La Balbuzie: principi base della cura

Focus

  1. Il presupposto di partenza per curare la balbuzie è interdisciplinare: fonetico-linguistico da una parte, psicologico dall’altra. Il balbuziente deve prendere coscienza dei propri errori nell’uso del linguaggio, imparare a riconoscerli. Deve imparare a conoscere, e con una buona “freddezza”, il proprio linguaggio. L’uso di registrazioni audio e video, quindi, è molto importante.

    Gli errori tecnici del suo linguaggio riguardano:

    1, Respirazione. Generalmente è sbagliato il rapporto respirazione/fonazione; mancanza di sincronia tra fasi respiratorie ed eloquio; quindi assenza, o quasi, del momento della pausa. Nella respirazione si evidenzia lo stato d’ansia del soggetto.

    2, Irrigidimento dei muscoli facciali, in alcuni casi (non pochi) esteso ad altre parti del corpo (le sincinesìe sono, appunto, quei movimenti del corpo, in genere facciali, che accompagnano l’eloquio del balbuziente). Il lavoro fisico (che, a volte, diventa vera e propria fatica) messo in atto dal parlante è, generalmente, sproporzionato rispetto alla effettiva ed oggettiva richiesta del linguaggio.

    1. A monte di tutto questo, l’ansia determina un’anticipazione, comunque una asincronia, nel rapporto pensiero pensato/pensiero parlato. La performance linguistica non impone il proprio tempo alla ideazione: il parlante, pur senza saperlo (né volerlo), tende a parlare inseguendo la velocità del pensiero-pensato. Non organizza, quindi, la propria comunicazione verbale a partire dalle obiettive necessità respiratorie, nonché dai tempi richiesti dal pensiero-parlato. Il suo eloquio si svolge, allora, in una “cornice” di grande fretta che, a volte, non consente più nemmeno il dominio del pensiero, oltre che della muscolatura facciale e della respirazione.
    2. Per questo motivo il balbuziente “anticipa” nella sua mente, prevede, sente anticipatamente alcuni suoni, come particolarmente ostici in quel particolare momento del suo eloquio, o addirittura intere tranches di pensiero. Questa sensazione di non-dominio sul proprio parlato porta la persona ad essere sovrastata, dominata dalla funzione linguaggio, su cui non riesce più ad esercitare alcun potere: insomma, un “ammutinamento” delle funzioni (linguistiche, motorie, oltre che di ideazione e di coordinazione)! Il risultato è, in questi casi, per fortuna rari, abbastanza disastroso. Sono rari, ma ne parlo perché rappresentano un’estenuazione di un fenomeno diffuso (la “balbuzie quotidiana”) e quindi ci offrono una rappresentazione e comprensione maggiore del problema.

Di fronte a tutto questo, il terapeuta deve fornire efficienti strumenti tecnici di consapevolezza e di autocorrezione, rispetto a: respirazione, padronanza/dominio sui movimenti buccali nell’atto della fonazione, percezione del tempo (certamente più lungo) richiesto dalla comunicazione. Non si cadrà, però, mai nel tecnicismo, pur se di vera e propria riacquisizione di una tecnica del linguaggio si deve parlare.

Su questo aspetto della terapia del linguaggio occorre tenere presente l’incostanza del fenomeno balbuzie: spesso (e volentieri) quel soggetto parla anche molto bene, con molta fluidità. Il che deve farci pensare che tutta questa parte tecnica, necessaria, non è sufficiente: dannoso, e non solo inutile, sarebbe insistere esclusivamente sugli aspetti tecnico-linguistici (pur necessari) perché si correrebbe il rischio di trasformare un riapprendimento tecnico in un puro tecnicismo frustrante quanto terapeuticamente incompetente. Il vero problema della balbuzie, eziologicamente parlando, sta nel pessimo rapporto che il paziente ha stabilito con il proprio parlato, nel corso del tempo.

E questo è vero anche per i bambini: è mia convinzione che la genesi della balbuzie vada ricercata all’interno della dinamica familiare, nel suo impatto con l’emotività ed una forte sensibilità del soggetto. Mi riferisco al “parlato”, inteso non tanto come funzione, quanto proprio come comunicazione, esposizione e quindi anche messa in gioco di sé. La necessità dell’intervento psicologico poggia proprio su queste motivazioni. La psicologia è da intendersi, in questo caso, come parte di una visione interdisciplinare. E’ una psicoterapia, ma condizionata nel suo essere dall’esigenza linguistico-fonetica. In tutta questa visione terapeutica non c’è un elemento dominante: tutto è supporto rispetto al resto. E’ una visione circolare e di movimento.

Lo Psicologo, di fronte alla balbuzie, ha il compito di portare il proprio paziente (o “pazientino”) a voler esprimere i propri contenuti, il proprio mondo con il linguaggio parlato, oltre che con tutti gli altri canali della comunicazione umana. Il balbuziente si “autorizzerà” a parlare, a dire, a comunicare, superando le proprie ritrosìe consapevoli (la paura di balbettare) ed inconsapevoli (la preoccupazione delle conseguenze delle proprie parole, la tendenza a selezionare il proprio mondo tra “dicibile” e “non dicibile”, il timore di “esporsi” di fronte agli altri, non necessariamente di fronte al pubblico, ma anche al pubblico).

 

Dott.ssa Caterina Prioreschi

Dott. Roberto De Pas