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Attacchi di panico: quando la paura arriva “a tradimento” e come riprendere il controllo – Intervista al Dr. Leonardo Gottardo

Attacchi di panico

Ci sono paure che hanno un volto riconoscibile: un esame, un colloquio, un conflitto in famiglia, una scadenza che incombe. E poi c’è quella paura che non si annuncia, non chiede permesso, non si lascia spiegare da un “motivo” immediato. Arriva mentre si è sul divano, o al mare, o nel silenzio della sera. Il cuore accelera, il respiro si spezza, la testa gira. E nella mente si accende un pensiero che non consola: “Sto per morire”, “Sto per impazzire”, “Non ne esco”.

Nel corso di un’intervista radio, il dottor Gottardo -psicologo, ipnologo, sessuologo e psicoterapeuta -ha descritto gli attacchi di panico come un’esperienza intensa, spesso disorientante, ma anche comprensibile se la si guarda con la lente giusta: quella della regolazione emotiva, delle cause profonde e del percorso terapeutico. Perché, come ricorda, il panico non è un capriccio del corpo. È un messaggio che il corpo invia quando la psiche fatica a contenere, nominare, trasformare.

Che cos’è davvero un attacco di panico

Un attacco di panico non è semplicemente “molta ansia”. È un episodio acuto, improvviso, che può raggiungere rapidamente un picco e lasciare, dopo, una stanchezza quasi fisica, come se si fosse corsi senza muoversi. Il dottor Gottardo lo definisce anzitutto come “un disturbo dato da una elevata disregolazione ansiogena”, chiarendo che il nucleo dell’esperienza è una perdita temporanea di controllo interno: l’organismo entra in allarme senza che ci sia un pericolo esterno immediatamente identificabile.

I sintomi possono essere numerosi e variabili: battito accelerato, sudorazione, tremori o brividi, nausea, vertigini, senso di oppressione. Nell’intervista, Gottardo li elenca con precisione: “presenta sintomi quali tachicardia, sudorazione, brividi, giramenti di testa, nausea”. E quando l’intensità sale, la crisi può assumere contorni ancora più destabilizzanti: “nei casi anche più gravi, più intensi, abbiamo anche meccanismi di depersonalizzazione… e abbiamo una profonda angoscia di morire, di impazzire”.

È qui che il panico si distingue da molte altre esperienze emotive: non è solo paura, è un terrore totale, capace di bloccare. Gottardo lo dice senza giri di parole: “ci porta ad essere in uno stato di totale immobilità e di oppressione”, un’oppressione che si sente nel torace, certo, ma anche -e soprattutto -nella mente: “oppressione psicologica e quindi siamo impossibilitati a muoverci sostanzialmente”.

Dal punto di vista clinico, le descrizioni più autorevoli concordano su questo punto: l’attacco di panico è un’ondata improvvisa di paura intensa associata a sintomi somatici e cognitivi, e può presentarsi anche in assenza di un pericolo reale.

Perché arriva quando “va tutto bene”

Uno degli aspetti che più confonde chi sperimenta il panico è l’apparente paradosso: spesso arriva nei momenti di quiete, quando non si sta “pensando a niente”, quando si è finalmente fuori dal frastuono. Il dottor Gottardo mette a fuoco proprio questo elemento, quasi narrativo: “si hanno spesso e volentieri nei momenti anche in cui siamo più tranquilli… può capitare che quando andiamo al mare… siamo distesi nel lettino, arrivi questa imminente disregolazione”. E ancora: “alla sera a guardare la televisione e siamo apparentemente tranquilli, ecco che allora insorge questo attacco di panico”.

Questa dinamica non è casuale. Non significa che la persona stia “bene” e all’improvviso impazzisca. Significa, più spesso, che la mente ha retto a lungo una tensione, ha spinto giù segnali, ha evitato di ascoltare il corpo; e quando finalmente si abbassa la guardia -quando si smette di correre, quando cala l’adrenalina della giornata -lo spazio interno si riempie di ciò che non è stato elaborato. Il panico, in questa lettura, è una forma estrema di segnalazione: un campanello d’allarme che suona perché nessuno ha risposto prima ai campanelli più piccoli.

