Riprendiamo il discorso sul rapporto tra la capacità empatica e lo svolgimento della professione sanitaria o educativa.
In linea di massima abbiamo due tipologie di situazioni estreme, tra cui si colloca poi la gamma variegata di situazioni specifiche concrete.
Quando prevale la tecnica: il caso della chirurgia
Ad un polo estremo possiamo collocare ad esempio la chirurgia, in cui la tecnica, le competenze scientifiche professionali sono l’ingrediente fondamentale e principale affinché una operazione chirurgica riesca; la capacità empatica in questo caso non è superflua ma sicuramente non costituisce l’elemento principale. Premesso che comunque anche il medico chirurgo deve saper comunicare con il paziente che opera, ma certamente è più auspicabile che il chirurgo non commetta errori anche se poco empatico piuttosto che il contrario, cioè se sa comunicare-empatizzare ma poi non è preciso o addirittura fa operazioni inutili o, peggio ancora, lascia effetti collaterali fastidiosi o dolorosi per operazioni non eseguite bene.
Quando prevale l’empatia: figure carismatiche nella tossicodipendenza
Al polo opposto mi vengono in mente certe figure carismatiche che si occupano di tossicodipendenza, spesso sacerdoti come Don Mazzi, che non hanno una laurea “accademica” in Psicologia e men che meno una specializzazione in psicoterapia, ma che hanno la dote di sapersi mettere nei panni del giovane adolescente che si è perso nei meandri della droga e che riescono a farsi percepire come empatici, in grado di capire e di percepire la loro sofferenza in modo tale da sapersi porre in modo più produttivo e utile rispetto allo psicologo o pedagogista con alle spalle anni di studio e tanto di specializzazione ma che è poco empatico almeno con questa tipologia di utenza.
Empatia e psicoterapia: due domande fondamentali
Venendo più direttamente al rapporto tra esercizio della psicoterapia ed empatia e cioè se ci poniamo due domande che potremmo così formulare:
a) quanto è utile l’empatia per svolgere bene la pratica della psicoterapia?
b) una buona empatia, oltre che indispensabile, è anche un requisito sufficiente per svolgere la psicoterapia in modo efficace e che quindi le tecniche terapeutiche sono in realtà meno essenziali di quanto sembri?
Rispondiamo come segue.
La metafora di Cesare Musatti: conoscere il dolore psichico
Per rispondere alla prima domanda mi sovviene la famosa metafora del prof. C. Musatti (colui che ha portato la psicoanalisi in Italia) che, in un confronto dialettico con un suo ex allievo diventato poi presidente della Società Italiana di Psicoanalisi, il prof. Fornari, per far capire l’importanza di questo aspetto peculiare della nostra professione e che la differenzia da altre professioni anche mediche, proponeva la seguente metafora-esempio: il chirurgo ortopedico per capire come operare e comporre una frattura, ad esempio alla tibia di un paziente, non ha bisogno che in via preliminare lui stesso si sia rotto in precedenza la gamba.
Lo psicoterapeuta (lo psicoanalista per Musatti), per capire e affrontare al meglio il dolore esistenziale del paziente o la sua “depressione”, deve aver vissuto in una qualche maniera sulla propria pelle questi stati d’animo; la conoscenza di determinate emozioni non può essere solo cognitiva. Solo così può capire e rendersi credibile agli occhi del paziente che così può essere certo che il suo terapeuta è in grado di capire il suo dolore.
Ovviamente però bisogna aggiungere che il terapeuta deve certamente aver vissuto quel dolore esistenziale ma poi deve averlo superato; in caso contrario, se fosse rimasto ancora intrappolato nel proprio dolore, non potrebbe trasmettergli la forza, la volontà, il desiderio, la determinazione per lasciarsi alle spalle le difficoltà per riuscire a rivolgere lo sguardo in avanti verso gli obiettivi della vita ora confusi o verso cui ha perso l’originaria motivazione. Ma attenzione: con ciò non si vuole sostenere che il terapeuta uomo o donna abbia necessariamente vissuto la stessa identica forma di problema o di disagio, cioè non è che lo psicologo debba essere stato a sua volta in precedenza un tossicodipendente o che una senologa sia stata a sua volta in precedenza operata di tumore al seno.
Empatia come dote personale e risorsa situazionale
Un’altra precisazione è ricordare che la capacità empatica in parte è certamente una dote caratteriale della persona o del professionista, ma non è detto che si possa attivarla sempre e con chiunque. Esemplifico questo concetto con una nota autobiografica.
