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Caduta dei capelli nelle donne: perché oggi la tricologia cambia approccio – intervista al Dr. Luca Lungo Vaschetto

Caduta dei capelli nelle donne

Negli ultimi anni la tricologia femminile ha assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno della dermatologia clinica. La caduta dei capelli nelle donne, infatti, non viene più considerata soltanto un problema estetico o legato all’età, ma un possibile segnale biologico di squilibri sistemici che meritano un’attenta valutazione medica.

Sempre più studi mostrano come il follicolo pilifero femminile sia un vero e proprio sensore dello stato di salute generale, capace di risentire in modo precoce di alterazioni ormonali, nutrizionali, immunitarie e metaboliche. In questo contesto, la tricologia sta progressivamente abbandonando approcci standardizzati per orientarsi verso una medicina personalizzata, basata sulla diagnosi delle cause e non solo sul trattamento del sintomo.

A fare il punto su questo cambiamento è il dottor Luca Lungo Vaschetto, dermochirurgo e direttore sanitario della Clinica Lungo Vaschetto, intervenuto in una recente intervista radio dedicata alla tricologia femminile.

 

Perché la tricologia femminile è diversa da quella maschile

«La tricologia femminile è diversa da quella maschile perché le donne sono biologicamente diverse dagli uomini, e questo incide sulle cause della caduta dei capelli».

Questa affermazione, apparentemente semplice, riflette una differenza fisiopatologica profonda. Nel sesso femminile, il ciclo del capello è fortemente influenzato da fluttuazioni ormonali cicliche, legate all’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio. Anche variazioni ormonali moderate, che non determinano sintomi sistemici evidenti, possono alterare la fase anagen (di crescita) del capello, anticipando l’ingresso in fase telogen (di caduta).

Nel maschio, al contrario, la caduta dei capelli segue spesso un pattern più prevedibile e geneticamente determinato.

«Nell’uomo la caduta dei capelli è quasi sempre legata al testosterone e alla componente genetica: parliamo infatti di alopecia androgenetica».

L’alopecia androgenetica maschile è mediata dal diidrotestosterone (DHT), un metabolita del testosterone prodotto dall’enzima 5-alfa reduttasi. Il DHT si lega ai recettori androgeni del follicolo pilifero, determinando una progressiva miniaturizzazione del capello. Questo meccanismo è ben descritto in letteratura e rappresenta un modello relativamente stabile.

«Nella donna, invece, le cause possono essere ormonali, legate all’ovaio policistico, al post-gravidanza, allo stress o a malattie autoimmuni».

Nella tricologia femminile si osserva spesso una sovrapposizione di fattori causali. La sindrome dell’ovaio policistico, ad esempio, comporta un’alterazione del rapporto estrogeni-androgeni; il post-gravidanza è caratterizzato da una brusca caduta degli estrogeni; lo stress cronico induce ipercortisolemia. Tutti questi elementi convergono sull’alterazione del ciclo follicolare, rendendo il quadro clinico estremamente variabile.

 

La caduta dei capelli come segnale sistemico

Uno degli aspetti più rilevanti della tricologia moderna è il riconoscimento della caduta dei capelli come manifestazione periferica di uno squilibrio centrale.

«La caduta dei capelli nelle donne non è mai un problema banale».

Approfondimento scientifico

Il follicolo pilifero è un tessuto ad alta attività proliferativa e, come tale, risente rapidamente di carenze nutrizionali, infiammazione cronica di basso grado e alterazioni endocrine. Questo spiega perché, in molte donne, il diradamento dei capelli preceda di mesi o anni la diagnosi di condizioni come ipotiroidismo subclinico, anemia sideropenica o disturbi dell’asse ipotalamo-ipofisario.

 

Perché la diagnosi è il vero punto di svolta

«Per trovare la soluzione corretta bisogna prima fare una diagnosi corretta».

La gestione empirica della caduta dei capelli – basata su integratori o trattamenti topici non mirati – ha dimostrato una bassa efficacia a lungo termine. Le linee guida internazionali sottolineano la necessità di un percorso diagnostico strutturato, che identifichi la causa primaria prima di qualsiasi intervento terapeutico.

«La visita tricologica è una visita dermatologica focalizzata sul capello, ma in realtà è una valutazione a 360 gradi. Spesso troviamo carenze di ferro o di vitamina D, che sono fondamentali per la salute del capello». Afferma il dr. Lungo Vaschetto.

Questo significa integrare l’anamnesi dermatologica con una valutazione ginecologica, endocrinologica ed ematologica. Il capello non può essere considerato un organo isolato: la sua salute riflette l’equilibrio dell’intero organismo.

