Dossier Salute

Farmaci comuni e microbiota intestinale: gli effetti durano anche anni dopo la cura

Ricercatore confronta due colture batteriche accanto a un modello dell’intestino e ad alcuni farmaci di uso comune.

Un nuovo studio condotto su oltre 2.500 persone rivela che i farmaci più comuni possono modificare il microbiota intestinale anche a distanza di anni dall’ultima dose. Non si tratta solo di antibiotici: anche ansiolitici, antidepressivi e beta-bloccanti lasciano un’impronta duratura. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica mSystems dai ricercatori dell’Università di Tartu, in Estonia, ha incrociato campioni fecali e cartelle cliniche raccolti nel tempo. Il dato più sorprendente riguarda le benzodiazepine: il loro impatto sui batteri intestinali è risultato paragonabile a quello degli antibiotici ad ampio spettro. La scoperta, ripresa da testate scientifiche internazionali e dalla stampa italiana, potrebbe cambiare il modo in cui medici e ricercatori interpretano gli esami del microbiota.

di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute

In sintesi

  • Uno studio dell’Università di Tartu, in Estonia, pubblicato sulla rivista mSystems, ha analizzato oltre 2.500 persone della Estonian Biobank.
  • Non solo gli antibiotici: anche antidepressivi, beta-bloccanti, inibitori di pompa protonica e benzodiazepine alterano il microbiota intestinale.
  • Per molti farmaci gli effetti restano rilevabili anche anni dopo la sospensione della terapia.
  • Le benzodiazepine mostrano un impatto paragonabile a quello degli antibiotici ad ampio spettro.
  • Anche farmaci della stessa classe, come alprazolam e diazepam, influenzano il microbiota in modo diverso.

Lo studio: 2.500 persone e anni di storia farmacologica

Il lavoro è firmato da Oliver Aasmets e colleghi dell’Istituto di Genomica dell’Università di Tartu. Si basa sui dati della Estonian Biobank, uno dei database di popolazione più ampi d’Europa. I ricercatori hanno reclutato 2.509 adulti tra i 23 e gli 89 anni. Da ciascuno hanno raccolto campioni di feci, sangue e tamponi orali, poi analizzati con il sequenziamento metagenomico per ricostruire la composizione del microbiota.

Il punto di forza dello studio è l’incrocio con le cartelle cliniche elettroniche. Questo ha permesso di ricostruire non solo i farmaci assunti al momento del prelievo, ma anche quelli usati fino a cinque anni prima. In totale sono stati esaminati 186 farmaci diversi. Circa il 90% dei farmaci assunti al momento del prelievo è risultato associato in qualche misura alla composizione del microbiota. Un segnale di quanto le terapie in corso possano pesare sui risultati di un semplice esame delle feci.

Ancora più rilevante, per 78 farmaci l’effetto era misurabile anche anni dopo la sospensione. Un sottogruppo di 328 partecipanti ha fornito un secondo campione fecale dopo un follow-up medio di 4,4 anni. Questo ha permesso di osservare come il microbiota cambiasse quando una persona iniziava o interrompeva una terapia. Il confronto ha confermato che i cambiamenti osservati nella coorte più ampia non erano casuali.

Quali farmaci lasciano il segno più a lungo

Che gli antibiotici alterino il microbiota è cosa nota. Uccidono sia i batteri patogeni sia quelli utili, modificando l’equilibrio intestinale anche per mesi. Lo studio estone conferma questo effetto, ma aggiunge un tassello inedito. Anche farmaci molto diffusi, come antidepressivi, beta-bloccanti, inibitori di pompa protonica e benzodiazepine, lasciano un’impronta microbica distintiva che può persistere per anni. Complessivamente, i ricercatori hanno individuato possibili effetti a lungo termine, oltre l’anno dalla sospensione, per il 42% dei farmaci esaminati.

Il dato più sorprendente riguarda le benzodiazepine, gli ansiolitici tra i più prescritti al mondo. Il loro impatto sul microbiota è risultato paragonabile a quello degli antibiotici ad ampio spettro, farmaci progettati per colpire moltissime specie batteriche insieme. Secondo i ricercatori, più a lungo una persona assume farmaci, e più tipi ne combina, maggiore è l’effetto complessivo sulla flora intestinale. Chi assumeva più medicinali contemporaneamente mostrava, in media, una minore varietà di specie batteriche.

