Un manager di successo alle prese con la bulimia
Giancarlo è un manager di alto livello molto affermato che risiede con la propria famiglia in Svizzera. Ha una solida preparazione economico-finanziaria e, sostanzialmente, il suo lavoro – che esercita da libero professionista – consiste nel proporsi per il rilancio e risanamento economico di aziende che operano in vari settori merceologici, collocate principalmente in Europa.
Attualmente risiede in Italia durante la settimana, perché ha l’incarico di risanare una multinazionale con sede principale in provincia di Varese. È decisamente un leader nel suo ambito e non solo: anche da giovane si era già distinto per l’impegno sociale e politico, occupandosi di problematiche comunitarie.
Il problema per cui mi interpella riguarda il suo rapporto con il cibo, da sempre problematico: era arrivato a pesare fino a 130 kg. Attualmente ne pesa circa 120 kg, con un’altezza di 1,73 m. Prima di consultarmi, si era rivolto ad una dietologa, prassi ricorrente per lui che esercita ogni 5-6 anni. In passato aveva tratto beneficio, riuscendo anche a perdere fino a 20 kg, che però poi aveva gradualmente recuperato.
Un po’ per insoddisfazione verso la giovane, seppur preparata dietologa, un po’ perché si è reso conto di non aver mai affrontato seriamente le motivazioni alla base del suo comportamento alimentare bulimico, ha deciso di affrontare – e non più rinviare – anche questo aspetto di sé. Come spesso accade, il dietologo da solo, se non lavora in un’équipe multidisciplinare, non è preparato per trattare a fondo le dinamiche psicologiche sottostanti.
Il bisogno di autorevolezza e la “divisa” invisibile
Un primo spunto interessante riguarda la sua esigenza di autorevolezza: essere, ma soprattutto essere percepito come autorevole da chi lo ha scelto per guidare un’azienda in crisi. All’inizio, questo bisogno lo aveva spinto a presentarsi con giacca e cravatta – quella che lui stesso definisce “una divisa”.
Col tempo, divenuto più sicuro del proprio valore, si è alleggerito, eliminando la cravatta ma mantenendo la giacca. Questa, però, aveva una funzione inconscia: nascondere la pancia. L’arrivo dell’estate lo ha costretto a scoprirsi e, quindi, a confrontarsi con il proprio punto debole estetico: pancia e girovita.
Perché ora? Il momento della richiesta d’aiuto
Una domanda cruciale che ogni terapeuta dovrebbe porsi è:
“Perché il paziente chiede aiuto proprio adesso, se il problema è presente da tempo?”
In questo caso, una delle motivazioni riguarda l’estate, che non consente più di nascondersi dietro una “divisa” o dietro l’autorevolezza costruita socialmente. Ma questa considerazione, solo apparentemente banale, ci rimanda a una questione più profonda:
La motivazione al cambiamento
Il principio comportamentale di base è che, quando si trova un proprio equilibrio – anche disfunzionale – questo serve a difendersi da emozioni, stress e paure. Gli adattamenti che sembrano funzionali nel breve periodo (come mangiare per consolarsi) diventano col tempo controproducenti per la salute.
Bulimia e strategie compensatorie: il cibo come gratificazione
Abitudini come il fumo, il consumo di alcol o altre dipendenze comportamentali (gioco, shopping compulsivo, ecc.) spesso funzionano più come rituali che per l’effetto reale delle sostanze. Il cibo, in particolare, ha una funzione autoconsolatoria potente.
Per Giancarlo, che gestisce pressioni lavorative elevate e risolve problemi economici complessi, il cibo rappresenta la giusta compensazione per lo stress. Dopo aver affrontato una giornata di tensioni e responsabilità, ha bisogno di “premiarsi”:
“Il riposo meritato del guerriero” – come direbbe lui stesso.
Le radici infantili del rapporto con il cibo
Come accade spesso, le “isole di benessere psicologico” non nascono in età adulta, ma affondano le loro radici nell’infanzia. Giancarlo lo ammette:
“Il gusto per la buona cucina l’ho imparato da mia madre!”
È sempre stato un po’ “cicciotto” e già a 25 anni era in sovrappeso. Prima del matrimonio aveva cercato di dimagrire, ma il rapporto consolatorio con il cibo era ormai interiorizzato.
