Dossier Salute

Le maschere psicologiche che indossiamo: tra difesa, adattamento e manipolazione

maschere psicologiche

C’è un filo rosso che unisce la maschera del teatro greco alla mascherina chirurgica, passando per la “faccia di circostanza” con cui affrontiamo una  circostanza difficile: è l’idea che, nella relazione, noi ci mostriamo sempre un po’ diversi a seconda del contesto. Dopo aver riflettuto sul Falso Sé di Winnicott e su come talvolta l’orientamento sessuale possa diventare una maschera, proseguiamo il percorso spostando lo sguardo dal disturbo all’uso quotidiano e relazionale delle maschere psicologiche. Non le considereremo quindi come identità sostitutive rigide (il Falso Sé propriamente detto), ma come strategie di adattamento che, a volte, proteggono e, altre volte, purtroppo ingannano.

Parlare di maschere non significa accusare la gente di falsità: significa ammettere che la vita sociale è sempre, almeno un po’, messa in scena. Lo sapeva bene Erving Goffman, quando descriveva l’interazione come drammaturgia; lo sapeva Carl Gustav Jung, che chiamava persona il volto sociale necessario a partecipare alla comunità. E prima ancora lo sapevano le culture che hanno usato la maschera come dispositivo rituale, protettivo, spettacolare, come ricorda la definizione lessicale della Treccani.

Il nodo, oggi, non è “se” indossiamo maschere, ma quali indossiamo, quando e perché. Una maschera può contenere un’emozione per rispettare un momento solenne; può sfumare un giudizio per non ferire; può sostenere un gruppo in un passaggio critico; ma può anche carpire fiducia, adulare, spaventare per ottenere denaro o materiali intimi. Tra difesa e manipolazione corre una linea sottile: imparare a riconoscerla è igiene relazionale, prima ancora che psicologia.

 

Che cos’è una maschera (oggi): dal manufatto alla metafora relazionale

Se apriamo un vocabolario, troviamo che la maschera è un oggetto che copre parzialmente o totalmente il volto con fini protettivi, cerimoniali, spettacolari o di travestimento: una definizione asciutta, ma illuminante, perché tiene insieme l’uso pratico (pensiamo alla maschera per l’ossigeno, a quella dell’apicoltore) e l’uso simbolico (rito, teatro). Questa ambivalenza ci aiuta a capire la trasposizione psicologica: la maschera è il modo con cui presentiamo noi stessi, selezionando “che cosa mostrare” e “come mostrarlo”.

Nella psicologia analitica, Jung parlava di persona come adattamento sociale: un vestito che ci consente di entrare in scena senza esporre ogni fibra della nostra interiorità (si veda la voce Persona della Britannica). In sociologia, Goffman spiegava che, nelle interazioni, organizziamo una presentazione di sé coerente con il pubblico e con il palcoscenico in cui ci troviamo (cfr. profilo su Britannica). Due prospettive diverse che convergono: un po’ di maschera è fisiologica.

Diverso è il discorso del Falso Sé in senso winnicottiano: che si verifica quando la “persona” non è più un abito ma una corazza, quando l’adattamento diventa sostituzione del Vero Sé, con anestesia emotiva e alienazione. Qui rinvio ai nostri due approfondimenti su DossierSalute (1; 2) e, per il quadro clinico, alla voce false self dell’APA. In questa sede resteremo sull’uso consapevole e relazionale delle maschere psicologiche.

 

Il “dado” della personalità: una sola persona, molte facce

Immaginiamo la personalità come un dado. Ha molte facce, tutte vere, ma soltanto una è visibile ogni volta che il dado “cade” sul tavolo della vita. Il resto non scompare: rimane in potenza, pronto a emergere quando il contesto lo richiederà. Da qui la natura poliedrica dell’identità: amico, professionista, genitore, cittadino, partner… Non mentiamo quando “cambiamo faccia”; scegliamo la faccia adeguata alla situazione.

Prendiamo un sacerdote. Al funerale di un parrocchiano, la sua maschera è quella della consolazione: una parola ferma, una voce bassa, un invito alla speranza che aiuta i presenti a tenere insieme il dolore. Alla celebrazione di un battesimo o di un matrimonio, la stessa persona dilata il registro: un sorriso più luminoso, un linguaggio che guarda al futuro. Non c’è falsità; c’è tatto.

Oppure pensiamo a un chirurgo. In sala operatoria mette la maschera – in questo caso anche letterale – della lucidità: si “raffredda” perché la sua mano sia ferma e la squadra lavori in sincronia. Uscito dal blocco, magari si concede il piacere di recitare in una compagnia amatoriale: un ruolo comico, perfino paradossale, che coesiste con quello professionale senza contraddirlo.

E poi c’è il teatro nel teatro della vita. L’attore comico che attraversa un momento personale buio, ma sale sul palco perché “The show must go on”: non sopprime il dolore, lo sospende per il bene del pubblico. Nel film “Chiedimi se sono felice”, Aldo finge di essere gravemente malato per ricucire l’amicizia con Giovanni e Giacomo e portarli finalmente a mettere in scena il Cyrano: una maschera a fin di bene che salva un legame e un sogno.

