Un maxi-studio francese su oltre 112.000 persone collega il consumo di otto conservanti alimentari diffusi ad un rischio più alto di ipertensione e malattie cardiovascolari. La ricerca, pubblicata sull’European Heart Journal, è stata ripresa da testate scientifiche internazionali come ScienceDaily. I ricercatori dell’INSERM hanno seguito i volontari per 7-8 anni, analizzando in dettaglio la loro dieta. Chi assumeva le quantità più elevate di alcuni conservanti aveva fino al 29% di rischio in più di ipertensione. Lo studio riaccende il dibattito sulla sicurezza degli additivi presenti in centinaia di migliaia di prodotti industriali.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
- Uno studio francese del progetto NutriNet-Santé, condotto dall’INSERM su 112.395 persone, ha collegato il consumo di alcuni conservanti alimentari a un rischio maggiore di ipertensione e malattie cardiovascolari.
- I conservanti non antiossidanti, ai livelli di consumo più alti, sono legati a un rischio di ipertensione superiore del 29%. Lo stesso gruppo ha anche un rischio di malattie cardiovascolari superiore del 16%.
- I conservanti antiossidanti, ai livelli di consumo più alti, sono collegati a un rischio di ipertensione superiore del 22%.
- Otto additivi risultano coinvolti in modo specifico: E202, E224, E250, E300, E301, E316, E330 ed E392; l’acido ascorbico E300 è legato anche alle malattie cardiovascolari.
- Lo studio è osservazionale e non dimostra un rapporto di causa-effetto: gli esperti raccomandano comunque di preferire alimenti non trasformati o minimamente trasformati.
Lo studio NutriNet-Santé: conservanti comuni sotto la lente dei ricercatori
La ricerca fa parte del progetto NutriNet-Santé, un grande studio di popolazione condotto in Francia dall’INSERM, l’Istituto Nazionale per la Salute e la Ricerca Medica. Il team, guidato da Mathilde Touvier e dalla dottoranda Anaïs Hasenböhler dell’Université Sorbonne Paris Nord e dell’Université Paris Cité, ha coinvolto 112.395 volontari. Ogni sei mesi, i partecipanti hanno registrato in dettaglio tutto ciò che avevano mangiato e bevuto nell’arco di tre giorni. I ricercatori hanno poi analizzato gli ingredienti di ogni alimento e bevanda, individuando i conservanti presenti. La salute dei volontari è stata monitorata per una media di sette-otto anni. Gli autori hanno verificato la comparsa di ipertensione o di malattie cardiovascolari come infarto, ictus e angina. È uno dei follow-up più lunghi mai realizzati su questo tema.
L’esposizione ai conservanti è risultata quasi universale: il 99,5% dei partecipanti ne aveva consumato almeno uno nei primi due anni di studio. I ricercatori hanno distinto due categorie di sostanze. I conservanti non antiossidanti servono a impedire la crescita di batteri e muffe nei cibi industriali, dai salumi ai piatti pronti. I conservanti antiossidanti rallentano invece l’ossidazione, il processo chimico che fa imbrunire gli alimenti o li rende rancidi. Si trovano spesso in snack, bevande e condimenti confezionati. Secondo Hasenböhler, si tratta del primo studio che indaga in modo sistematico il legame tra un’ampia gamma di conservanti e la salute cardiovascolare nell’uomo. In precedenza, alcuni studi sperimentali avevano già suggerito possibili effetti dannosi, ma mancavano dati solidi sull’esposizione reale delle persone. Lo studio francese colma in parte questa lacuna, grazie alla mole di dati raccolti sul campo.
I numeri del rischio: ipertensione e malattie cardiovascolari
I risultati mostrano differenze significative in base al livello di consumo. Chi assumeva le quantità più alte di conservanti non antiossidanti aveva un rischio di ipertensione superiore del 29% rispetto a chi ne consumava meno. Lo stesso gruppo presentava anche un rischio maggiore del 16% di sviluppare malattie cardiovascolari, tra cui infarto, ictus e angina pectoris. Per i conservanti antiossidanti, il rischio di ipertensione nei consumatori più esposti è risultato superiore del 22%. Sono numeri rilevanti, se si considera quanto siano diffusi questi additivi negli alimenti confezionati che riempiono gli scaffali dei supermercati, dalle conserve alle bevande gassate, fino ai dolci industriali.