La dimensione relazionale e politica della bulimia
Un altro comportamento che ha rafforzato l’alleanza con il cibo riguarda la sua pregressa e soddisfacente attività politica. Questa comportava numerose relazioni sociali, eventi, incontri che si concludevano con pranzi e cene. Essendo già portato per natura verso la buona tavola, la politica ha amplificato questa inclinazione.
Un approccio psicologico ai disturbi del comportamento alimentare
Bulimia e dipendenza: un legame da esplorare
Ma quali sono le linee guida psicologiche che ispirano un intervento efficace contro la bulimia?
Un buon punto di partenza è riconoscere che la bulimia non è solo un disturbo legato al corpo, ma è spesso espressione di una dipendenza psicologica. L’approccio psicoterapeutico deve quindi favorire l’emancipazione da questa dipendenza, aiutando la persona a:
- Identificare i meccanismi compensatori inconsci
- Riconoscere i fattori emotivi scatenanti
- Coltivare strategie alternative di regolazione emotiva
- Ricostruire una relazione più sana con il cibo
- Ridefinire la propria immagine corporea senza colpa o vergogna
Quando il cambiamento è davvero possibile
Il caso di Giancarlo dimostra come anche persone intelligenti, colte e di successo possano convivere a lungo con una forma di sofferenza sommersa, spesso legata a disturbi del comportamento alimentare come la bulimia.
Quando il bisogno di apparire autorevoli si scontra con la consapevolezza della propria bulimia o dipendenza alimentare che non è stata affrontata veramente fino alle sue radici ma piuttosto nascosta o “alleggerita” , è lì che può nascere la vera spinta al cambiamento. Un approccio psicologico strutturato può offrire gli strumenti per interrompere il ciclo disfunzionale e restituire libertà, salute e autostima.
Le mie linee guida per affrontare adeguatamente il sovrappeso alimentare
Più che parlare di un approccio psicologico generico, preferisco soffermarmi sul mio personale metodo, che costituisce la base della mia filosofia terapeutica per il trattamento della bulimia. Un modello che si è evoluto anche grazie alla mia esperienza professionale pregressa nel settore delle dipendenze, in particolare quella da alcol, e attraverso il lavoro psicoterapico con persone bulimiche, come il paziente Giancarlo. È proprio con lui che ho affinato e reso più esplicito questo modello, coinvolgendolo attivamente nel percorso terapeutico.
1. Primo principio: la gradualità
Questo criterio non si applica solo ai disturbi alimentari, ma affonda le sue radici nella filosofia pragmatica di una certa psicoterapia americana. Una metafora la riassume bene: «Si può mangiare un elefante?» – risponde un terapeuta americano – «Sì, purché lo si faccia un pezzetto alla volta».
La lezione è semplice: bisogna avere chiaro l’obiettivo finale, ma anche le tappe intermedie per raggiungerlo. Un principio che, se ci pensiamo, tutti applichiamo nella vita. Prendiamo ad esempio il percorso per ottenere una laurea: inizialmente può apparire come una montagna impossibile da scalare, ma se la motivazione ci accompagna, esame dopo esame, si arriva infine al traguardo.
2. Secondo principio: la sostituzione è più efficace della punizione
Per spiegare questo principio, torno alla mia esperienza con le dipendenze, in particolare con l’alcolismo. L’approccio terapeutico del SERT era integrato, ma dal punto di vista farmacologico esistevano due opzioni:
- L’Antabuse, un farmaco punitivo: se il paziente beveva alcolici dopo averlo assunto, veniva colto da nausea, vomito e altri sintomi spiacevoli. Per alcuni funzionava, ma molti escogitavano stratagemmi per evitarlo o rigettarlo, pur di non provare quegli effetti sgradevoli.
- L’Alcover, considerabile il “metadone dell’alcolista”, è invece un farmaco a effetto sostitutivo: procura una sensazione di benessere, rilassatezza, euforia, facilita la socializzazione e persino secondo alcuni l’aumento del desiderio sessuale. Naturalmente, come ogni farmaco, ha effetti collaterali e va prescritto solo dal medico competente e in base alle condizioni cliniche. Ma la sua efficacia non punitiva è in linea con la mia visione terapeutica.
Portando questo principio nel campo alimentare, la sostituzione diventa una strategia concreta: usare miele al posto dello zucchero, caffè d’orzo invece del caffè tradizionale, oppure scegliere pasta integrale anziché quella raffinata. L’obiettivo non è privarsi del piacere, ma modulare il gusto in maniera meno dannosa, senza rinunciare al benessere.