In tutti questi esempi, la maschera non sostituisce la persona: la orienta ; serve a proteggere (noi, gli altri, il contesto) e a dare forma a emozioni che, lasciate allo stato brado, rischierebbero di ferire o di intralciare. È il livello sano della maschera psicologica: un dosaggio, non una negazione.

 

“Fare buon viso a cattiva sorte”: la maschera difensiva che tutela il legame

C’è un proverbio che da solo contiene una piccola teoria della regolazione emotiva: fare buon viso a cattiva sorte. Lo utilizziamo quando scegliamo di tenere per noi un disappunto, una stanchezza, perfino un lutto, per non gravare sugli altri. È una decisione temporanea e contestuale: non neghiamo il nostro stato, ma sospendiamo l’impulso a mostrarlo.

Accade quando a cena da amici si presenta un conoscente con cui non siamo in buoni rapporti: possiamo decidere di restare e mantenere una conversazione civile per non mettere in imbarazzo chi ci ha ospitati. Accade sul lavoro, quando moderiamo il linguaggio in una riunione tesa per evitare l’escalation. Accade in famiglia, quando uno dei due partner sceglie di non scaricare a caldo la frustrazione di una giornata difficile per non contaminare un momento sereno con i figli.

Questa maschera difensiva ha senso finché rimane un ponte. Se diventa il pontefice dell’intera relazione – se, cioè, la usiamo sempre, con tutti, fino a non sapere più come stiamo – allora scivoliamo verso il territorio del Falso Sé. È il punto in cui la maschera non protegge più, ma divora. Quando percepiamo stanchezza cronica, anestesia affettiva, vuoto relazionale, è utile rileggere i segnali d’allarme che abbiamo discusso nel nostro pezzo sul Falso Sé e valutare un confronto con un professionista.

 

Quando la maschera inganna: adulazione, truffe e “divise di carta”

Le maschere non servono soltanto a difendere; possono predare. Tutto inizia spesso con un ingrediente vecchio come le favole: l’adulazione. Ne “Il corvo e la volpe”, attribuita ad Esopo e riflessa nei testi di Fedro e La Fontaine, la volpe lusinga il corvo per fargli aprire il becco e rubargli il formaggio. La morale resta attualissima: chi gode troppo delle lodi, specie se sproporzionate, rischia di pagarle care.

Nell’ecosistema digitale, la dinamica è identica e si sposa con la facilità di travestimento garantita dai social. Comincia con un “Sei speciale”, prosegue con una confidenza rapida, poi arriva la richiesta di foto o video intimi; a seguire, la minaccia di diffusione se non si paga o non si inviano altri materiali: è la sextortion. In Italia, le forze dell’ordine offrono indicazioni chiare per prevenirla e denunciarla (si vedano i consigli della Polizia Postale e del Ministero dell’Interno). È cruciale ricordare che pagare non risolve: spesso alimenta ulteriori richieste.

Accanto alla sextortion, un’altra “maschera” digitale dagli effetti devastanti è il revenge porn: la diffusione non consensuale di immagini o video a contenuto sessuale. Dal 2019 in Italia è un reato (art. 612-ter c.p., il cosiddetto “Codice Rosso”) con reclusione e multa; chi teme di essere vittima può attivare un canale rapido presso il Garante per la Protezione dei Dati Personali per bloccare preventivamente la circolazione dei contenuti (informazioni e procedura sulla pagina del Garante Privacy). Agire subito è quasi sempre decisivo.

La maschera che inganna non vive solo online. Nel mondo fisico si presenta alla porta o al citofono, indossa uniformi di carta e racconta storie verosimili: è la truffa agli anziani. “Sono il maresciallo… suo nipote ha avuto un incidente… servono contanti per evitare guai…”. Qui la maschera combina autorità (vera o finta), urgenza e paura. La Polizia di Stato ha prodotto vademecum e campagne di prevenzione utili da condividere in famiglia e con i vicini (si veda il vademecum dedicato). Il principio è semplice: verificare sempre; e, in caso di dubbio, chiamare le forze dell’ordine.

Infine c’è la maschera usata come professionismo del raggiro. Il film “Prova a prendermi” (Catch Me If You Can, regia di Spielberg) racconta la storia vera di Frank Abagnale Jr.: un giovane capace di impersonare piloti, medici, avvocati con tale maestria da frodare sistemi bancari e aerei, prima di essere arrestato e poi riassorbito come consulente per l’FBI. La pellicola non è un invito a emulare, ma un monito: chi usa maschere per lavoro studia codici, linguaggi, attese. Per smascherarlo serve un alfabeto relazionale e una igiene digitale sempre attiva.

