Dossier Salute

Invecchiamento uterino: cosa cambia con lo studio ESHRE sulla fecondazione eterologa

Donna durante una visita ginecologica con una ginecologa in uno studio medico moderno.

Un nuovo studio presentato al congresso ESHRE di Londra analizza l’invecchiamento uterino nelle donne che ricorrono a ovociti donati. La ricerca, condotta dal gruppo IVIRMA di IVI Roma su quasi 1.800 donne, mostra che dopo i 49 anni calano le probabilità di nato vivo. Il dato conta perché sfida l’idea che le uova donate azzerino completamente gli effetti dell’età materna.

di Lavinia Giganti | Giornalista  | Dossier Salute

IN SINTESI

  • L’invecchiamento uterino è il calo di recettività dell’utero all’impianto, indipendente dalla qualità degli ovociti.
  • Lo studio ESHRE ha analizzato 2.760 trasferimenti di blastocisti in 1.774 donne con ovociti donati.
  • Dopo i 49 anni la percentuale di nati vivi scende dal 46,2% al 31,7%.
  • Il rischio di aborto spontaneo cresce dal 24,2% al 37,6% oltre questa soglia di età.
  • L’ovodonazione resta comunque efficace in età avanzata, pur con esiti meno favorevoli dopo i 49 anni.

Cos’è l’invecchiamento uterino e cosa ha analizzato lo studio ESHRE

L’invecchiamento uterino è il progressivo cambiamento dell’utero e dell’endometrio, il tessuto che riveste la cavità uterina, legato al passare degli anni. Per decenni la ridotta fertilità dopo una certa età è stata attribuita quasi esclusivamente al calo della qualità degli ovociti. La fecondazione eterologa, che utilizza ovociti donati da donne più giovani, permetteva in teoria di superare questo limite. Le prove cliniche sul reale contributo dell’invecchiamento uterino, però, sono rimaste finora limitate.

Per colmare questa lacuna, i ricercatori dell’alleanza internazionale IVIRMA Global Research, con sede a IVI Roma, hanno analizzato un ampio gruppo di pazienti. Lo studio ha esaminato 2.760 trasferimenti di una singola blastocisti, effettuati tra marzo 2021 e dicembre 2024. Hanno partecipato 1.774 donne sottoposte a trattamenti di fecondazione con ovociti donati. Questo disegno ha permesso di isolare l’effetto dell’utero, limitando l’influenza della qualità degli ovociti sul risultato finale.

I risultati sono stati presentati al 42esimo congresso annuale della European Society of Human Reproduction and Embryology, l’ESHRE, riunito a Londra dal 5 all’8 luglio. Lo studio, firmato da Beatrice Crestani e colleghi, sarà pubblicato sulla rivista Human Reproduction. Le pazienti sono state divise in quattro fasce di età: 35-40, 41-45, 46-49 e 49 anni o più. Per ciascun gruppo sono stati misurati i tassi di gravidanza, di nato vivo e di aborto spontaneo.

Il tema dell’età materna avanzata è sempre più rilevante nelle società occidentali, dove l’età media al primo figlio continua a crescere. Fattori sociali, economici e tecnologici hanno spinto negli ultimi decenni molte donne a rimandare la maternità. Questo cambiamento demografico rende ancora più importante capire quali siano i reali limiti biologici della fecondazione assistita. Lo studio ESHRE fornisce dati concreti su un aspetto finora poco quantificato in modo rigoroso.

I dati dello studio: perché l’età conta anche con gli ovociti donati

I numeri emersi dallo studio mostrano un calo progressivo dei risultati con l’aumentare dell’età delle riceventi. Il tasso di gravidanza clinica scende dal 54,0% nelle donne tra 35 e 40 anni al 42,6% in quelle sopra i 49 anni. Il tasso di nato vivo per singolo trasferimento passa dal 46,2% al 31,7% nelle stesse fasce di età. Il rischio di aborto spontaneo, al contrario, aumenta dal 24,2% al 37,6%.