3. Terzo principio: il conflitto di interessi come leva per il cambiamento
Per comprendere questo concetto, partiamo da un esempio lontano dall’ambito alimentare: lo studio universitario. Quanti di noi, durante la preparazione di un esame, hanno dovuto dire: «No, non vengo al mare» o «Stavolta salto la discoteca, ho l’esame lunedì». In quei casi, abbiamo scelto di sacrificare un piacere immediato per un obiettivo più grande.
Nel campo della salute, ho vissuto personalmente due esperienze simili:
- Quando il medico mi disse: «Lei ha la pressione alta, dovrebbe eliminare il sale», ho dovuto scegliere tra aumentare i farmaci (con i relativi effetti collaterali) o abituarmi gradualmente a mangiare senza sale. Ho optato per la seconda strada.
- So di avere una predisposizione familiare al diabete. Per questo motivo, nonostante la mia golosità, evito di superare certe soglie critiche nel consumo di dolci.
Tutto ciò rientra nel grande tema della motivazione e degli atteggiamenti, che la psicologia sociale ci insegna essere il motore dei nostri comportamenti. Il punto è che molti di questi atteggiamenti sono inconsci o preconsci, e finché non li portiamo alla consapevolezza, continueranno a farci ripetere gli stessi schemi, anche contro la nostra volontà. È ciò che Freud definiva “coazione a ripetere”.
Solo modificando gli atteggiamenti profondi, possiamo modificare in modo duraturo i comportamenti. E se la motivazione alla salute diventa interiorizzata e personale, può superare anche la spinta inconscia verso il piacere immediato, come nel caso del cibo.
4. Quarto principio: il ruolo della bellezza e dell’armonia
Dal punto di vista storico e antropologico, l’ideale di bellezza e armonia è stato a lungo un tratto identitario del genere femminile, sia per come le donne si percepivano, sia per come venivano viste dagli uomini.
Ricordo frasi dei nostri genitori: «La carne? Chi la vedeva dopo la guerra!», oppure: «I legumi erano la carne dei poveri!». E proverbi come: «Omo de panza, omo de sostanza», a indicare che l’essere in carne era associato alla prosperità economica, mentre la magrezza era percepita come segno di povertà.
Oggi però i ruoli si sono evoluti: anche gli uomini esprimono la loro identità attraverso il corpo, non solo tramite lo status sociale. La cura estetica non è più solo femminile. L’aspetto fisico è diventato un criterio motivazionale anche per gli uomini.
In quest’ottica, il desiderio di bellezza e armonia può essere una leva motivazionale potente, capace di stimolare comportamenti alimentari più equilibrati.
5. Quinto principio: spostare la gratificazione su elementi non alimentari
Nel punto precedente abbiamo parlato della sostituzione alimentare. Ora facciamo un passo oltre: ridurre il ruolo del cibo come ricompensa o gratificazione da stress, per spostarlo su attività sociali, sportive o ludiche.
Dopo una giornata stressante, invece di “premiarsi” con un pasto abbondante o dolci, si può canalizzare la tensione verso attività piacevoli non legate al cibo: c’è chi si rilassa con una partita a padel, chi con il ballo, chi con un’escursione in bicicletta ecc…
Nel caso del paziente Giancarlo, le attività che si sono rivelate potenzialmente “compensatorie” erano due: il nuoto e gli scacchi. Ognuno, in base alle proprie inclinazioni, può trovare strategie alternative per gestire lo stress, rilassarsi o gratificarsi senza ricorrere automaticamente al cibo.
6. Il ruolo del movimento e dello sport
Questo aspetto, naturalmente, non rappresenta un’esclusiva del mio modello. Sarebbe come voler presentare la scoperta dell’acqua calda. Fortunatamente, è un principio ampiamente condiviso dalla popolazione e un punto su cui tutti i dietologi concordano. Tuttavia, la vera sfida sta nel tradurre questa consapevolezza in pratica quotidiana.
Qual è l’importanza del movimento fisico in relazione alla salute?
Sappiamo che l’attività fisica regolare:
- contribuisce alla riduzione della pressione arteriosa;
- aiuta a mantenere glicemia e colesterolo sotto controllo;
- previene malattie metaboliche, cardiovascolari, oncologiche e artrosiche;
- favorisce la riduzione del tessuto adiposo in eccesso, perché facilita il raggiungimento del bilancio energetico.
