Implantologia 2.0, evoluzione continua e performante

Focus

In implantologia, ogni avanzamento tecnologico ha l’obiettivo di ottenere risultati efficaci anche in situazioni complesse, un tempo impossibili, evitando di sottoporre il paziente ad interventi chirurgici preliminari onerosi e dolorosi. E’ l’implantologia 2.0, in grado di offrire impianti sempre più performanti.

 Gli impianti sono oggi più corti e con diametri ridotti, rispetto al recente passato, ma con prestazioni analoghe o superiori dal punto di vista biomeccanico.

Sempre più spesso, il tessuto osseo residuo, anche in zone edentule ormai da molto tempo, risulta sufficiente per applicare questi impianti di ultima generazione di dimensioni ridotte. Ciò significa nessuna chirurgia rigenerativa per recuperare tessuto osseo!

Implantologia 2.0: stabilità primaria e stabilità biologica

Dal punto di vista tecnologico, gli impianti 2.0 sono costituiti da una parte, detta fixture, che viene inserita nell’osso. Tale componente ha la forma di una vite e ne facilita l’inserzione durante l’atto chirurgico, determinando la stabilità primaria.

Tale stabilità non sarà però quella che supporterà nel tempo le componenti che verranno accoppiate alle fixtures, ma verrà sostituita dalla stabilità Biologica, dovuta alla osteointegrazione dell’impianto. Se l’impianto fosse un semplice cilindro (come erano alcuni vecchi impianti), una volta integrato dopo circa 6 mesi avrebbe retto comunque il carico, ma non avrebbe avuto la sufficiente stabilità primaria utile per le procedure sempre più richieste di carico anticipato o immediato (impianto e provvisorio messi nelle24/48 ore).

La Bio Ingegneria rivoluziona le fixture

Gli studi condotti dai Bio Ingegneri sulla geometria delle fixture ha permesso di modificarne forme e superfici in funzione di una maggiore efficienza. Ecco che gli impianti 2.0 hanno la forma delle spire, che ottimizza la distribuzione del carico sia nella fase di stabilità primaria che nelle fasi di stabilità biologica definitiva.

In questo modo, il carico viene  trasmesso il più possibile nelle zone dell’osso maggiormente in grado di tollerarlo (quelle più profonde) e non sulle zone crestali, che più facilmente vanno in contro a riassorbimenti per compressione.

Inoltre, grazie a connessioni come quella conometrica “tube in tube” tra le fixture e le componenti protesiche sovramontate, gli impianti 2.0 riescono ad avere una solidarizzazione incredibile tra componenti intraossee (fixture) ed extraossee, quasi fossero un pezzo unico.

Questo va a grande vantaggio del carico e della sua corretta trasmissione all’osso, oltre che del sigillo batterico che così si viene a creare proprio nel punto più delicato (quello di passaggio tra componenti extra ed intraossee).

Va ricordato infatti che l’infiammazione e l’infezione batterica a livello gengivale, nel colletto dei lavori protesici su impianti, è una della principali cause di pericolosi abbassamenti ossei, da cui può derivare la scarsa durata dei lavori implantoprotesici.

Gli aspetti clinici degli impianti 2.0

E proprio su questo filone, gli aspetti clinici che hanno migliorato le performance implantari sono quelli legati proprio al rispetto e la cura dei tessuti molli e duri che stanno intorno ai nostri impianti.

Gli impianti 2.0 prevedono appunto tecniche chirurgiche che mirano a conservare più possibile una sufficiente quantità di osso residuo intorno alle fixture, e a creare una zona di difesa più ampia possibile tra l’ambiente orale, ad alta concentrazione batterica, e l’ambiente endosseo che deve rimanere sterile.

Per tali motivi, gli impianti 2.0, grazie alle connessioni impenetrabili ai batteri citate in precedenza, possono e devono essere affondati maggiormente nell’osso, così da avere un tunnel gengivale più lungo e con la gengiva più spessa intorno ad esso (grazie a connessioni molto sottili rispetto agli impianti 1.0).

Conclusioni

Tale attenzioni tecnologiche e biologiche nella costruzione e nelle tecniche di inserimento degli impianti hanno permesso di aumentare a tal punto le performance degli stessi, da poter decidere di inserire impianti più sottili e più corti di quanto si facesse con i protocolli classici, mantenendo uguali o superiori le loro capacita di carico e durata.

Ciò si traduce in un grande vantaggio per alcuni pazienti che in precedenza dovevano rinunciare alle riabilitazioni implantari a causa delle loro atrofie ossee o comunque dovevano affrontare costosi e dolorosi interventi di rigenerazione ossea preimplantare per rimediare alla mancanze, allungando poi di molto i tempi totali delle terapie.

Dott. Nicola Vanuzzo

 

 

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