Non tutti i farmaci della stessa classe, però, agiscono allo stesso modo. Confrontando due benzodiazepine molto simili per uso clinico, alprazolam e diazepam, gli autori hanno osservato differenze nette. Il primo ha mostrato un impatto molto più ampio sul microbiota rispetto al secondo. Una differenza che, secondo gli autori, potrebbe un giorno orientare la scelta del farmaco più adatto anche in base al suo effetto sull’intestino.

Perché questa scoperta conta per medici e pazienti

Per la comunità scientifica, la scoperta ha un’implicazione pratica immediata. Chi studia il legame tra microbiota e malattie dovrebbe considerare non solo i farmaci assunti al momento del prelievo, ma anche la storia farmacologica pregressa. “La maggior parte degli studi sul microbioma considera solo i farmaci attuali. I nostri risultati mostrano che l’uso pregresso può essere altrettanto importante”, ha spiegato Oliver Aasmets, primo autore della ricerca.

Va detto che si tratta di uno studio osservazionale. I ricercatori hanno rilevato associazioni statistiche, non un rapporto di causa-effetto dimostrato in modo definitivo per ogni farmaco preso in esame. Fattori come dieta, stile di vita e area geografica possono aver influenzato i risultati. Il confronto con i campioni raccolti a distanza di anni rafforza però l’ipotesi di un ruolo diretto dei farmaci.

Per i pazienti, il messaggio principale non è smettere di assumere le terapie prescritte. È piuttosto seguire sempre le indicazioni del medico, evitando l’uso prolungato di farmaci come le benzodiazepine oltre il tempo necessario. Una dieta ricca di fibre e povera di carni processate resta una delle strategie più semplici per sostenere la salute dell’intestino. Anche l’attività fisica regolare aiuta, indipendentemente dalla storia farmacologica di ciascuno.

Gli autori sottolineano che il lavoro potrebbe aprire la strada a scelte terapeutiche più attente all’intestino. Tra due farmaci ugualmente efficaci, in futuro si potrebbe privilegiare quello con minore impatto sul microbiota. Servirà però confermare i risultati in popolazioni diverse per etnia, dieta e sistema sanitario, prima di tradurli in linee guida cliniche valide per tutti. Nel frattempo, restano un tassello importante per capire la variabilità individuale del microbiota intestinale.

Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.

Domande frequenti (FAQ)

Oltre agli antibiotici, lo studio dell’Università di Tartu individua un impatto duraturo per antidepressivi, beta-bloccanti, inibitori di pompa protonica e benzodiazepine. Queste ultime, in particolare, mostrano un effetto paragonabile a quello degli antibiotici ad ampio spettro.

Per 78 dei 186 farmaci analizzati, i ricercatori hanno rilevato differenze nel microbiota ancora misurabili anni dopo l’interruzione della terapia, anche a distanza di 3-4 anni per alcuni antibiotici e psicofarmaci.

Il loro impatto complessivo sul microbiota è risultato statisticamente paragonabile a quello degli antibiotici ad ampio spettro, anche se agiscono con meccanismi diversi. Non tutte le benzodiazepine, però, hanno lo stesso effetto: alprazolam risulta più impattante di diazepam.

No. Gli autori dello studio raccomandano di seguire sempre le indicazioni del medico e di non sospendere farmaci prescritti autonomamente. Il messaggio è usare i farmaci solo per il tempo necessario, sotto controllo medico.

Una dieta ricca di fibre, povera di alimenti processati, e un’attività fisica regolare aiutano a mantenere un microbiota diversificato, indipendentemente dai farmaci assunti nel presente o nel passato.

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Fonti

Il comunicato stampa e la sintesi dello studio, pubblicati il 24 agosto 2026. Leggi la fonte

Il commento scientifico della rivista mSystems allo studio di Aasmets e colleghi, con i dettagli metodologici completi. Leggi la fonte

La ripresa italiana della notizia, con la sintesi dei risultati principali dello studio. Leggi la fonte

Un approfondimento in lingua inglese con il commento di un gastroenterologo indipendente sui risultati dello studio. Leggi la fonte

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