Implantologia: metodica affidabile e risolutiva

l'esperto risponde

Prof. Simion, l’implantologia è una metodica consolidata?

Assolutamente sì. L’implantologia è una metodica consolidata ed estremamente affidabile che risolve i problemi di pazienti affetti da mancanza parziale o totale di denti. In particolare, il sottoscritto si occupa di impianti osteointegrati da quasi trent’anni; il prof. Branemark nel 1980 ha lanciato questa nuova tecnica, trasformando l’implantologia in una scienza basata molto più sulla ricerca e sui dati scientifici rispetto a prima.

Precedentemente, infatti, l’implantologia non aveva grande considerazione in ambito medico, ma dal 1980 è diventata la metodica top per i dentisti.

Questa metodica è stata dunque utilizzata per tantissimi anni trattando una grande quantità di pazienti con enorme soddisfazione, ma ultimamente sono cambiate un po’ le cose.

Si sono sperimentate tecniche più aggressive per ridurre i tempi e ciò ha comportato problematiche che vanno gestite e risolte per riportare la tecnica dell’implantologia all’affidabilità di un tempo.

Quali sono i principali pro e contro della metodica implantologica?

I pro di questa metodica sono legati alla riabilitazione di una grande quantità di pazienti che, grazie all’implantologia, hanno potuto eliminare le protesi totali, le dentiere e le protesi rimovibili, come gli scheletrati.

Anche l’estetica, nella maggior parte dei casi, risulta molto buona. I contro sono legati alle infezioni a cui il paziente, che attualmente viene trattato con impianti, va incontro.

Parliamo di infezioni dei tessuti perimplantari per evitare le quali il paziente deve seguire scrupolosamente tecniche di pulizia e di igiene orale molto attente e deve essere sottoposto a controlli periodici.

Cos’è l’infezione detta perimplantite? Quali cause ha?

La perimplantite è una malattia infiammatoria provocata dai batteri che si depositano sui denti supportati dagli impianti, esattamente così come si depositano sui denti naturali.

Questi batteri provocano un’infezione sia dei tessuti molli che di quelli duri perimplantari causando una retrazione progressiva dell’osso, fino al punto che l’impianto viene espulso, non è più stabile e deve essere estratto.

La causa primaria, quindi, sono i batteri che bisogna preventivamente combattere.

La perimplantite è una problematica diversa dal temuto rigetto?

Certamente. Il rigetto è una risposta immunitaria nei confronti di un corpo estraneo, cosa che in realtà per gli impianti che sono in titanio puro non avviene; un tempo si parlava comunque di rigetto, anche se in realtà rigetto non era.

Gli impianti che utilizziamo negli ultimi 30 anni permettono l’osteointegrazione in percentuali altissime, 95-96-98%, quindi possiamo dire che il rigetto non avviene.

La perimplantite, invece, si manifesta dopo un periodo di 5-7 anni, a volte anche 8-9, durante i quali l’impianto ha funzionato correttamente, senza alcun problema.

Ad un certo punto, quindi, si attivano i batteri sulla superficie dell’impianto che, progressivamente, portano alla perdita ossea e conseguentemente ad un danno biologico a livello mascellare e della mandibola del paziente.

Esistono dei trattamenti per curare o evitare le perimplantiti?

Il trattamento migliore è senza dubbio la prevenzione.

Questo perché una volta che una perimplantite si è manifestata sulla superficie di un impianto, soprattutto se è ruvida, diventa veramente difficile curarla.

Il trattamento consiste in un piccolo intervento che va a scoprire la superficie dell’impianto, si rimuovono tutti i batteri e si leviga completamente la superficie; in questo modo la superficie ruvida sulla quale i batteri possono aderire si trasforma in una superficie liscia, che riduce la possibilità di adesione degli stessi.

Questo trattamento, però, è efficace solo in una percentuale abbastanza ridotta, circa il 50% dei casi.

Qual è il ruolo del paziente nel prevenire questi problemi?

Il paziente deve innanzitutto avere la consapevolezza di essere a rischio infezioni, soprattutto se gli impianti sono stati posizionati negli ultimi 10-12 anni, quindi con delle superfici ruvide.