 

Persona, presentazione di sé e Falso Sé: mappe per non confondersi

Nelle conversazioni cliniche capita di usare “maschera” come sinonimo di “falsità”. È comprensibile, ma rischia di farci perdere alcune importanti sfumature. Proviamo a riordinare:

La persona di Jung è il volto sociale che ci consente di partecipare al mondo senza esporre ogni fragilità: necessaria, utile, potenzialmente pericolosa solo se viene scambiata per l’unica identità possibile (cfr. Britannica – Persona). La presentazione di sé di Goffman è la regia quotidiana con cui adattiamo la nostra performance al pubblico: inevitabile; comprenderla aiuta a non farsi manipolare (cfr. Britannica – Goffman). Il Falso Sé di Winnicott, invece, è un assetto difensivo che nasce da esperienze relazionali precoci e diventa carapace (corazza molto robusta tipica di certi animali come ad esempio le tartarughe): in certe dosi serve (è l’educazione, la convenienza), in eccesso fa ammalare (si veda la voce false self dell’APA e i nostri articoli già citati).

Quando, dunque, la maschera è risorsa e quando diventa rischio? È risorsa se regola senza negare; se è consapevole, temporanea, contestuale; se lascia spazio al ritorno dell’autenticità. È rischio se sostituisce stabilmente il Sé, se ci svuota, se ci isola, se è usata per predare la fiducia altrui.

 

Allenare uno sguardo che “vede” le maschere (senza cinismo)

Non abbiamo bisogno di smascherare tutti. Abbiamo bisogno di capire da parte di noi stessi noi, e riconoscere quando qualcuno usa la maschera per prendersi qualcosa che è nostro – tempo, denaro, corpo, reputazione. È un’abilità dolce, più vicina all’igiene che al sospetto.

Si comincia da sé stessi e Chiedersi: “Quale maschera sto indossando adesso?”. Non per giudicarsi, ma per nominare uno stato: “Sto scegliendo di essere professionale”, “Sto mostrando leggerezza per non appesantire”, “Sto evitando il conflitto per paura”. Dare un nome rende governabile il gioco delle parti. Quando sentiamo che la maschera ci sta stretta, la togliamo; quando ci salva dal dire qualcosa di cui ci pentiremmo, la teniamo addosso ancora un po’.

Poi si passa all’altro. Senza schede e senza check-list, basta ascoltare tre indicatori: la coerenza (i dettagli tornano?), la proporzione (lodi, richieste e tempi sono sensati?) e la trasparenza (posso verificare?). Se qualcosa stride, rallentiamo. Online, non condividiamo materiali sensibili con profili nuovi o sfuggenti; se accade e ci sentiamo minacciati, salviamo le prove e denunciamo subito, attivando se necessario la procedura del Garante Privacy per la rimozione/blocco dei contenuti. Offline, verifichiamo identità e storie prima di aprire la porta o il portafoglio, seguendo i consigli dei vademecum della Polizia di Stato.

Tutto questo non si improvvisa: ci  si allena nelle relazioni che contano. Parlare apertamente di confini in coppia (che cosa ci fa stare bene, che cosa no); riconoscere gelosia, rabbia, paura senza lasciarle esplodere o marcire; imparare un’assertività che non ferisce.

 Su DossierSalute trovi spunti per lavorarci: dalle reazioni al tradimento alle crisi di coppia, fino alle guide su ansia e autostima. Anche parlare di bullismo e cyberbullismo con i ragazzi – vedi questa panoramica – significa dar loro un vocabolario per riconoscere maschere ostili e chiedere aiuto.

 

Conclusione: maschere trasparenti, fiducia informata

Le maschere psicologiche non sono il nemico dell’autenticità. Sono l’artigianato con cui la nostra interiorità si adatta al momento, agli altri, al ruolo. La questione non è abolirle, ma imparare a sceglierle: quelle che proteggono senza ingannare, che contengono senza negare, che aprono possibilità invece di chiuderle.

Si può vivere con maschere trasparenti: sappiamo di indossarle e sappiamo perché; l’altro le vede e le capisce; la fiducia non è un lancio nel vuoto, ma un ponte fatto di coerenza, verifiche semplici, cura reciproca. Così, se qualcuno usa la maschera per carpire la nostra fiducia, non diventiamo cinici: diventiamo avvertiti. E continuiamo a credere negli altri – non perché ci convincono, ma perché si meritano la nostra fiducia.

foto:freepik

La redazione in collaborazione con il Dr. Fernando Cesarano – psicoterapeuta

FAQ

Sono strategie relazionali con cui adattiamo il nostro comportamento al contesto, proteggendo la nostra interiorità senza essere falsi.

Per difenderci, adattarci e gestire emozioni o situazioni sociali complesse, mantenendo equilibrio e rispetto nelle relazioni.

La persona è il volto sociale sano che ci permette di convivere con gli altri; il Falso Sé è una maschera rigida che nasconde il vero sé e può generare disagio psicologico.

Allenando consapevolezza, ascolto e coerenza: capire quando proteggono e quando ingannano è una forma di igiene relazionale.

Quando è usata sempre e ovunque, fino a soffocare l’autenticità, portando a vuoto emotivo, stanchezza e alienazione.

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