Attacco di panico, ansia e paura: le differenze che contano

Nel linguaggio comune “ansia” e “panico” vengono spesso usati come sinonimi. Ma distinguere non è un esercizio di etichette: è il primo passo per scegliere cosa fare. Gottardo lo spiega con un criterio semplice e potente: la presenza o meno di un pericolo esterno riconoscibile.

Parlando della paura, chiarisce che è la risposta fisiologica a un rischio reale: “dove abbiamo un reale pericolo esterno”. L’ansia, invece, può essere collegata a una situazione specifica o a un periodo di pressione: “una crisi di ansia… può essere legata sempre a situazioni che stiamo affrontando, pensiamo prima di un esame”. L’attacco di panico, al contrario, è “un terrore improvviso, inaspettato, che non è collegabile a delle situazioni specifiche”.

In altre parole: la paura ha un oggetto; l’ansia spesso ha un tema; il panico, spesso, ha un’esplosione. E quell’esplosione è così totalizzante da sembrare un evento medico acuto. Non è raro che, al primo episodio, la persona vada al pronto soccorso convinta di avere un infarto. Proprio per questo, le linee guida cliniche raccomandano una valutazione medica quando i sintomi sono nuovi o atipici, per escludere condizioni organiche. Poi, se la causa è psicologica, la cura deve essere psicologica: continuare a inseguire esami, senza affrontare l’origine emotiva, spesso alimenta il circolo dell’allarme.

Il panico come “disagio che parla”: la pista delle cause profonde

La domanda più frequente, dopo la paura, è sempre la stessa: “Perché a me?”. E qui la risposta breve è insufficiente, perché il panico raramente è monocausale. Ci sono predisposizioni, periodi di stress, cambiamenti, traumi, stili di attaccamento, abitudini corporee. Ma l’intervista del dottor Gottardo insiste su un punto che vale come bussola: non arriva per caso.

Lo afferma con nettezza: “nella psiche, nei disagi psicologici nulla viene per caso”. E aggiunge un dettaglio cruciale: “ci sono sempre delle motivazioni profonde spesso di cui non siamo consapevoli, che ignoriamo, ma che bisogna andare in profondità per poterle capire”. Questa idea sposta il fuoco dalla “paura della paura” alla possibilità di comprendere. Perché se il panico è un messaggio, allora può essere tradotto. E se può essere tradotto, può anche essere trasformato.

Quando la vita si restringe

Un attacco isolato può essere terrificante, ma non sempre diventa un disturbo strutturato. Il problema nasce quando, dopo l’episodio, la persona comincia ad anticipare l’evento, a temere che accada di nuovo, a evitare luoghi e situazioni “a rischio”: mezzi pubblici, file, autostrade, cinema, supermercati. La vita si restringe, e il mondo diventa un terreno minato.

Nell’intervista, Gottardo mette una soglia pratica: bisogna chiedere aiuto quando ci si accorge che il panico “va a condizionare negativamente la nostra vita e quindi non ci permette più di muoverci nel mondo”. È una frase semplice, ma descrive bene il punto di non ritorno: quando la strategia diventa evitare, il panico vince due volte.

Cosa fare durante un attacco e cosa fare dopo

Chi vive un attacco di panico vorrebbe “un trucco” immediato. Un gesto che lo spenga. In realtà, la gestione si gioca su due piani diversi: l’immediato (attraversare la crisi) e il profondo (ridurre la probabilità che si ripresenti, o che prenda il controllo della vita).

Durante la crisi, l’obiettivo non è “combattere” il panico come un nemico, perché la lotta spesso lo amplifica. L’obiettivo è riconoscere l’onda, restare presenti, ridurre l’iper-interpretazione catastrofica del corpo. In ambito clinico, molte strategie ruotano intorno al respiro, al radicamento, alla ristrutturazione dei pensieri (“questo è panico, non è un infarto”), e alla capacità di aspettare che il picco decada. È importante, però, non trasformare questi strumenti in rituali superstiziosi: se diventano un’armatura rigida, possono rinforzare l’idea che “senza di questo muoio”.

