Per la prima volta al mondo, i ricercatori hanno misurato i livelli di nano e microplastiche nel liquido cerebrospinale di pazienti con SLA. Li hanno confrontati con quelli misurati in persone sane, individuando un’associazione con il rischio della malattia. Lo studio, condotto dall’Università di Modena e Reggio Emilia, è in corso di pubblicazione sulla rivista Brain Communications. La scoperta apre una pista di ricerca nuova sulle cause ambientali della SLA, malattia ancora senza una cura risolutiva. Gli stessi autori invitano però alla cautela, perché l’associazione trovata non dimostra un rapporto di causa-effetto.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Uno studio dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha misurato per la prima volta nano e microplastiche nel liquido cerebrospinale di pazienti con SLA.
- I livelli di questi contaminanti, sopra una soglia individuata dai ricercatori, sono associati a un rischio maggiore di sviluppare la malattia.
- Lo studio, in pubblicazione su Brain Communications, ha coinvolto anche l’Università di Catania e la Boston University.
- Gli autori sottolineano che l’associazione osservata non dimostra un rapporto di causa-effetto: servono studi più ampi.
- La ricerca apre una nuova prospettiva sulle cause ambientali delle malattie neurodegenerative, ma non esistono ancora soglie cliniche o test validati.
Lo studio Unimore: come sono stati misurati i contaminanti
Il lavoro nasce dalla collaborazione tra epidemiologi e neurologi dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore). A coordinare la ricerca sono stati Marco Vinceti, ordinario di Epidemiologia, e Jessica Mandrioli, ordinaria di Neurologia. Al progetto ha contribuito anche il gruppo di igiene ambientale dell’Università di Catania, guidato da Margherita Ferrante e Gea Oliveri Conti. Oliveri Conti è titolare di un brevetto europeo per rilevare quantità minime di nano e microplastiche. Ha collaborato anche Lauren Wise, della Boston University School of Public Health.
I ricercatori hanno analizzato il liquor, il liquido che avvolge il sistema nervoso centrale, in pazienti con SLA. Lo hanno confrontato con quello prelevato da persone sane. È la prima volta al mondo che nano e microplastiche vengono misurate nel sistema nervoso centrale umano. Le nanoplastiche, le particelle più piccole individuate, misurano appena decimillesimi di millimetro. Superata una certa soglia di esposizione, livelli più alti di questi contaminanti si associano a un rischio maggiore di SLA. Lo studio è anche il primo a collegare la quantità di microplastiche nel sangue alla loro presenza nel sistema nervoso.
Un elemento chiave della ricerca è la NeuroBioBanca di Modena, la raccolta di campioni biologici dedicata alle malattie neurologiche. È stata proprio questa infrastruttura a rendere possibile lo studio. Secondo Mandrioli, ha permesso di analizzare campioni di liquor già raccolti e caratterizzati clinicamente. Una risorsa preziosa per la ricerca sulle patologie neurodegenerative.
Perché la scoperta riguarda la SLA, e non solo
La sclerosi laterale amiotrofica è una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, le cellule nervose che controllano i muscoli volontari. Porta a una perdita progressiva della capacità di muoversi, parlare, deglutire e respirare. In Italia riguarda circa 6.000 persone, con circa 1.000 nuove diagnosi ogni anno. Nella maggior parte dei casi non si conosce una causa precisa. Solo il 5-10% delle diagnosi è legato a mutazioni genetiche ereditarie. Nella gran parte dei pazienti, invece, la malattia insorge in modo sporadico.
Secondo gli autori, l’associazione potrebbe dipendere da un effetto tossico diretto delle particelle sui neuroni. Oppure dall’azione di altre sostanze chimiche che si legano alle microplastiche e viaggiano insieme a esse. Non è la prima volta che questi contaminanti vengono collegati a un rischio per la salute. Un altro studio italiano, condotto su pazienti cardiopatici, aveva già collegato le microplastiche nei vasi sanguigni a un maggiore rischio di infarto. La nuova ricerca aggiunge un tassello sul possibile impatto anche sul sistema nervoso centrale.
Le microplastiche sono ormai un tema di salute pubblica internazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ne monitorano da anni la diffusione nell’ambiente, nell’acqua e negli alimenti. Diversi studi hanno già rilevato queste particelle nel sangue, nella placenta e nei polmoni umani. I loro effetti a lungo termine sulla salute, però, restano in gran parte da chiarire.
Cosa non dimostra ancora lo studio, e cosa fare nel frattempo
Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza nell’interpretare i risultati. La presenza di nano e microplastiche nel sistema nervoso, e l’associazione osservata con la SLA, non dimostrano un rapporto di causa-effetto. Vinceti ha dichiarato che resta da accertare in modo conclusivo se questi contaminanti siano davvero responsabili di effetti tossici sul sistema nervoso. Mandrioli ha sottolineato che i risultati dovranno essere confermati da studi più ampi. Al momento non esistono soglie di esposizione riconosciute a livello clinico, né test diagnostici validati per misurare il rischio individuale.
Per chi convive con la SLA, o ha una storia familiare della malattia, questo studio non cambia le indicazioni cliniche attuali. La diagnosi e la gestione restano quelle definite dal neurologo di riferimento. Ridurre l’esposizione complessiva alle microplastiche resta comunque un comportamento prudente. Per esempio, si può limitare la plastica monouso e i contenitori riscaldati nel microonde.
Gli esperti concordano su un punto. Comprendere il ruolo ambientale nella SLA potrebbe aprire, in futuro, nuove strategie di prevenzione. Oggi non sono disponibili, per una malattia le cui cause restano in gran parte sconosciute. La comunità scientifica guarda quindi con interesse a questo filone di ricerca. Serviranno però anni e conferme indipendenti prima di trarre conclusioni definitive.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
La SLA è una malattia neurodegenerativa che colpisce progressivamente i motoneuroni, le cellule nervose che controllano i muscoli volontari, causando una perdita graduale della capacità di muoversi, parlare, deglutire e respirare.
Per la prima volta al mondo i ricercatori hanno misurato i livelli di nano e microplastiche nel liquido cerebrospinale di pazienti con SLA, trovando un’associazione tra livelli più alti di questi contaminanti, oltre una certa soglia, e un rischio maggiore di malattia.
No, lo studio non lo dimostra. Gli autori parlano di un’associazione osservata, non di una relazione di causa-effetto: servono studi più ampi per chiarire se e come questi contaminanti contribuiscano davvero allo sviluppo della malattia.
Alcune abitudini utili sono limitare l’uso di plastica monouso, evitare di riscaldare cibi in contenitori di plastica nel microonde e preferire acqua filtrata quando possibile. Non esistono però ancora linee guida cliniche legate specificamente a questo studio.
La ricerca, condotta dall’Università di Modena e Reggio Emilia con la collaborazione dell’Università di Catania e della Boston University, è in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica Brain Communications.
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