Anche il tasso cumulativo di nato vivo, calcolato considerando tutti gli embrioni disponibili trasferiti, mostra una tendenza simile. Scende dall’80,0% nelle donne tra 35 e 40 anni al 62,5% in quelle di 49 anni o più. Gli autori hanno anche osservato cambiamenti nell’endometrio, il tessuto che riveste l’interno dell’utero. Lo spessore dell’endometrio resta simile tra i vari gruppi di età, ma cambia la sua struttura interna.

In particolare, diminuisce la quota di donne con un endometrio definito trilaminare, una configurazione associata a una migliore recettività per l’impianto dell’embrione. Questa percentuale scende dal 94,7% nelle donne più giovani all’81,0% in quelle sopra i 49 anni. Secondo l’autrice principale, Beatrice Crestani, per anni l’invecchiamento riproduttivo è stato visto soprattutto come un problema ovarico. I nuovi dati suggeriscono invece un quadro più complesso, in cui conta anche l’ambiente uterino.

Gli autori hanno tenuto conto anche di altri fattori che potrebbero influenzare i risultati, come le caratteristiche dell’embrione trasferito e l’età del partner maschile. Anche dopo questi aggiustamenti statistici, l’effetto dell’età della ricevente sull’esito della gravidanza è rimasto significativo. Le donne sopra i 49 anni hanno mostrato una probabilità di nato vivo più bassa. Il rischio di aborto è risultato più che raddoppiato rispetto alle donne più giovani. Questo conferma che l’utero, e non solo l’ovocita, ha un ruolo autonomo nella riuscita della gravidanza.

Cosa cambia per le pazienti che ricorrono alla fecondazione eterologa

Gli autori dello studio sottolineano che questi risultati non devono scoraggiare le donne dal ricorrere alla fecondazione con ovociti donati: i tassi di successo restano significativi anche vicino ai 50 anni. Il messaggio principale riguarda l’informazione da fornire alle pazienti, che devono sapere che gli ovociti donati non annullano del tutto gli effetti dell’invecchiamento riproduttivo.

Il presidente eletto dell’ESHRE, Borut Kovacic, ha sottolineato la rilevanza clinica dello studio: la soglia individuata non è un limite assoluto uguale per tutte le donne, ma un riferimento utile per informare le pazienti e orientare le ricerche future, che punteranno a identificare biomarcatori dell’età biologica dell’utero. Per chi valuta oggi un percorso di fecondazione eterologa, resta fondamentale un confronto con un centro specializzato in medicina della riproduzione.

Domande frequenti

È il cambiamento dell’utero e dell’endometrio legato all’età, indipendente dalla qualità degli ovociti utilizzati per la fecondazione.

Ha mostrato che, dopo i 49 anni, le donne che usano ovociti donati hanno meno probabilità di nato vivo e più rischio di aborto.

Non del tutto. Riducono l’effetto della qualità degli ovociti, ma non eliminano gli effetti dell’invecchiamento dell’utero oltre i 49 anni.

No. Lo studio precisa che i tassi di successo restano significativi anche a quell’età, pur se più bassi rispetto alle pazienti più giovani.

È opportuno rivolgersi a un centro specializzato in medicina della riproduzione per una valutazione personalizzata della propria situazione.

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Fonti

Il comunicato ufficiale della European Society of Human Reproduction and Embryology con i dati completi dello studio di Beatrice Crestani, pubblicato tramite EurekAlert! il 5 luglio 2026. Leggi lo studio

La reazione e l’analisi indipendente di esperti del settore sull’abstract presentato al congresso ESHRE, a cura dello Science Media Centre. Leggi l’articolo

Un approfondimento giornalistico sullo studio ESHRE e sulle sue implicazioni cliniche per le pazienti che ricorrono alla fecondazione eterologa. Leggi l’articolo

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