Dossier Salute

La nascita della coppia: l’innamoramento (la “terra promessa”)

La nascita della coppia

Premessa: perché idealizziamo quando ci innamoriamo

All’inizio di una storia la idealizzazione sembra inevitabile. Non è solo una suggestione romantica: nasce dall’intreccio di tre fattori che si richiamano tra loro. Il primo è la mentalità dicotomica dell’adolescenza e del tardo-adolescente, quella stagione della vita in cui “non ci sono cinquanta sfumature di grigio”: o si è belli o brutti, o si ha ragione o torto, o sei dalla mia parte o stai dalla parte contraria. Lo vediamo nelle tensioni tra fazioni politiche o tra tifoserie in competizione, e lo ritroviamo pari pari nella nascita della coppia, quando l’altro appare “perfetto” e senza ombre.

Il secondo fattore è un bisogno profondamente umano: l’utopia. Da sempre tendiamo a proiettare un “dopo” migliore in cui il male è estirpato, una prospettiva in cui finalmente “tutto torna”. Le religioni immaginano un proseguimento della vita dopo la morte; Marx prefigura una società senza classi. Non è un capriccio: è una necessità psicologica. Lo dice anche la Treccani ricordando Tommaso Moro, che battezzò Utopia un’isola regolata “così bene e da così poche leggi” da garantire merito e uguaglianza. Utopia, quindi, come ideale non pienamente realizzabile ma capace di orientare e stimolare l’azione; un “luogo che non esiste” e al quale, però, desideriamo tendere per dare a noi e ai nostri figli la speranza di una vita migliore.

Il terzo fattore è la dimensione biologica dell’innamoramento. Alberoni ha descritto questo stato come una nascita, un moto fondativo capace di ristrutturare la nostra identità in un “noi” inedito. La ricerca medica e le neuroscienze hanno mostrato che, quando ci innamoriamo, nel nostro cervello si attivano i circuiti della ricompensa e della motivazione; dopamina e ossitocina orchestrano euforia, attenzione selettiva, mani che sudano e “farfalle nello stomaco”, mentre si attenua l’attività dei circuiti del giudizio critico e si riduce lo stress mentale e fisico. Ecco perché, almeno all’inizio, vediamo più luce che ombra. Psicoterapeuti, Sessuologi e Neuroscienziati concordano anche sul fatto che questa fase, sostenuta dai neurotrasmettitori, in genere non dura oltre due-tre anni: non si spegne all’improvviso, ma tende a trasformarsi.

L’idealizzazione nei primi amori: tra bisogno di assoluto e spinta a sperimentare

Il primo – o i primi – amori sono sospinti da una doppia spinta. Da una parte, la necessità utopica di “trovare l’altra metà della mela”, come illusoriamente ci ha insegnato Platone nel Convivio: l’idea che esista qualcuno capace di completare ciò che sentiamo mancante. Dall’altra, la necessità umana – insieme biologica e psicologica – di esplorare, conoscere, assaporare e sperimentare la dimensione passionale e sessuale. Questa combinazione proietta il giovane uomo e la giovane donna nella gratificazione del qui ed ora, mettendo quasi inevitabilmente in ombra la progettualità.

Il manifesto che riassume questa tensione è scolpito nei versi di Lorenzo il Magnifico: “Quanta è bella giovinezza che si fugge tuttavia, di doman non c’è certezza, chi vuol esser lieto sia”. La mente si lascia affascinare dal piacere dell’oggi e dalle risposte ad alcuni interrogativi cruciali: sono desiderabile? sono attraente? sono capace di provare e di dare piacere sessuale? Per trovare risposte, c’è bisogno dell’altro o dell’altra. E tuttavia, proprio quando il presente si fa esaltante, la domanda più impegnativa rischia di essere rimandata: con questo ragazzo o con questa ragazza quanta strada posso fare? Siamo allineati su aspetti identitari fondamentali e non negoziabili, oppure è meglio pensare alla giornata di oggi, tanto – come diceva Rossella O’Hara in Via col vento – “domani è un altro giorno e… si vedrà”!

Quando gli ormoni rallentano: la realtà chiede un progetto

Prima o poi il tempo, al di là della “durata” dei neurotrasmettitori, presenta il conto delle scelte. Si consegue una laurea, ci si affaccia al lavoro, si immagina – o si rimanda – una famiglia. Anche il partner compie i suoi passi e la coppia è costretta a confrontarsi con tematiche nuove. Così può nascere un pensiero diverso: “Con il mio fidanzato o la mia fidanzata è piacevole stare insieme, ridere, viaggiare, condividere la sessualità, ma… è davvero affidabile? Se avrò un problema di salute resterà al mio fianco? Lo vedo come un buon padre o una brava madre per i miei figli? E se abitiamo a distanza, chi si sposta? Lo spostamento di città o di regione era già nella mia prospettiva o diventa un sacrificio?”

Questi cambiamenti illuminano ogni membro della giovane coppia sotto una luce nuova: il modo in cui desidera sviluppare la propria vita e il senso che intende darle. La psicoanalisi ricorda che non si tratta di dettagli: emergono gli ideali dell’Io. Se, dopo la prima fase o l’inizio di una convivenza, in uno dei due rinasce l’esigenza di avere dei figli e nell’altro questo desiderio non è sentito, se una partner (più spesso la donna) desidera non allontanarsi troppo dalla famiglia d’origine mentre l’altro non accoglie questa richiesta, o se la fedeltà non ha per entrambi lo stesso valore, si affaccia la delusione. Si scopre che l’altro non è come lo avevamo percepito, e poiché non possiamo pretendere di cambiarlo, la relazione va rimessa in discussione. Il bivio allora è chiaro: sacrificarsi con rinunce importanti o riconoscere che, pur piacendoci, la nostra progettualità è divergente e che uno dei due rischierebbe infelicità per avere abdicato a qualcosa di essenziale.