Deve seguire protocolli di pulizia domiciliare scrupolosissimi: deve pulire i denti a casa con delle tecniche estremamente precise e deve effettuare controlli periodici che vanno dai 3 ai 6 mesi.

I pazienti a maggior rischio, come i fumatori o chi è affetto da problemi di salute come il diabete, devono essere controllati molto frequentemente, soprattutto quelli che presentano la malattia paradontale, quella che veniva chiamata una volta piorrea.

Quelli sono i pazienti più a rischio perché così come si ammalano di parodontite i denti naturali, allo stesso modo si ammalano di perimplantite gli impianti che sono stati posizionati.

Oltre all’igiene, una soluzione preventiva può essere la scelta dei materiali degli impianti?

Assolutamente sì. Fino ad una quindicina di anni fa, quando si usavano superfici lisce che non venivano irruvidite con tecniche addizionali (per cui le superfici dell’impianto erano filettate con una vite ma lisce), le perimplantiti erano rare.

Da quando, negli anni 2000, abbiamo iniziato ad usare superfici ruvide, le perimplantiti sono diventate sempre più frequenti.

A mio avviso, quindi, è auspicabile il ritorno agli impianti con superfici lisce, che sono estremamente più sicure, o almeno ad impianti ibridi con superficie ruvida nella parte più profonda e liscia in quella più superficiale.

Perché si è passati dall’uso di materiali lisci e più sicuri all’uso di materiali ruvidi ma meno sicuri?

I colleghi sono stati indotti dalle aziende produttrici ad utilizzare tecniche sempre più aggressive e cioè a posizionare gli impianti e a caricarli subito con le protesi; in questo modo, il paziente pretende di arrivare in studio, togliere il dente, mettere subito l’impianto, mettere subito il dente e andare a casa in un’ora, già con il dente in bocca.

Per poter fare questo, le aziende hanno spinto l’uso delle superfici ruvide che teoricamente dovrebbero avere una maggiore capacità di adesione da parte dell’osso, quindi essere più adatte ad applicazioni off-limits, con carichi immediati in situazioni molto difficili. Sarebbe invece preferibile un atteggiamento più prudente, con impianti che abbiano superfici meno trattate e più lisce.

Bisogna ritornare ad una predicibilità delle nostre tecniche che devono essere efficaci non solo nei primi anni, ma garantire ai pazienti (e i pazienti devono anche pretenderlo) di avere successo a lungo termine, come siamo stati abituati ad avere con impianti che duravano dai 10 ai 20 anni. Oggi, spesso, dopo 5-7 anni, gli impianti iniziano a dare problemi.

Quindi il paziente deve valutare bene la scelta della tecnica implantologica?

Certo, perché bisogna seguire i tempi biologici del proprio corpo per guarire.

L’integrazione dell’impianto, cioè l’osso che cresce a contatto con la superficie dell’impianto ovvero la così detta osteo-integrazione, avviene dopo circa 3-4 mesi; per cui nella maggior parte dei casi è consigliabile il carico a distanza di 3-4 mesi.

Solo quando troviamo un osso molto resistente, molto duro, si può procedere ad un carico anche immediato; ma devono essere casi scelti molto bene.

Una cosa importante è non ridurre mai il numero di impianti al minimo, perchè meno impianti ci sono a sostegno di una protesi, maggiore è il carico che ogni impianto deve subire, quindi maggiori sono anche i rischi di sovraccarico e di fallimento di ogni singolo impianto.

Il futuro dell’implantologia in che direzione sta andando?

Oggi è sempre più necessario considerare i fattori di crescita, come il PDGF, commercializzato negli Stati Uniti e in Canada, ma non in Europa, o il BMP2, efficace, ma che non si utilizza a causa dei costi elevati.

Bisogna effettuare più ricerca, ma soprattutto bisogna cominciare a considerare le nuove molecole disponibili per dare un futuro sempre più sicuro e roseo all’implantologia.

 

Prof. Massimo Simion