Da giovane psicologo-psicoterapeuta mi sono occupato anche di psicoterapia infantile per due ragioni:
a) la formazione in psicoterapia infantile almeno per due anni era ritenuta utile e propedeutica dalla scuola di psicoterapia allora da me frequentata ad indirizzo A. Freud e Sandler (Tavistock Institute di Londra) per capire anche le dinamiche interpersonali della persona adulta;
b) nei comuni dove ero consulente c’era una specifica richiesta di psicoterapia infantile che la mancata riorganizzazione della psichiatria non era in grado di soddisfare.
Ebbene, la capacità nel riuscire a relazionarmi con bambini di 6-8 anni era sicuramente dovuta ai miei studi di psicoanalisi infantile (A. Freud, Winnicott, Mahler) e alle supervisioni a cui mi sottoponevo, ma non da ultimo anche al fatto di essere padre di due figli rispettivamente di 7 e 12 anni. In particolare, con il mio secondo figlio avevo un rapporto paterno non superficiale ma intenso: a lui raccontavo le fiabe, addirittura a volte le inventavo, con lui giocavo e in pratica il mio ruolo di padre mi aiutava a entrare nella testa di un bambino di 6-9 anni. Ma il beneficio era anche inverso: il ruolo di psicoterapeuta infantile, il sapermi rapportare e conoscere il funzionamento mentale di un bambino e le sue emozioni (desideri, paure), in realtà mi aiutava a capire meglio mio figlio più piccolo e a stabilire una relazione più serena ed educativa.
Più avanti negli anni non ho più praticato la psicoterapia infantile e una volta una mia ex docente di psicoterapia infantile, a cui avevo inviato un ragazzo di prima media, mi chiese il motivo dell’invio dato che a suo parere ero capace ed empatico con i minori. Risposi con sincerità che, occupandomi attualmente di adulti, non avevo più la capacità iniziale di riuscire a vedere il mondo con i loro occhi. L’altro motivo non confessato era che, essendo nel frattempo cresciuto anche mio figlio, non ero più motivato come prima a entrare nella testa-animo dei bambini, che in pratica vuol dire regredire temporaneamente in modo da “ragionare” e percepire i problemi piccoli o grandi dal punto di vista del bambino.
Empatia e alleanza terapeutica
Come abbiamo già visto nell’articolo precedente, non è solo la figura dello psicoterapeuta che deve avere buone capacità empatiche per svolgere il suo lavoro ma sicuramente, più di altre figure professionali, lo psicoterapeuta deve avere questa dote-sensibilità perché in realtà l’empatia è un prerequisito per poter instaurare con il paziente quella che in gergo psicoterapeutico viene definita “alleanza terapeutica”, che è la sola che permette al paziente di entrare nel suo profondo intimo ed esplorare parti di sé scomode, non accettabili o addirittura persino sconosciute a lui stesso.
Ma come si arriva alla costruzione dell’alleanza terapeutica? Procediamo per gradi riprendendo come punto di partenza la metafora di C. Musatti sopra menzionata della differenza tra medico ortopedico e psicoterapeuta. L’ortopedico per essere in grado di aggiustare-riparare la gamba rotta del suo paziente è sufficientemente attrezzato dagli studi e dalla specializzazione conseguita; oggi potremmo aggiungere anche dagli esercizi di simulazione fatti grazie all’intelligenza artificiale, ma non ha bisogno che si sia rotto precedentemente la propria gamba. Qui stiamo parlando di mere, anche se importanti, capacità cognitive, non di capacità emotive.
Lo psicoterapeuta invece, per poter costruire l’alleanza terapeutica, deve – diceva Musatti – aver conosciuto il dolore psichico in una qualche sua forma; non basta che l’abbia studiato per poter capire il dolore esistenziale del paziente e fargli capire che è in grado di capirlo perché lo sente e lo percepisce, essendo un’emozione che ha conosciuto in prima persona, magari non nella stessa intensità e prodotta dalla stessa causa, ma l’ha conosciuta.
Il contributo di Carl Rogers e la relazione terapeutica
Un secondo contributo più strutturato che ci fa capire l’importanza dell’empatia per lo psicoterapeuta lo dobbiamo a C. Rogers (La terapia centrata sul paziente, Ed. Giunti).
Innanzitutto bisogna evidenziare che C. Rogers opera già un cambiamento lessicale non casuale né marginale: parla esplicitamente di cliente e non di paziente. Secondo Rogers, il termine “paziente” implica un ruolo più passivo, in cui l’individuo chiede il trattamento a un esperto. Al contrario, il termine “cliente” riflette una partnership collaborativa ed equa tra il terapeuta e l’individuo. Rogers riteneva che gli individui avessero la capacità di fare le proprie scelte e trovare le proprie soluzioni e che dovessero partecipare attivamente alla propria terapia.