Il ferro è essenziale per la sintesi dell’emoglobina e per l’ossigenazione dei tessuti follicolari. La vitamina D, invece, è coinvolta nella regolazione del ciclo del follicolo pilifero attraverso il suo recettore (VDR). Numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra deficit di vitamina D e telogen effluvium cronico nelle donne.

 

Gli esami tricologici: cosa valutano davvero

La diagnosi non si basa esclusivamente sugli esami ematochimici.

«Dopo aver escluso queste condizioni, analizziamo il cuoio capelluto e il capello stesso».

L’analisi del cuoio capelluto consente di valutare la densità follicolare, la presenza di infiammazione, seborrea o fibrosi perifollicolare. Il pull test, che valuta il numero di capelli che si distaccano con una trazione lieve, fornisce indicazioni sulla fase del ciclo follicolare prevalente. L’osservazione microscopica permette infine di distinguere tra caduta telogenica, anagenica o miniaturizzazione progressiva.

 

Il ruolo del PRP nella tricologia femminile

«Il PRP sfrutta la capacità del nostro organismo di autoripararsi e rigenerare i tessuti. Utilizziamo le piastrine per stimolare le cellule staminali del follicolo e riattivare follicoli dormienti».

Il Plasma Ricco di Piastrine contiene elevate concentrazioni di fattori di crescita (PDGF, VEGF, IGF-1) che favoriscono angiogenesi, proliferazione cellulare e sopravvivenza follicolare. In tricologia, il PRP viene utilizzato per migliorare il microambiente del follicolo pilifero.

Le evidenze suggeriscono che il PRP possa aumentare lo spessore del fusto e la densità dei capelli in pazienti selezionate. Tuttavia, non agisce sulle cause sistemiche della caduta, motivo per cui deve essere integrato in un protocollo più ampio.

«In alcuni casi il PRP può essere definitivo, in altri serve un mantenimento» conclude il dr Lungo Vaschetto.

Questo riflette la variabilità individuale della risposta terapeutica. Se la causa primaria – come uno squilibrio ormonale o una carenza nutrizionale – persiste, il trattamento stimolante non può garantire risultati duraturi senza un approccio causale.

 

Cause interne ed esterne: il ruolo dell’infiammazione

Le malattie autoimmuni, incluse le tiroiditi, possono determinare un’infiammazione cronica che interferisce con la funzione follicolare. Anche in assenza di sintomi sistemici evidenti, l’attività anticorpale può compromettere la vitalità del capello.

«Possono esserci cause intrinseche, come problemi endocrinologici o malattie autoimmuni. Esistono anche fattori esterni, come cosmetici o tinte che possono generare risposte immunitarie».

Le dermatiti allergiche da contatto e le reazioni infiammatorie del cuoio capelluto sono riconosciute come fattori aggravanti del diradamento. L’infiammazione cronica altera il microambiente follicolare e accelera la caduta.

«Lo stress aumenta il cortisolo, che attiva cellule infiammatorie capaci di danneggiare il follicolo».

Lo stress cronico è oggi considerato uno dei principali fattori ambientali nella caduta dei capelli femminile. L’ipercortisolemia altera la risposta immunitaria e favorisce l’ingresso precoce del capello in fase telogen.

 

Cosa sappiamo oggi e cosa resta da chiarire

«La caduta dei capelli nelle donne non può essere trattata in modo standardizzato. Solo partendo da una diagnosi corretta è possibile costruire una terapia efficace».

La medicina tricologica si sta orientando verso un modello personalizzato e multidisciplinare, in cui il trattamento è costruito sulla storia clinica della singola paziente.

La ricerca continua ad approfondire il ruolo dell’interazione tra sistema endocrino, immunitario e follicolo pilifero. Serviranno ulteriori studi longitudinali per valutare l’efficacia a lungo termine dei trattamenti e definire protocolli sempre più mirati.

foto:freepik

La redazione in collaborazione con Dr. Luca Lungo Vaschetto, Clinica Lungo Vaschetto

FAQ

Perché nelle donne la caduta dei capelli è spesso multifattoriale e influenzata da ormoni, metabolismo, stress e sistema immunitario, non solo da genetica e androgeni.

Sì. In molte donne il diradamento può anticipare squilibri endocrini, carenze nutrizionali o condizioni autoimmuni ancora non diagnosticate.

Perché senza una diagnosi della causa primaria trattano solo il sintomo. Se lo squilibrio di base persiste, l’efficacia è limitata o temporanea.

Oltre agli esami del sangue, sono fondamentali l’analisi del cuoio capelluto, il pull test e l’osservazione microscopica del capello per definire il tipo di caduta.

Dipende dalla causa. Il PRP può migliorare densità e spessore del capello, ma deve essere inserito in un protocollo che corregga eventuali squilibri sistemici.

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