E allora perché, pur essendo così utile, facciamo fatica a metterla in pratica?
Anche se il movimento è riconosciuto come pilastro fondamentale, insieme alla dieta, per il mantenimento del peso e della salute, molte persone trovano difficile inserirlo stabilmente nella propria vita. I motivi sono diversi, e alcuni li abbiamo già accennati: in primis, serve una vera e propria conversione mentale, che implica un cambiamento delle abitudini radicate.
Ma c’è di più: la struttura della società moderna è sempre più orientata verso un lavoro sedentario, spesso svolto da remoto, davanti a un computer. Questa modalità ha certamente vantaggi – come il risparmio di tempo negli spostamenti casa-lavoro, o la riduzione dell’inquinamento da traffico – ma ci espone a uno stile di vita sempre più statico.
A ciò si aggiunge il ruolo dell’educazione ricevuta, in famiglia o a scuola. Una formazione carente sul valore del movimento, o addirittura assente, ci lascia privi di strumenti culturali per coltivarlo da adulti. È vero che anche chi ha avuto una buona educazione al movimento può smarrirla col tempo, ma è sempre più facile ritrovare qualcosa che un tempo abbiamo apprezzato, rispetto a imparare da zero qualcosa che non ha mai fatto parte della nostra visione del mondo – della nostra “Weltanschauung”.
Per questo motivo, l’intervento psicologico, in questi casi, non deve limitarsi alla prescrizione, ma deve aiutare il paziente a ripensare il proprio stile di vita, promuovendo scelte attive che siano sostenibili nel tempo.
7. Il ruolo della convivialità sull’alimentazione: pro e contro
Non posso concludere questa trattazione senza prendere in considerazione un aspetto fondamentale che ha un impatto pratico tutt’altro che trascurabile: il condizionamento, positivo ma spesso anche negativo, che la convivialità esercita sulle nostre abitudini alimentari.
Mangiare insieme, condividere un pasto con amici, colleghi o familiari, ha indubbiamente una funzione sociale ed emotiva importante. La convivialità può infatti rafforzare i legami affettivi, migliorare l’umore e ridurre la percezione della dieta come rinuncia.
Tuttavia, non possiamo ignorare che questo stesso contesto conviviale può trasformarsi in una trappola, spingendoci a mangiare più del necessario, a cedere più facilmente a tentazioni caloriche, o a trascurare i nostri obiettivi nutrizionali pur di non “guastare l’atmosfera”.
Visto che il tema è ampio e merita uno spazio di approfondimento adeguato, lo affronterò in maniera più articolata in un articolo successivo, dove esplorerò nel dettaglio i pro e i contro della convivialità, le dinamiche psicologiche che si attivano nei pasti in compagnia, e le strategie concrete per restare fedeli a sé stessi senza rinunciare alla socialità.
Conclusione: la consapevolezza prima della regola: un approccio umano alla gestione del peso
Quando si parla di alimentazione, sovrappeso o bulimia, è facile ricadere in una visione prescrittiva, tutta fatta di divieti, grammature e automatismi. Ma il punto di partenza non è un conteggio calorico: è la persona.
Con il modello proposto in questo articolo, ho cercato di mostrare come il cambiamento duraturo passi attraverso cinque princìpi chiave – gradualità, sostituzione, conflitto di interessi, bellezza e strategie compensatorie – che non appartengono a una dieta specifica, ma alla relazione profonda tra psiche, corpo e desideri.
Recuperare un rapporto sereno col cibo non significa imparare a “resistere alle tentazioni”, ma creare uno spazio di libertà consapevole, dove l’alimentazione non sia più un campo di battaglia interiore, ma un terreno di ascolto, scelte e possibilità.
In questo percorso, l’attività fisica e la convivialità rappresentano due strumenti formidabili, ma ambivalenti, da integrare con lucidità e realismo nel proprio vissuto quotidiano.
Il modello psicologico proposto, quindi, non elimina la dieta, ma la trasforma in un’alleata intelligente, al servizio della persona. Solo così possiamo parlare davvero di cura e non più solo di controllo.
Un’osservazione che vale anche per altri disturbi del comportamento alimentare, come l’anoressia, che si manifesta con dinamiche opposte ma radici psicologiche simili..
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La redazione in collaborazione con il Dr. Fernando Cesarano – psicoterapeuta