Per C. Rogers la relazione terapeutica vera è caratterizzata da empatia, considerazione positiva incondizionata e genuinità da parte del terapeuta, il quale fornisce uno spazio sicuro e non giudicante in cui il cliente può esplorare i propri pensieri, sentimenti ed esperienze. Questa relazione è essenziale per facilitare la crescita personale e il cambiamento del cliente.
L’empatia può bastare? Contesti di efficacia e limiti
La ricerca di Rogers ha teso a dimostrare che, al di là della tecnica terapeutica o dell’indirizzo terapeutico usato dal terapeuta, il vero motore del cambiamento è la relazione terapeutica, alla cui base c’è una buona capacità empatica del terapeuta.
Per certi trattamenti o tipologie di pazienti Rogers sembra avere sostanzialmente ragione, se pensiamo ad esempio a pazienti dello spettro autistico, soprattutto bambini. In questi casi sembrerebbe che il saper trovare la chiave – peraltro non codificata da studi o sperimentazioni – per entrare in una profonda connessione con loro sia l’elemento fondamentale vincente e che le tecniche, anche raffinate, diventino secondarie. Questa considerazione sembrerebbe trovare una conferma importante anche dalla pet therapy.
Pet therapy ed empatia non verbale
Il termine pet therapy è stato coniato nei primi anni ’60 da Boris Mayer Levinson, psichiatra che per la prima volta fa riferimento all’impiego degli animali per il trattamento di determinate malattie. I contesti di applicazione di questo trattamento sono diventati molteplici nel corso degli anni: ospedali, case di cura, scuole, strutture di riabilitazione e anche la propria abitazione, e possono riguardare persone di diverse età e problematiche.
Gli animali coinvolti nella pet therapy sono solitamente cani, ma anche gatti, conigli, cavalli e altri animali adatti; l’importante è che siano addestrati e valutati per garantire la sicurezza e il benessere delle persone coinvolte. Gli animali sono un ottimo incentivo alla comunicazione emotiva; favoriscono i processi di socializzazione e costituiscono un supporto fondamentale soprattutto per le persone chiuse in se stesse o con grandi difficoltà a esternare le proprie emozioni, fungendo anche da mitigatore di stress e da stimolo all’esternalizzazione del proprio mondo interiore.
Tecniche terapeutiche ed empatia: integrazione necessaria
Tutto ciò premesso, cosa rispondiamo al quesito iniziale: ma allora le tecniche terapeutiche non servono?
No, certamente servono, soprattutto in altri contesti e con altre tipologie di persone. Nella cura delle disfunzioni sessuali, nelle crisi di coppia o nei disturbi d’ansia, seguire tecniche e procedure applicate in modo non rigido permette al terapeuta di avere buone linee guida che rendono produttiva ed efficace la seduta terapeutica.
In questi casi il terapeuta deve sapere cosa succede nella seduta, avere il controllo degli obiettivi e non farsi trascinare o coinvolgere in liti improduttive, come può accadere nella crisi di coppia, rischiando di ridursi a mero spettatore o giudice improvvisato. Come ricorda R. Beavers, nella coppia, salvo casi particolari, non esiste una ragione e un torto assoluti: ognuno ha le proprie ragioni.
Anche quando i bisogni esistenziali non si incrociano e si decide di non rinunciare alla propria realizzazione individuale, la consulenza-terapia è stata comunque utile, soprattutto se questa consapevolezza avviene il prima possibile, evitando che alla sofferenza degli adulti si aggiunga anche quella dei figli.
Conclusione
Chiudiamo l’articolo con una considerazione ovvia ma troppo spesso dimenticata: nella coppia è fondamentale l’atteggiamento empatico e, quando questo si perde, il rischio di vedere il partner non più come co-costruttore di un progetto comune di vita ma come ostacolo alla realizzazione dei propri obiettivi personali diventa prevalente, con le sue inevitabili conseguenze.
Illustrazione/visual generato con AI a scopo illustrativo
La redazione in collaborazione con il Dr. Fernando Cesarano – psicoterapeuta
FAQ
No. In alcune professioni, come la chirurgia, prevalgono le competenze tecniche; in altre, come la psicoterapia, l’empatia è un prerequisito fondamentale.
No. Deve aver conosciuto il dolore psichico in forma analoga e averlo elaborato, non necessariamente vissuto la stessa esperienza.
Dipende dal contesto clinico: in alcuni casi è centrale, ma in molti altri deve essere integrata con tecniche terapeutiche strutturate.
È la relazione di fiducia e collaborazione tra terapeuta e paziente che rende possibile il lavoro psicologico profondo.
No. Le tecniche restano essenziali in diversi disturbi; la loro efficacia dipende dall’integrazione con una relazione empatica.





