moderna, ricca di prodotti ultra-processati e dolcificanti a zero calorie, questo equilibrio evolutivo rischia di incepparsi in modi nuovi. Gli alimenti a basso contenuto energetico ma dal gusto molto dolce potrebbero non trasmettere al cervello lo stesso segnale di valore nutritivo che un tempo guidava la ricerca di cibo. Le conseguenze restano ancora tutte da chiarire.

Cosa significa per alimentazione, invecchiamento e Alzheimer

Lo studio non si è fermato all’effetto immediato del cibo sulla memoria. I ricercatori hanno osservato anche cosa succede con un’alimentazione scorretta protratta nel tempo. I ratti che nella prima fase della vita avevano seguito una dieta ricca di zuccheri e grassi hanno mostrato, in età più avanzata, una comunicazione più debole tra intestino e ippocampo. Anche dopo il ritorno a un’alimentazione sana, la risposta cerebrale legata alla memoria restava ridotta.

Questo dato interessa molto da vicino la salute umana. Obesità, alimentazione scorretta e disturbi metabolici come il diabete sono già associati a un maggiore rischio di declino cognitivo. Lo studio suggerisce una possibile spiegazione biologica. L’esposizione continua a cibi poco nutrienti potrebbe danneggiare, nel tempo, proprio il collegamento tra intestino e cervello che aiuta a formare i ricordi.

La scoperta apre piste anche sulle malattie neurodegenerative. «L’alterazione della segnalazione dell’acetilcolina nell’ippocampo è tra i primi cambiamenti neurochimici osservati nella malattia di Alzheimer», ha spiegato Kanoski. Aver dimostrato che questo sistema viene potenziato dai segnali del nervo vago apre la strada a nuovi bersagli terapeutici. Tra questi rientra la stimolazione del nervo vago, già studiata per altre condizioni neurologiche e psichiatriche.

La stimolazione del nervo vago è già usata in clinica per l’epilessia resistente ai farmaci e la depressione grave, tramite un piccolo dispositivo impiantato. Gli autori ipotizzano che approcci simili, mirati a rafforzare il dialogo tra intestino e cervello, potrebbero un giorno aiutare a sostenere la memoria nelle persone a rischio. Resta comunque una cautela importante: lo studio è stato condotto sui ratti, non sull’uomo. Gli autori stessi sottolineano che servono altre ricerche per capire se lo stesso meccanismo agisca anche nel cervello umano. Il risultato, tuttavia, si aggiunge comunque a un numero crescente di prove che intestino e cervello lavorano insieme molto più di quanto si pensasse finora.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Il nervo vago è il principale canale di comunicazione tra intestino e cervello: regola digestione, fame e senso di sazietà. Il nuovo studio dimostra che trasporta anche segnali che aiutano l’ippocampo, l’area cerebrale della memoria, a registrare le esperienze legate al cibo.

La ricerca, pubblicata su Nature Communications dal team della University of Southern California, è stata condotta sui ratti. Gli autori sottolineano che servono ulteriori studi per verificare se lo stesso meccanismo valga anche per l’uomo.

Nei test sugli animali, solo i cibi con un reale valore energetico, come zuccheri e grassi naturali, hanno attivato i circuiti cerebrali della memoria. Le bevande dolci ma prive di calorie non hanno prodotto lo stesso effetto.

Nello studio, i ratti che avevano seguito diete ricche di zuccheri e grassi fin da giovani hanno mostrato una comunicazione più debole tra intestino e ippocampo anche dopo il ritorno a un’alimentazione sana. Servono altre ricerche per capire quanto questo effetto sia reversibile nell’uomo.

Sì, indirettamente. Il neurotrasmettitore coinvolto, l’acetilcolina, è tra i primi a essere alterato nella malattia di Alzheimer. I ricercatori ipotizzano che rafforzare il segnale del nervo vago potrebbe in futuro diventare un bersaglio terapeutico da studiare.

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Fonti

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