Dopo la crisi, secondo Gottardo, la direzione è chiara: “bisogna sempre poter contattare un professionista della salute mentale” e “iniziare sicuramente quello che è un percorso terapeutico”. Perché l’intervento efficace non è solo calmare il sintomo: è capire e rielaborare ciò che lo alimenta.

Il ruolo della psicoterapia: capire, elaborare, rafforzare

La psicoterapia, nel racconto del dottore, è un lavoro di profondità, non una collezione di tecniche superficiali. La descrive così: “un percorso terapeutico che vada a capire chiaramente prima di tutto le cause”. Poi aggiunge l’elemento trasformativo: “una psicoterapia che mira ad elaborare tutte le motivazioni che stanno in profondità”. E infine il risultato: “le tecniche eventuali di gestione e poi di anche sufficiente rafforzamento di noi per ritornare a vivere una vita comunque di qualità”.

Questa triade -capire, elaborare, rafforzare -restituisce al lettore un’idea non punitiva della cura. Non si tratta di “aggiustare un difetto”, ma di ricostruire un equilibrio interno: quello che, nelle parole di Gottardo, è venuto meno in un momento di disregolazione.

Sul piano delle evidenze, le linee guida internazionali indicano interventi psicologici strutturati (come la terapia cognitivo-comportamentale) tra gli approcci più efficaci per il disturbo di panico, talvolta in combinazione con terapia farmacologica valutata dal medico. Il punto, però, resta sempre lo stesso: il trattamento deve essere personalizzato, proporzionato, e soprattutto continuativo, non episodico.

Quando il panico somiglia a una malattia: prudenza e chiarezza

Un attacco di panico può imitare sintomi cardiaci, respiratori o neurologici. È uno dei motivi per cui spesso, soprattutto al primo episodio, la paura si trasforma in “urgenza medica”. È comprensibile e non va banalizzato. La prudenza è necessaria: se compaiono dolore toracico intenso, svenimento, sintomi neurologici focali, o se c’è una storia clinica complessa, una valutazione medica è doverosa.

Detto questo, una volta esclusa una causa organica, continuare a “cercare il male nel corpo” può diventare un carburante dell’ansia, e trasformarsi in un ciclo di controlli compulsivi, letture online, ipervigilanza. Anche per questo, parlare di panico in modo chiaro è un atto di prevenzione: perché riduce l’isolamento, diminuisce la vergogna e -soprattutto -interrompe il malinteso più pericoloso, quello per cui la persona si sente “guasta” o “debole”.

Il panico non è debolezza. È un segnale. E se il segnale viene ascoltato con competenza, può diventare un punto di svolta.

L’uscita dal labirinto: dal “non mi muovo” al “mi riprendo spazio”

Il panico, quando si cronicizza, tende a colonizzare la libertà: ci si muove solo “se è sicuro”, solo “se c’è qualcuno”, solo “se posso scappare”. Eppure, la cura è spesso una riconquista progressiva di spazio. Non brutale, non eroica, ma costante. È un lavoro di riapertura: riaprire luoghi, relazioni, progetti; e insieme riaprire il dialogo con il proprio corpo, che non è un nemico ma un sistema che chiede attenzione.

In questo senso, l’intervista del dottor Gottardo porta un messaggio utile anche a chi ascolta da lontano: la crisi può essere attraversata, e il disturbo può essere trattato. Ma serve un percorso, non un miracolo.

 

Per approfondire

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Fonti

foto:freepik

FAQ

Sì. Può comparire in momenti di quiete e sembrare “immotivato”, proprio perché non sempre è legato a un pericolo esterno immediato.

L’ansia di solito si collega a una situazione o a un periodo specifico; il panico è più spesso improvviso, intenso e percepito come ingestibile.

 

La sensazione può essere fortissima, ma l’attacco di panico di per sé non è pericoloso come sembra. Se però è il primo episodio o i sintomi sono atipici, è corretto escludere cause mediche.

Sì: serve a comprendere le cause profonde, imparare strategie di gestione e ridurre il rischio che il panico condizioni la vita quotidiana.

Di solito no: l’evitamento tende a restringere la vita e rinforza la paura. Un percorso guidato aiuta a recuperare spazio in modo graduale.

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