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Chirurgia protesica articolare: cosa cambia oggi tra robotica, nuove tecniche e recupero rapido – intervista al Dr. Fabio Zerbinati

Chirurgia protesica articolare

Negli ultimi anni la chirurgia protesica articolare ha cambiato volto. Tecniche meno invasive, percorsi di recupero accelerati e l’introduzione della chirurgia robotica stanno trasformando radicalmente l’esperienza dei pazienti sottoposti a protesi di anca e ginocchio.

Un cambiamento che non riguarda soltanto la tecnologia, ma l’intero approccio clinico: dalla selezione del paziente alla gestione del dolore, dalla pianificazione preoperatoria alla riabilitazione precoce. Oggi, interventi che in passato comportavano settimane di ricovero consentono una ripresa sorprendentemente rapida.

A raccontare questa evoluzione è il dottor Fabio Zerbinati, specialista in ortopedia e traumatologia con particolare focus sulla chirurgia protesica articolare, che spiega come la protesica sia diventata uno degli ambiti più dinamici e in rapida crescita dell’ortopedia moderna.

Protesi articolari: un ambito chirurgico in forte espansione

Per comprendere la portata del fenomeno, è necessario partire dai numeri. «Innanzitutto stiamo parlando di ambiti chirurgici che risultano sempre più frequenti», spiega Zerbinati. «Attualmente vengono eseguiti circa 150.000 interventi di protesi articolare all’anno solo in Italia».

Un dato che trova conferma nei report del Registro Italiano ArtroProtesi (RIAP), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, che monitora in modo sistematico gli impianti di anca e ginocchio sul territorio nazionale. L’aumento degli interventi riflette non solo l’invecchiamento della popolazione, ma anche aspettative più elevate in termini di autonomia e qualità della vita.

«I pazienti candidati a questo intervento sono pazienti che abbiano un danno cartilagineo, un danno articolare che implica una limitazione funzionale ed un dolore», chiarisce Zerbinati. Le articolazioni maggiormente coinvolte sono quelle più sollecitate nel quotidiano: «Sicuramente l’articolazione dell’anca e l’articolazione del ginocchio, che sono anche quelle che più frequentemente vengono sostituite da una protesi».

Quando la chirurgia protesica diventa necessaria

La protesi non rappresenta mai la prima opzione terapeutica. «L’intervento viene determinato e programmato dopo una visita ambulatoriale», spiega l’ortopedico. «Il paziente giunge a noi e chiede aiuto soprattutto per un ambito di dolore».

La decisione arriva solo dopo aver escluso soluzioni meno invasive. «Una volta che si sia valutato il danno cartilagineo e il danno articolare e che non ci sia stata una risposta ad altre terapie meno cruente», precisa Zerbinati, «come terapia fisica, terapia infiltrativa e terapia farmacologica, il paziente viene candidato a questo tipo di procedura».

Questo percorso graduale è oggi considerato fondamentale per garantire appropriatezza clinica e risultati funzionali duraturi.

L’innovazione tecnica nella chirurgia protesica

Negli ultimi anni la chirurgia protesica ha beneficiato di un’evoluzione profonda. «È un campo che negli ultimi anni ha goduto di notevoli migliorie», osserva Zerbinati. «Migliorie legate sia all’ambito tecnico, con tecniche meno infiammatorie e meno dannose per i tessuti».

Ma il cambiamento non è solo manuale o strumentale. «Ha goduto anche di migliorie legate all’evolversi di alcuni facilitatori chirurgici», aggiunge, «quale può essere l’ambito robotico».

Chirurgia robotica: cosa cambia davvero

La chirurgia robotica in ambito protesico è spesso circondata da aspettative elevate. Zerbinati ne chiarisce il ruolo reale. «Il robot viene utilizzato sia per la chirurgia protesica di anca che di ginocchio», spiega.

Il valore principale risiede nella personalizzazione. «Il robot ci permette di ipotizzare un impianto specifico per ogni paziente», afferma, «e di ipotizzare come funzionerà questo ginocchio dopo aver impiantato una protesi».

Attraverso sistemi di pianificazione avanzata, «abbiamo la possibilità di eseguire una mappatura del ginocchio», continua Zerbinati, «che ci dà un esame specifico delle superfici articolari».

Il robot fornisce indicazioni precise: «Ci permette di avere un suggerimento riguardo alla taglia della protesi e al più corretto posizionamento per ogni specifico paziente».