Non si tratta di “comporre a ogni costo” la frattura, soprattutto se non ci sono figli; può essere più utile aiutare ciascuno a diventare consapevole della propria visione della vita, dei propri valori e ideali. La crisi non è necessariamente un evento negativo: può rappresentare un progresso in consapevolezza, una verifica della compatibilità tra ciò che siamo, ciò che vogliamo e ciò che l’altro può davvero condividere. In questo senso, la crisi diventa un passaggio verso una progettualità più realistica, capace di tenere insieme identità, desideri e limiti.

Due storie esemplari: l’ideale che incontra la realtà

Per comprendere meglio questo discorso di presa di coscienza,  mi sposto sul piano della scelta professionale della singola persona nell’intento di rappresentare come una scelta “idealizzata” prima o poi deve fare i conti con altre esigenze / aspetti del sé con cui potrebbe venire in conflitto. Il primo viene da un’esperienza diretta. M. desidera fare l’ingegnere ambientale: supera il test di ingresso ma, prima dell’iscrizione, ha un insight. Informandosi, comprende che dopo la laurea le probabilità di esercitare in modo gratificante quel lavoro, in Italia, potrebbero essere scarse; più probabile sarebbe spostarsi all’estero, dove la figura professionale è richiesta. M. però, per carattere e stile di vita, è radicato in Lombardia e non desidera cercare lavoro in Europa o fuori dall’Europa. Decide allora di cambiare: si iscrive al test di Medicina (che forse era già una seconda opzione), si specializza, oggi lavora in un grande ospedale di Milano e si sente realizzato. La revisione dell’ideale non è una sconfitta: è un adattamento coerente con i propri valori e con i vincoli riconosciuti.

Il secondo caso è frequente nelle cronache, e in qualche occasione lo si incontra da vicino. Giorgio cresce in una famiglia veneta molto religiosa ed entra in seminario a 13–14 anni per diventare sacerdote. Crescendo, però, comprende che la rinuncia alla dimensione sessuale e alla possibilità di costruire una famiglia è, per lui, un sacrificio troppo grande. A 18 anni lascia il seminario, si iscrive a una facoltà per diventare educatore, conosce Gabriella in un contesto religioso, si fidanza, si sposa e costruisce una famiglia. Anche qui l’ideale non viene “tradito”: viene ri-orientato alla luce di ciò che, davvero, può generare pienezza.  Con questi due esempi vorrei esemplificare che, se la conoscenza di sé stessi per la scelta professionale non è un processo lineare perché deve far convivere gli ideali dell’io   con “l’esame della realtà”; nella scelta sentimentale il processo è ancora più complicato perché oltre alla conoscenza di sé stessi negli aspetti più profondi deve aggiungersi anche la conoscenza dell’altro, del suo sistema valoriale e progettualità di vita non offuscato  dall’idealizzazione dell’innamoramento.

Dalla passione al patto: attraversare il ponte senza cadere

Quando la dopamina si fa meno rumorosa e l’ossitocina chiede stabilità, la coppia ha una occasione preziosa: tradurre la promessa in progetto. Non significa “raffreddare” l’amore: vuol dire temperarlo con realtà. È allora che conviene fare spazio alle domande importanti – presto, non quando tutto è già deciso – su valori non negoziabili, figli, geografia relazionale (chi si sposta, perché, con quali reti), economia familiare, tempo e confini. La compatibilità non coincide con l’attrazione: riguarda il modo in cui immaginiamo il domani. Rimandare “al tempo” ciò che richiede una scelta consapevole equivale a rinviare l’inevitabile. I confini vaghi – dai social alla gestione del denaro, fino alla definizione di che cosa chiamiamo tradimento – sono terreno fertile per gelosia e sfiducia.

Coltivare la transizione significa, piuttosto, trovare novità condivise che tengano vivo il circuito della ricompensa; creare rituali di coppia che rafforzino l’attaccamento; allenare una comunicazione esplicita su aspettative e limiti; imparare a riparare i conflitti, invece di evitarli o negarli. Alcune coppie, in questo passaggio, scelgono un supporto professionale quando si accorgono di cicli ripetitivi lite–evitamento, ambivalenza cronica sulle decisioni chiave o ferite da infedeltà (emotiva o sessuale) che richiedono trasparenza, tempo e confini rinegoziati. Non si tratta di medicalizzare l’amore, ma di dargli strumenti per crescere.

Conclusione: mantenere la “terra promessa” senza cadere nell’illusione

L’innamoramento è la “terra promessa” che ci mette in cammino. Serve a indicare la direzione, a farci osare. Ma la promessa chiede traduzione: dalla fusione idealizzata al patto, dalla proiezione all’incontro tra due libertà che scelgono di costruire. L’utopia non va abolita: va abitata come stella polare, mentre la realtà – con i suoi nodi e i suoi limiti – diventa la strada.

foto:freepik

La redazione in collaborazione con il Dr. Fernando Cesarano – psicoterapeuta

FAQ

In molti casi l’intensità euforica si rimodula entro 18–36 mesi; più che finire, si trasforma in un legame di maggiore sicurezza.

Perché si attivano i circuiti di ricompensa e si attenua il giudizio critico: la mente seleziona luce e lascia in ombra le ombre.

L’attrazione è necessaria ma non sufficiente. La compatibilità riguarda valori, progetti, confini e logistica del vivere insieme.

Non necessariamente: lo diventa quando manca una negoziazione onesta su chi si sposta, con quali tempi e costi.

Sì, con trasparenza, tempo e confini rinegoziati; talvolta è utile un supporto professionale per uscire dai cicli ripetitivi.

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