Analizzando nel dettaglio 17 conservanti tra i più consumati, i ricercatori ne hanno individuati otto legati in modo specifico a un maggior rischio di ipertensione. Sono: sorbato di potassio (E202), metabisolfito di potassio (E224) e nitrito di sodio (E250). Ci sono poi acido ascorbico (E300), ascorbato di sodio (E301) ed eritorbato di sodio (E316). Completano la lista acido citrico (E330) ed estratti di rosmarino (E392). L’acido ascorbico (E300) è risultato collegato anche a un rischio più alto di malattie cardiovascolari. È una precisazione importante: si tratta della forma di vitamina C usata come additivo nei cibi industriali. Non è la vitamina C naturale di frutta, verdura o integratori, che resta parte di un’alimentazione sana ed equilibrata.
Cosa significa per chi fa la spesa: limiti dello studio e raccomandazioni
Gli stessi autori invitano alla cautela nell’interpretare i dati. Si tratta di uno studio osservazionale: individua un’associazione statistica, non dimostra che i conservanti siano la causa diretta dell’ipertensione o delle malattie cardiovascolari. I ricercatori hanno comunque tenuto conto di numerosi altri fattori di rischio cardiovascolare nell’analisi, come fumo, attività fisica e livello di istruzione. Alcuni studi sperimentali, in letteratura, suggeriscono che i conservanti possano favorire lo stress ossidativo nell’organismo. Altri ipotizzano un’interferenza con il funzionamento del pancreas. Il gruppo di Touvier sta ora studiando come additivi e cibi ultra-processati influenzino infiammazione, stress ossidativo e microbiota intestinale, per capire meglio i meccanismi biologici coinvolti.
Sulla base di questi risultati, i ricercatori chiedono alle autorità competenti di rivalutare il rapporto tra rischi e benefici di questi additivi. Il riferimento è all’EFSA in Europa e alla FDA negli Stati Uniti. Nel frattempo, restano valide le raccomandazioni già note: privilegiare alimenti non trasformati o minimamente trasformati e limitare quelli ultra-processati. Un modo concreto per orientarsi è imparare a leggere le etichette nutrizionali, individuando le sigle degli additivi tra gli ingredienti. Medici e altri professionisti della salute hanno un ruolo importante nello spiegare queste indicazioni ai pazienti. Questo vale soprattutto per chi ha già fattori di rischio cardiovascolare o ipertensione diagnosticata.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
I conservanti non antiossidanti impediscono la crescita di batteri e muffe negli alimenti industriali. I conservanti antiossidanti rallentano invece l’ossidazione, il processo che fa imbrunire o irrancidire il cibo.
Sorbato di potassio (E202), metabisolfito di potassio (E224), nitrito di sodio (E250), acido ascorbico (E300), ascorbato di sodio (E301), eritorbato di sodio (E316), acido citrico (E330) ed estratti di rosmarino (E392).
No. Lo studio si riferisce all’acido ascorbico usato come additivo nei cibi industriali (E300), non alla vitamina C naturale contenuta in frutta, verdura o integratori.
No, è uno studio osservazionale: mostra un’associazione statistica, non una relazione di causa-effetto diretta. Servono ulteriori ricerche per confermare i meccanismi biologici coinvolti.
Gli esperti consigliano di privilegiare alimenti non trasformati o minimamente trasformati, limitare i prodotti ultra-processati e imparare a leggere le etichette nutrizionali per riconoscere gli additivi tra gli ingredienti.
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Fonti
Comunicato ufficiale della European Society of Cardiology sullo studio pubblicato sull’European Heart Journal. Leggi la fonte
Approfondimento scientifico internazionale sui risultati dello studio e sui meccanismi ipotizzati. Leggi la fonte
Analisi della ricerca a cura della rivista italiana Medico e Paziente, con il dettaglio dei conservanti coinvolti. Leggi la fonte
Copertura giornalistica dello studio, con le dichiarazioni delle autrici della ricerca. Leggi la fonte