La letteratura scientifica conferma che questi sistemi migliorano la precisione del posizionamento protesico, mentre gli effetti sugli esiti funzionali a lungo termine sono oggetto di studi in corso.

Perché il posizionamento è determinante

Un corretto allineamento non è un dettaglio tecnico. «Questo ci può determinare con ogni probabilità un funzionamento migliore dell’articolazione», spiega Zerbinati, «e una confidenza maggiore da parte del paziente con il nuovo ambito articolare».

Le ricadute sono concrete: «Tutto questo si traduce in migliorie per la capacità funzionale, per la stabilità dell’articolazione», aggiunge, «e con ogni probabilità anche in una maggiore longevità di questo tipo di procedura».

Il recupero post-operatorio: una rivoluzione silenziosa

Uno degli aspetti che più colpisce i pazienti è il cambiamento nel post-operatorio. «Questi tipi di interventi negli ultimi anni sono stati notevolmente migliorati», racconta Zerbinati, «con un miglioramento a 360 gradi».

Il paziente oggi «viene trattato con tecniche chirurgiche meno traumatiche e meno infiammatorie rispetto al passato» ed è «spronato ad un percorso riabilitativo che ha caratteristiche molto più importanti rispetto a prima».

Ricoveri brevi e mobilizzazione precoce

Il confronto con il passato è netto. «Dieci anni fa un paziente operato di protesi d’anca o di ginocchio era destinato a un ricovero post-chirurgico di una settimana o dieci giorni», ricorda Zerbinati, «seguito da un percorso riabilitativo di 15-20 giorni».

Oggi «questo tipo di percorso è anacronistico e non viene più prospettato al paziente». Al contrario, «già il giorno stesso dell’intervento il paziente viene inserito in un percorso riabilitativo» e «può iniziare a camminare con le stampelle», riprendendo gradualmente i gesti quotidiani.

Il modello fast track

Questo approccio prende il nome di fast track. «Questo tipo di percorso viene chiamato fast track», spiega Zerbinati. «Ci permette di ipotizzare ricoveri veloci e riprese veloci per le attività giornaliere del paziente».

Il fast track si basa su una serie di interventi coordinati: preparazione preoperatoria, chirurgia mininvasiva, controllo avanzato del dolore e riabilitazione precoce, in linea con i protocolli ERAS applicati alla chirurgia protesica.

Preparazione del paziente e controllo del dolore

Un aspetto centrale è l’educazione. «Il paziente è giusto che venga educato sul tipo di intervento e su quello che deve riuscire a fare nel post-operatorio», sottolinea Zerbinati.

Dal punto di vista tecnico, «si utilizzano tecniche chirurgiche mini-invasive», chiarisce, «che mirano all’impianto della protesi senza determinare un’infiammazione dei tessuti importanti per l’articolazione, soprattutto muscoli e tendini».

Anche l’anestesia gioca un ruolo chiave. «Nel post-operatorio il paziente viene trattato con tecniche anestesiologiche e di analgesia estremamente specifiche», spiega, «che permettono di avere poco dolore e quindi di iniziare da subito percorsi riabilitativi più rapidi rispetto al passato».

In sintesi

La chirurgia protesica articolare è oggi un esempio concreto di come innovazione tecnologica e organizzativa possano tradursi in benefici reali per il paziente, riducendo dolore, tempi di recupero e impatto sulla vita quotidiana.

Conclusione

La protesica di anca e ginocchio non è più sinonimo di lunghi ricoveri e riabilitazioni estenuanti. Come spiegato dal dottor Fabio Zerbinati, l’integrazione tra chirurgia mininvasiva, robotica e percorsi fast track ha trasformato profondamente l’esperienza del paziente.

L’obiettivo non è solo sostituire un’articolazione danneggiata, ma restituire movimento, autonomia e qualità della vita in tempi sempre più brevi, con risultati funzionali più prevedibili e duraturi.

Testo

Illustrazione/visual generato con AI a scopo illustrativo

La redazione in collaborazione con il Dr. Fabio Zerbinati, ortopedico

FAQ

Quando dolore e limitazione funzionale persistono nonostante terapie conservative adeguate.

No, è uno strumento di supporto che può migliorare la precisione in casi selezionati.

Spesso pochi giorni, talvolta anche meno, grazie ai percorsi fast track.

In molti casi sì, già il giorno dell’intervento con supporti.

La durata varia in base a età, attività e tipo di impianto.

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